domenica 14 settembre 2008

Oggi sono 1896 contatti. Che cosa accadde quell'anno in Italia?

Abbiamo toccato oggi i 1896 contatti. Ed il 1896 è stato un anno importante per le vicende italiane, ed il suo esercito, in pieno periodo coloniale. 1896 significa per noi il 1 marzo. Gli italiani si sarebbero scontrati ad Adua, in Etiopia, e sarebbero stati annientati dalle forze preponderanti del Negus Menelik II. Per leggere cosa accadde quel giorno, si può consultare il seguente link: http://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Adua
A presto amici,
Francesco Della Lunga

3 commenti:

Roberto ha detto...

Ringrazio l'amico Della Lunga che mi permette di riportare qui di seguito un ampio articolo (mi scuso per la lunghezza dell'articolo e della sua eventuale pesantezza) dedicato alla sconfitta di Adua pubblicato su RID (Rivista di Difesa Italiana) nel giugno del 2004.

LA SCONFITTA DI ADUA
Il 1° marzo 1896 presso Adua, in Etiopia, il Corpo di Spedizione italiano, costituito da 16.000 soldati fu affrontato e sopraffatto dall’esercito etiope composto da almeno 100.000 uomini. Per l'Italia questa sconfitta in battaglia rappresentò una disfatta. Infatti, non solo per la prima volta un esercito europeo era stato battuto e costretto alla ritirata da uno non europeo, ma anche perché Roma fu così obbligata ad abbandonare la sua ambiziosa politica coloniale in Africa ed a ridimensionare il proprio desiderio di entrare a far parte del ristretto circolo delle grande potenze.
I combattenti di Adua divennero così il simbolo di una vergogna nazionale e furono volutamente dimenticati. So-lo dopo la conquista dell’Etiopia e la nascita dell’Impero nel 1936, la propaganda fascista riconobbe il loro valo-re. Mentre si dovette attendere ulteriori decenni perché gli storici rivisitassero, in maniera critica, i documenti sulla battaglia di Adua, rivelando come la disfatta fu il risultato di una pessima preparazione politica e diplomati-ca della spedizione etiope e le cui cause andassero ricercate al di fuori del campo di battaglia.
Italia ed Etiopia
Nel Corno d'Africa l'Italia era presente dal 1882, inizialmente ad Assab, nella regione a nord di Mareb, sul Mar Rosso, poi, negli anni successivi, attraverso la diplomazia e le armi Roma riuscì ad estendere il proprio controllo su tutta l'Eritrea, vedendosi riconoscere (trattato di Uccialli 1889) la sovranità su questa regione dal negus Me-nelik, l'Imperatore d'Etiopia salito al trono grazie anche agli italiani. Ma la strategia italiana di penetrare in Etio-pia ed il susseguente stralcio del trattato di Uccialli da parte degli etiopi ruppe i rapporti tra i due paesi. Italia ed Etiopia entrarono in conflitto.
In terra d'Africa l'Italia inizialmente registrò importanti successi, tra marzo ed aprile del 1895 il Corpo di Spedi-zione italiano raggiunse le località di Kassala (Sudan), Aksum, Adua ed Adigrat (Etiopia), le posizioni più avan-zate raggiunte dagli italiani in questa campagna. Ma ben presto sorsero le difficoltà per il contingente italiano.
La spedizione africana fu voluta personalmente dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Crispi, sia per dare lu-stro al proprio mandato, sia per fare dell'Italia una potenza, e sia per distrarre l'opinione pubblica dai problemi economici che il paese viveva da alcuni anni. Eppure in Italia l'avventura coloniale iniziò a suscitare aspre criti-che negli ambienti politici e tra i cittadini. L'opposizione chiese fortemente in Parlamento e sui propri giornali il ritiro delle truppe dall'Etiopia, arrivando ad inneggiare perfino al Menelik; in qualche città della Penisola si giun-se anche a togliere le rotaie delle ferrovie per impedire la partenza dei soldati. Tra i cittadini invece si instaurò un'atipica alleanza tra la borghesia ed il mondo operaio contrari, per motivi diversi, all'avventura coloniale, pre-occupati infatti per gli effetti negativi che la campagna africana avrebbe provocato alle finanze dello Stato. La crisi economica impedì tra l'altro di sostenere le truppe in Africa con adeguati mezzi logistici e con ulteriori rin-forzi. A complicare la situazione vi fu l'isolamento, in campo internazionale, che il governo di Roma incontrò ri-guardo. Non venne infatti appoggiato dai suoi alleati (dal 1882 Germania ed Austria-Ungheria erano legate all'I-talia dalla Triplice Alleanza).
