sabato 26 febbraio 2011

Le rivoluzioni del Maghreb e del Medio Oriente. Un difficile futuro fra democrazia e restaurazione.

Il mondo assiste attonito alle rivoluzioni in corso in Africa ed in Medio Oriente. Il fallimento delle diplomazie e degli analisti ed un futuro difficile da delineare. Francesco Della Lunga

4 commenti:

Recinto Internazionale ha detto...

E’ ancora troppo presto per capire dove ci porterà questo movimento indubbiamente rivoluzionario, di rottura dello stato costituito, che sta attraversando tutto il Medio Oriente e l’Africa maghrebina. Visto quello che è accaduto in poche settimane e quello che potrebbe accadere, ci piacerebbe fare alcune riflessioni su una serie di punti che riteniamo, in qualche modo, opportuni. Intanto una riflessione di carattere storico - geografico: i paesi dove si stanno rovesciando i regimi autoritari sono gli eredi del Grande Malato d’Europa dell’Ottocento, ovvero l’Impero Turco Ottomano. E non solo: tutti questi stati e quelli che, a vario titolo, hanno interessato rivoluzioni o guerre anche alla fine del secolo passato, erano tutte aree appartenenti o appartenute alla Sublime Porta. Ex Jugoslavia (nella parte non appartenuta all’altro grande impero, l’Austria Ungheria), Bosnia Erzegovina, Montenegro, Macedonia negli anni Novanta. La situazione è ancora lungi dall’essere risolta. Libano, Israele, Stato Palestinese da almeno sessant’anni. Il Libano è stato interessato in misura minore come fenomeni di aperta belligeranza forse, ma sempre attraversato da tensioni fra le popolazioni perché inserito a pieno titolo dell’irrisolta questione israelo palestinese e del lascito delle potenze del tempo, Francia e Gran Bretagna. Oggi la Tunisia, l’Egitto, la Libia. Gettando lo sguardo verso il sud della penisola arabica, troviamo convulsioni nello Yemen e, ancora più inaspettatamente a nord della stessa, in Bahrein. Quest’ultimo stato è forse l’unico (vado a memoria) che era controllato in misura più blanda dall’impero Ottomano. Per non citare l’Iraq, il cui governo autoritario di Saddam Hussein è però caduto per l’intervento di una potenza straniera, gli Stati Uniti dell’era Bush II. Rimangono alcuni baluardi: il Marocco che da tempo ha intrapreso una politica di aperture, soprattutto economiche ed il paese appare, se non sotto un anestetico, probabilmente governato da un monarca che non sembra osteggiato dal proprio popolo. Ma anche Mohamed VI potrebbe cadere, vista l’attuale capacità predittiva delle diplomazie e nonostante la presenza di Wikileaks che fino ad oggi non ha rivelato segreti tali da far crollare il mondo. In Algeria la situazione appare ancora sotto controllo, sotto il pugno duro di un Governo sostenuto da una classe militare fortissima. Bouteflika è stato confermato ancora una volta Presidente solo pochi mesi fa ed il suo potere potrebbe crollare solo sotto un’ulteriore rivolta popolare che peraltro è sempre pronta ad esplodere. Negli anni novanta l’Algeria venne attraversata da una fortissima ondata di islamismo. Gli islamisti del FIS vinsero le elezioni, i militari impedirono con la forza di governare, vi furono delle rivolte sfociate nel sangue. Poi la situazione è stata normalizzata, ma il fuoco cova sempre sotto le ceneri. A conferma, le notizie che arrivano dall’Algeria in questo periodo sono tutt’altro che improntate alla serenità politica. La Tunisia è stata la prima ad iniziare la rivolta e la prima a cambiare regime, estromettendo Ben Alì. Poi sono partiti i tumulti in Egitto che, in poche settimane hanno portato alle dimissioni di Mubarak. Ad oggi pochissimo sappiamo di cosa sta accadendo nei due paesi, adesso occupati nel gestire la transizione verso …. non sappiamo ancora cosa, se nuovi regimi autoritari oppure verso più accettabili regimi democratici. Sta di fatto che i militari stanno gestendo le transizioni. Le agenzie di stampa ed i principali quotidiani sembrano ormai presi da altro e nessuno ci racconta più che cosa sta accadendo. (segue commento successivo) Francesco Della Lunga

Recinto Internazionale ha detto...

