lunedì 7 febbraio 2011

Palestinian Papers, la Wikileaks dei palestinesi

Dopo le rivelazioni di Wikileaks sulla diplomazia americana e su come Washington legge, sulla base dei report delle sue ambasciate, i rapporti con gli amici ed i nemici, un nuovo fiume di rivelazioni svelano i tentativi di pressioni politiche e diplomatiche fra quattro contendenti nella Terra Santa: l’unica Superpotenza, gli Stati Uniti, la vecchia padrona del mondo fra l’Ottocento e la prima metà del Novecento, ed ancora oggi sempre presente ed attiva potenza britannica, gli israeliani ed i palestinesi. Una lotta complicatissima che vede forse non inaspettatamente la presenza inglese, nel complicato gioco geopolitico mediorientale. A cura di Francesco Della Lunga

1 commento:

Recinto Internazionale ha detto...

Queste rivelazioni, portate allo scoperto da Al Jazeera e dal Guardian hanno evidenziato come, durante l’ultimo governo Olmert, la diplomazia israeliana, comandata da Tzipi Livni, abbia cercato di chiudere definitivamente gli accordi di pace con una vittoria incontrovertibile, favorita dalla debolezza della leadership palestinese dei territori occupati (quella di Abu Mazen, Presidente dell’Autorità Palestinese, per intendersi, a scapito del gruppo che oggi comanda la striscia di Gaza, Hamas).
Secondo alcune di queste ricostruzioni, la politica e l’autorevolezza del gruppo palestinese succedutosi ad Arafat, da molte parti attaccata e ritenuta inefficiente e corrotta, ne confermerebbero l’ormai compromessa reputazione. Da molto tempo gli osservatori dell’irrisolto e forse irrisolvibile conflitto mediorientale hanno posto l’attenzione alla crescente mancanza di autorevolezza della dirigenza palestinese, accusati da più parti di corruzione, in confronto alle difficilissime condizioni di vita dei palestinesi.
Queste carte rivelerebbero che i diplomatici di Abu Mazen avrebbero contrattato la pace concedendo tutto il concedibile agli israeliani. Dal mancato riconoscimento dei diritti degli esuli palestinesi, al riconoscimento invece della sovranità israeliana su tutti gli insediamenti prolificati dopo la guerra dei sei giorni (ampi territori della Cisgiordania), fino alle zone di Gerusalemme ancora contese. Dalle carte palestinesi emergerebbe anche una “prossimità” nel lavoro condotto fra i due servizi segreti, quello israeliano e quello palestinese. Insomma, uno scambio di informazioni reciproche che avrebbe avvantaggiato in tutti i modi quello israeliano. Questi documenti, riferibili a trattative recenti scaturite negli ultimi due anni della presidenza Olmert, dimostrerebbero da un lato che Israele, con l’appoggio USA (ultimi bagliori della morente amministrazione Bush) sarebbe stato e sarebbe in grado di stroncare ogni resistenza palestinese, imponendo la propria forza sull’attuale leadership considerata politicamente legittima dagli interlocutori internazionali ma politicamente screditata dal proprio popolo e probabilmente priva di ogni rappresentatività. Dall’altra che Israele non può probabilmente stravincere senza evitare un conflitto impossibile da gestire nel futuro.
Se si pensa a quello che sta accadendo oggi in Egitto ed in Tunisia, si può concordare su chi ritiene che gli israeliani abbiano avuto buon fiuto politico. La Tunisia non è lontana dalla Palestina ed Israele perché è noto a tutti la vicinanza politica ai Palestinesi la cui OLP ebbe proprio la possibilità di rappresentare la dirigenza palestinese in esilio dopo la guerra dei sei giorni ed i fatti di settembre nero. L’Egitto ancora meno se si pensa che è l’unico paese mediorientale che ha firmato accordi di pace con Israele. Interessante, in questo scenario, rimane l’attivismo della vecchia potenza inglese. E c’è ancora chi sostiene che gli inglesi siano sempre i padroni del “grande gioco”, da almeno due secoli, utilizzando oggi (in realtà dal 1954, crisi di Suez) il braccio americano (tornano alla mente ad esempio i problemi che gli americani ebbero i primi tempi dell’occupazione irachena a Baghdad mentre gli inglesi a Bassora non subivano gli attacchi delle varie fazioni) in qualche modo inconsapevole. E se gli amanti dell’intrigo internazionale avessero ragione?
Francesco Della Lunga