L'Etiopia, od Abissinia, si divideva in 4 stati: Scioà, Goggiam, Tigrè ed Amhara. Nel 1889 con la morte dell'Impe-ratore Giovanni IV, ras del Tigrè. salì al trono Menelik II, negus dello Scioà. Ma Menelik di fronte alle aspirazioni imperiali di Mangascià, ras del Tigrè, e dell'implacabile Johannes, ricercò appoggio diplomatico e militare in Eu-ropa. Si circondò di uomini d'affari e consiglieri politici europei per avvicinare gli italiani, i francesi ed i russi ed ottenere da questi armi. L'Italia ottenne in cambio il controllo dell'Eritrea, la Francia e la Russia desiderarono in-vece vedersi riconoscere i propri interessi nella regione dell'Harar ricca di risorse e porta di accesso all'Ogaden, la via per l'Oriente.
Menelik in pochi anni riuscì così a consolidare il proprio potere ed a portare l'Etiopia alla sua massima espan-sione conquistando le regioni meridionali e sottomettendo i rivali. A questo punto l'invadente protezione italiana, non fu più necessaria ed il negus decise così di stracciare il trattato di Uccialli. Le armi però continuarono a giungere in Etiopia dalla Russia e dalla Francia, desiderose di indebolire l'Italia e la Triplice Alleanza, La Francia a tal fine poté anche contare sul controllo dei principali porti della regione per sbarcare le armi.
Il Generale Oreste Baratieri
Nel 1896 Governatore d'Eritrea e comandante del Corpo di Spedizione italiano era il generale Oreste Baratieri. Baratieri nacque nel 1841 a Condino (TN); giovanissimo intraprese la sua carriera militare, infatti a 17 anni fu volontario garibaldino nella spedizione dei Mille, combatté a Marsala, Calatafimi, Corleone e Volturno. Nel 1862 entrò nel 6° reggimento dell'esercito regolare italiano con il grado di capitano, ricevendo inoltre la menzione d'o-nore per essersi distinto nella battaglia di Custoza (1866). Nel 1887 fu per la prima volta in Africa come colon-nello, al comando di uno dei reggimenti del generale Antonio Baldissera. Nel 1890 divenne comandante della piana di Massaua, città che faceva da quartiere generale nella colonia africana e nel 1892 divenne governatore d'Eritrea. Fu in quei mesi che iniziarono i contrasti tra Baratieri e Roma. Il governo infatti decise di effettuare la divisione tra poteri civili e militari, limitando i poteri della figura del Governatore. Baratieri manifestò la sua in-soddisfazione in una lettera al generale Luigi Pelloux "Qui hanno proclamato il governo civile, ma il governo non può che essere militare". L'insoddisfazione fu comunque breve, alcuni mesi successivi infatti venne proclamato un regio decreto che diede al governo civile in Etiopia la facoltà di assumere il comando delle truppe ogniqual-volta lo avesse ritenuto necessario. Baratieri però abusò di questo potere entrando così in contrasto con il Mag-giore Generale Giuseppe Arimondi, rappresentante dell'autorità militare e comandante delle truppe in Eritrea. In mancanza di una precisa legislazione che disciplinasse i poteri e le funzioni del governo coloniale, Baratieri poté così godere di carta bianca nella gestione della colonia, che però ben presto ebbe effetti negativi sul suo man-dato e sulla presenza italiana nel Corno.