Nel frattempo la protesta ha preso campo anche nello Yemen ed in Bahrein. Poi è toccato alla Libia e qua la reazione di Gheddafi è stata durissima e non sappiamo ancora quale piega prenderanno gli eventi. Qualche tratto comune ad alcune di queste rivolte: in Tunisia la sollevazione è stata fondamentalmente pacifica perché i morti (stando alle notizie ufficiali, ma in paesi come questi la verità non è mai sotto gli occhi di tutti mentre è spesso occultata dietro le veline ufficiali) sono stati certamente inferiori rispetto a quello che ci si poteva aspettare.
La stessa cosa è accaduta, in maniera meno prevedibile, in Egitto. Non sappiamo ancora cosa accadrà in Bahrein ed in Yemen. In Libia purtroppo, la situazione pare andare verso una tragica guerra civile. Ma anche per questo paese le notizie filtrano con difficoltà, nonostante internet e le testimonianze di chi vive sul posto utilizzando i nuovi sistemi di comunicazione, Twitter, i blog, i social network. Rimangono alcuni paesi alla finestra che potrebbero essere toccati da questa ventata rivoluzionaria: la Siria, apparentemente poco interessata agli eventi, anche sei il presidente Bashar Al Assad è in allerta, il Marocco di cui abbiamo già accennato. Certamente la portata di quello che sta accadendo pare essere enorme. Diciamo “pare” perché sinceramente anche gli osservatori più qualificati ed i pochi giornalisti sul posto riescono a capire in che direzione sfoceranno le proteste.
Si deve infatti considerare che questi paesi non sono conosciuti per avere una coscienza civile improntata ai valori tipici dell’Occidente. Con questo, non si vuole affermare che i nostri sono migliori. Ma si vuole semplicemente dire che alcuni di questi valori oggi sono considerati quelli che hanno permesso all’Europa di uscire dai conflitti fra stati e dai conflitti sociali permanenti. Tornando all’affermazione di questi principi che possono riassumersi in secolarizzazione, divisione dei poteri, democrazie, carte costituzionali, libere elezioni, e tutto quello che poi ne deriva, da un piano puramente politico ad un piano economico fra cui si cita brevemente libertà economica, proprietà privata, proprietà pubblica, libero mercato, in una parola quello che oggi da noi potremmo indicare semplicemente con stato liberale, non si può certo dire che si sono acquisiti senza colpo ferire. Ci sono voluti secoli. Del resto questi principi politici si sono affermati formalmente, con le prime dichiarazioni sui diritti umani all’epoca della Rivoluzione Francese (Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, 1789) fino a quella adottata dalle Nazioni Unite nel 1948, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Più di due secoli sono trascorsi da allora. Nelle capitali arabe interessate dai fenomeni di emancipazione attuali, il potere è sempre stato nelle mani di monarchie più o meno rigide, o da regimi autoritari, dopo che l’Impero Ottomano era caduto, dopo il controllo delle potenze europee e poi dopo la fine del secondo conflitto mondiale.
(segue commento successivo) FDL

Recinto Internazionale ha detto...

Forse non è azzardato affermare che questi popoli, negli ultimi venti anni, grazie all’erompere delle telecomunicazioni ed internet, e grazie anche al sia pur modesto livello di vita conseguito, abbiano iniziato a maturare una coscienza di popolo intesa come un movimento di uomini che iniziano a pensare di poter fare la Storia. Si tratta di fenomeni assai complessi che partono da lontano e che poi generano una sorta di consapevolezza, fino al manifestarsi in maniera compiuta, come nel caso di tumulti e rivoluzioni di piazza, fino al rovesciamento dei regimi che fino a poco tempo prima parevano cristallizzati. I prossimi mesi ci diranno se davvero le cose stanno così. D’altra parte è anche difficile ricordare situazioni in cui chi detiene le leve del potere in maniera assoluta inizia a disfarsene rispondendo ad un pensiero illuminato, preparando la transizione di sua spontanea volontà, specie in paesi che non hanno mai conosciuto le democrazie o anche lontane organizzazioni statali pre democratiche che ad esse possono somigliare. Come dicevamo sopra, forse qualcosa di enorme è veramente accaduto in questi vent’anni: la popolazione araba è cresciuta, si è acculturata, ha modelli di riferimento occidentali sotto gli occhi tutti i giorni, secondo alcuni osservatori sarebbe anche in grado di godere di un certo livello di benessere. Da qui la presa di coscienza di un popolo che non è più disponibile a fare da osservatore, senza partecipare alle decisioni che vengono prese. Dunque le rivolte che generalmente iniziano da fenomeni isolati e che sono poi il risultato di decenni di frustrazione verso un’elite politico affaristica non più accettata.
Ci sono poi altri fattori storici che potrebbero essere collegati in qualche modo alla caduta del comunismo ed il fatto che sia avvenuto nel lontano 1989 non è questione comunque da lasciare sullo sfondo. L’esistenza di due grandi poli geopolitici mondiali che si contendevano la leadership mondiale aveva in qualche modo arrestato la capacità di autodeterminazione di questi paesi. I regimi che hanno preceduto quelli che oggi sono sotto scacco dei moti popolari, hanno avuto altre leadership che, di volta in volta, si sono legate ora agli Stati Uniti, ora all’ex URSS o a quest’ultima più o meno direttamente, con l’espediente dei Paesi Non Allineati. Il gruppo di paesi nato a Bandung, nel lontano 1955, seppure formalmente non legati a Mosca, rimaneva ad essa legato, se non altro per una pura ragione di allontanamento dalle potenze europee (tutte tranne quella sovietica) dalle quali erano stati soggiogati. Oggi l’Africa maghrebina appare essere stata lasciata al suo destino, specie dopo l’elezione di Obama a Presidente degli Stati Uniti d’America. I discorsi di Obama nei paesi africani, soprattutto quello del Cairo, potrebbero avere aperto una breccia. Gli Stati Uniti, a parte le parole da tribuno di queste ore del beduino di Tripoli (così il leader Gheddafi si è spesso definito) sembrano essere rimasti lontani o freddi nei confronti dei leader di Tunisia ed Egitto, e potrebbero essere tali anche con Bouteflika, con Assad (non siamo certi che se cadesse gli Stati Uniti brinderebbero perché una nuova fase di instabilità si aprirebbe in un’area cruciale per i destini del mondo) e con i monarchi arabi. Infine la debolezza intrinseca dell’Unione Europea che non è in grado di decidere nulla, su temi di questa portata.
(segue commento successivo) FDL

Recinto Internazionale ha detto...

In definitiva, i motivi più immediati che ragionevolmente potrebbero essere delineati nello spiegare il nuovo scenario che sta abbracciando i paesi affacciati sulla sponda africana del Mediterraneo o comunque tutti i paesi del vecchio Impero Ottomano, paiono essere attribuibili a:
- Crescita della coscienza collettiva della popolazione grazie ad un lungo periodo storico connotato da leadership forti, autoritarie, che però hanno permesso la crescita media dell’istruzione, un livello di benessere sensibile, soprattutto rispetto agli standard africani (in Medio Oriente la situazione appare essere leggermente migliore);
- la vicinanza all’Unione Europea, vista in molti casi come fenomeno geopolitico da imitare;
- la scomparsa dello scenario bipolare che aveva contraddistinto l’intera seconda metà del Novecento;
- il riposizionamento della diplomazia statunitense verso altri scenari geopolitici e con lo sguardo verso l’estremo Oriente;
- la presenza, in ambito europeo, di un’Unione forte economicamente, ma debolissima sul piano politico e militare, nonostante l’ombrello NATO ancora formalmente utilizzabile per le crisi europee.
Colpisce, in questo scenario, la mancata capacità, da parte degli analisti, di percepire questi movimenti. Non si può non rilevare che quasi tutti i governi sono rimasti sorpresi o spiazzati di fronte a questi eventi. Anche qua possiamo intravedere alcune ragioni, fermo restando che la nostra non è un’affermazione certa, non abbiamo la verità, ma non c’è dubbio che gli Stati Uniti, come potenza egemone, sono i principali sconfitti. Ogni tanto gli USA cadono a causa delle loro sottovalutazioni. Se si ha una visione troppo centrata su se stessi, è difficile capire o comprendere chi ci sta di fronte. E soprattutto, è difficile parlare ad altri e capirli se si usa solo il nostro linguaggio. E’ come parlare con i sordi. Fuor di metafora, se gli USA non guardano agli arabi provando a guardarli con i loro occhi, difficilmente potranno comprenderli. Questo vale incredibilmente anche per l’Europa che storicamente ha sempre avuto relazioni a vario titolo con questi paesi. E’ sinceramente sconcertante come nessuna cancelleria abbia davvero capito quello che stava per accadere. Il problema fondamentale, e potremmo sbagliarci, è sempre rappresentato dalla barriera linguistica.
Quanti sono gli analisti di questi paesi che studiano, conoscono, viaggiano nei paesi arabi? Quanti sono quelli che realmente possono capire questa lingua nelle loro sfaccettature? Non si può pensare, a questi livelli, di comprendere un mondo così complesso affidandoci solo all’inglese di Al Jazeera. Si ha davvero la sensazione che la mancanza di comprensione di questo spicchio di mondo derivi dall’impossibilità di parlarci direttamente. Per non parlare del nostro paese dove gli studi umanistici e quelli sullo stato in generale sono ormai diventati un lusso per pochi. Il declino del nostro stato passa anche da questo. Un paese che percepisce come scarsamente importante la conoscenza delle lingue, non potrà mai avere una propensione internazionale a meno di non poter imporre la propria lingua, a dispetto delle politiche di internazionalizzazione caldeggiate dai ministeri a favore delle nostre imprese. In definitiva, ci pare di poter dire che la barriera linguistica, prima ancora di quelle geografiche, rappresenta ancora oggi il più grande ostacolo alla comprensione reciproca dei popoli. Ma prima di arrivare a questo, dovremo preoccuparci molto più semplicemente e più prossimamente, a quello che accade davanti a noi. Sperando che i vecchi sudditi della Sublime Porta possano avere un futuro migliore da un lato, e che anche noi possiamo ricominciare a pensare di averne un altro.
Francesco Della Lunga