Tra il 1893 ed il 1894, Baratieri fece confiscare circa 400.000 ettari suscitando il malumore delle popolazioni lo-cali ed un'inevitabile sentimento antiitaliano tra gli eritrei. Baratieri credette profondamente nel primato della sfe-ra militare, ed eliminò così gradualmente quasi tutti gli esperti ed i funzionari civili dall'amministrazione della re-gione, passando invece le loro mansioni ad i suoi ufficiali; tra queste mansioni ci furono i lavori geodatici. In una lettera a Pelloux, Baratieri scrisse "I militari mi estenderanno una carta al 1:100.000 delle regioni non ancora ri-levate dall'Istituto Geografico che d'ora in poi non invierà più i suoi impiegati. Essi mi tracciano e mi dispongono i lavori per le strade e lo scavamento dei pozzi che tante importanza necessitano alle comunicazioni militari e commerciali.." Così nel 1892 l'Istituto Geografico sospese i rilievi cartografici, ma i militari non ebbero il tempo, i mezzi ed il personale per completare le mappe. La campagna del 1895-96 fu così condotta senza carte, solo dopo la sconfitta di Adua, nell'inverno del 1986, il personale specializzato dell'Istituto Geografico fu autorizzato a rientrare in Africa.
Per quanto riguarda la forza militare, Baratieri in Eritrea dispose di un Corpo di Spedizione composta dalla Bri-gata indigeni ( guidata dal Maggiore Generale Matteo Albertone), che disponeva di 4076 fucili e14 cannoni. La 1^ Brigata fanteria (Arimondi), con 2493 fucili e 12 cannoni, la 2^ Brigata fanteria (Maggiore Generale Vittorio Emanuele Dabormida) 3800 fucili e 18 cannoni, ed infine la 3^ Brigata fanteria (Maggiore Generale Giuseppe Ellena) con 4250 fucili e 12 cannoni. Ai soldati delle batterie furono date invece solo 14 fucili per batteria, contro i cento necessari.
In totale il Corpo disponeva di 14519 fucili e 56 cannoni. I soldati avevano il fucile svizzero Wetterli, modificato Vitali modello 70/87, calibro 10,35 con caricatore di 4 cartucce, invece del nuovo modello .91, calibro 6,5 carica-tore di 6 cartucce, che era in dotazione invece ai soldati in Italia e capace di un tiro radente fino a 700 metri, con una capacità straordinaria di penetrazione con un calibro minimo. Certo il Wetterli non era superato, ma era ef-ficace solo a breve distanza, inoltre usava cartucce più pesanti tanto che ogni soldato libero da impedimenti po-teva avere circa 160 cartucce invece delle 300 del modello .91. Se fosse stato optato per questo secondo mo-dello di fucile non ci sarebbe stato bisogno di continui rifornimenti di munizioni, ma la scelta per il Wetterli fu fat-ta perché questo era già da tempo in dotazione agli ascari, non volendo così due tipi diversi di fucili e quindi di munizioni, fu scelto il modello svizzero eliminando così fin dal principio il rischio di errori nelle consegne delle cartucce.
Per quanto riguardava i cannoni, Baratieri poté disporre di 9 batterie con complessivamente 56 cannoni di cui 12 a tiro rapido. L'onorevole Macola sul Corriere di Napoli il 2 aprile del 1896 scrisse a proposito della forza di fuoco dell'artiglieria italiana: " […] questi famosi cannoni furono comperati nel 1887 nel numero di 100 […] e poi confinati nei magazzini perché riconosciuti poco pratici ed efficaci […] A buon conto era da ricordare che quelli erano pezzi d'assedio o da posizione fissa e non da campagna, si doveva sapere che la punteria richiedeva tempo ed esperienza nel maneggio degli alzi, era poco pratica sotto la fuciliera dei proiettili (42mm di calibro) non permette infatti di rettificare il tiro, specie nei momenti concitati".
Inoltre tra Zalà ed Entriscò, con la colonna salmerie ed il parco artiglieria si trovava una compagnia del 12° bat-taglione fanteria (120 uomini), 115 uomini del battaglione bersaglieri, 1400 conducenti (metà italiani e metà a-scari) armati di fucili e pistola a rotazione, 50 ufficiali e 900 indigeni, non armati, addetti ai servizi vari.
La truppa presentò inizialmente dei limiti nell'amalgama e nell'affiatamento in quanto i reparti erano stati costitui-ti in Italia per l'occasione, composti prevalentemente da volontari provenienti da unità sparse sull'intero territorio nazionale, mentre il completamento delle truppe fu spesso effettuato per sorteggio e comando.
Nel Corpo di Spedizione affianco ai soldati italiani si schierarono numerosi ascari. Con il termine ascaro, dall'a-rabo askari, soldato, furono così chiamati, nel XIX e XX secolo, i soldati indigeni arruolati nel continente africano dalle truppe tedesche ed italiane. Gli ascari dell'esercito italiano, inizialmente provenivano dall'Arabia meridiona-le, poi successivamente dall'Eritrea e dalla Somalia. Nei primi tempi gli ascari furono impiegati dal Comando ita-liano in bande raccogliticce ed utilizzati per sporadiche missioni militari. Fu nel 1887 che Antonio Baldissera eb-be l'idea d'inquadrarli nelle truppe regolari. Si crearono anche reparti specializzati del tipo zaptié, meharisti o dubat. La loro divisa era in cotone di colore cachi, grande fusciacca in vita con i colori del reggimento, fez rosso con fiocco. Gli ascari combatterono, con coraggio ed onore, per l'Italia fino al 1941, poi caddero nel dimentica-toio. Anche ad Adua si contaddistinsero per il loro valore ed impegno.
L'esercito etiope
Menelik con l'unificazione dell'Etiopia sotto il proprio potere riuscì anche a potenziare la forza militare del paese. La conquista del ricco e potente regno di Uallamo e delle regioni meridionali fornirono al negus quelle ricchezze necessarie a comprarsi l'appoggio dei notabili locali oltre che nuove e più efficienti armi in Europa, indispensabili per consolidare il proprio potere all'interno e per resistere alle aggressioni dall'esterno.
L'esercito etiope, tradizionalmente ben armato, negli ultimi decenni si era dotato di moderne armi e munizioni. Nel 1848, il negus Teodoro intrapese una frenetica ricerca all'acquisto di mortai e fucili, tanto da poter schierare un arsenale comprendente 15 cannoni, 7 mortai, e 11.000 fucili a doppia canna. Le truppe di Menelik ereditaro-no parte di questa forza di fuoco. Non solo, il riarmo dell'Etiopia fu favorito proprio dall'Italia, che sostenendo il negus contro i suoi rivali, inviò all'Imperatore numerose armi tramite il porto africano di Assab controllato da Roma. Si pensi che nel febbraio del 1893 Menelik denunciò il trattato di Uccialli, solo poche ore dopo che si era assicurato che quasi due milioni di cartucce, portate dal delegato italiano, Leopoldo Traversi, fossero state stoc-cate nel suo arsenale.
Oltre che dagli italiani le armi da fuoco agli etiopi provennero anche dai francesi. Menelik entrò a contatto con il governo francese tramite lo svizzero Alfred Ilg l'ambasciatore dell'Etiopia in Europa, e uomini d'affari francesi quali, Chefneux, Soleillet, Savouré e Brenond. Leon Chefneux divenne anche consigliere militare particolare di Menelik. Accordi per l'acquisto di armi furono raggiunti con gli armeni, Sarkis e Terzian, anche quest'ultimo fu nominato consigliere militare del negus. Altre armi inoltre giunsero in dono dalla Russia zarista solidale con l'E-tiopia per motivi religiosi, essendo entrambi i paesi cristiano-ortodossi. San Pietroburgo oltre alle armi offrì an-che la consulenza di propri strateghi militari, il cui contributo fu importantissimo nella tattica impiegata ad Adua. Tra i personali strateghi di Menelik è da ricordare il conte Leontieff.
Le armi entravano nel Corno d'Africa attraverso i porti occupati dai francesi nel Golfo di Aden: Tagiura, Obock, e dal 1892, Gibuti. Inoltre l'Etiopia poté contare anche su una propria manifattura militare, ad Harar infatti si fab-bricavano giornalmente 200 cartucce da fucile.
Nonostante i rifornimenti di armi provenienti dal vecchio continente, agli etiopi era riconosciuta comunque gran-de capacità militare, infatti in ragione della loro maturità politica e sociale erano stati in grado, fin dal Medioevo di mobilitare grandi eserciti, spesso con un impiego di forza superiore ai 100.000 uomini. L'esercito etiope schie-rato ad Adua fu l'esercito più potente e numeroso fino ad allora impiegato in Africa.
In base a questa tradizione bellica, ai militari era riconosciuto un ruolo importante nella vita politica del paese, tanto da fregiarsi di titoli nobiliari. La gerarchia militare si componeva dei seguenti gradi: il ras (letteralmente ca-po, usato per un comandante o governatore di provincia), degiac (comandante della porta, l'equivalente di ge-nerale), asmac (comandante), fitaurari (comandante dell'avanguardia), cagnasmac (comandante del qaññ, o ala destra, equivalente a colonnello), grasmac (comandante dell'ala sinistra, equivalente di colonnello), mendasnac (comandante della riserva), balmbares (comandante di una fortezza), likemequas (aiutante dell'Imperatore), ba-scia (comandante dei fucilieri), oturk bascia (fucilieri spesso provenienti dall'Impero ottomano) ed infine lo shambal (ufficiale responsabile di 1.000 uomini).
I combattenti etiopi si distinguevano in due gruppi: il primo, il più numeroso, era composto da contadini mobilitati alla guerra solo in caso di emergenza. Il secondo, il più piccolo, ma militarmente più efficace, comprendeva le guardie imperiali, cioè i seguaci personali del negus; questa era una forza semipermanente e meglio armata della truppa.
La consistenza dell'esercito etiopico però variava considerevolmente di anno in anno ed anche di mese in me-se. Il numero degli uomini richiamati infatti dipendeva dall'abilità del sovrano di mobilitarli e dall'emergenza da affrontare. Inoltre ogni governatore di una regione (ras), doveva fornire un contingente proporzionale al territorio posseduto, per esempio ras Mangascià del Tigrè, ras Mikael dello Uollo, il negus Tecla Haimanot del Goggiam, ras Uoldiè del Jeggin, uag-scium Guangùl del Lastra fornirono a Menelik numerosi uomini contro l'invasore ita-liano.
L'avanzata etiope
Il 17 settembre 1895, da Addis Abeba, Menelik decise di contrastare l'avanzata del Corpo di Spedizione italiano in territorio etiope, mobilitando il proprio esercito. All'appello di mobilitazione risposero circa 200.000 combatten-ti, molti dei quali furono rimandati indietro perché mancavano abbastanza viveri per sostenere la campagna mili-tare e l'impossibilità, così numerosi, di marciare velocemente e disciplinatamente. Menelik ottenne soldati dalle regioni del Nord e del Centro, le zone più minacciate dall'avanzata italiana, ma anche altre regioni risposero po-sitivamente all'appello. Infatti la regione meridionale dell'Harar, governata dal ras Makonnen (padre del futuro Imperatore, Alié Salassié), contribuì con numerosi combattenti, in numero inferiore solo agli scioani, l'etnia del-l'Imperatore. Menelik inoltre poté contare anche sulla collaborazione delle tribù indigene nelle zone sotto il con-trollo italiano, le quali, deluse dall'amministrazione Baratieri, covarono un grande sentimento anti italiano ope-rando sul confine con l'Eritrea come spie di Menelik.
Sebbene una stima esatta sulla consistenza dell'esercito etiope sia impossibile averla, è certo che Menelik mise in marcia almeno 85.000 fanti e 22.600 cavalieri. Come tradizione l'esercito fu accompagnato da numerose donne, bambini ed altri seguaci, impiegati nel trasporto essenziale e negli altri servizi ausiliari, apparendo così da lontano ancor più numeroso.
Nel novembre 1895, l'esercito abissino in marcia si componeva di oltre 100.000 uomini armati, suddivisi in due grandi gruppi. Uno a nord del lago Ascianghi, al comando del ras Makonnen (30.000 uomini), l'altro al sud gui-dato da Menelik (70.000 uomini). Le retrovie invece erano gestite dai quattro capi indigeni (Abba Gifar, Tona, Giotè, Gabra-Egziabhér) delle regioni meridionali.
L'esercito non disponeva di classiche uniformi, gli elementi in comune ai soldati erano dei calzoni corti al ginoc-chio, camicia shanna (una specie di toga), una cartucciera in vita, un cinturone al quale era allacciato anche la spada a falce od a lama diritta a doppio taglio, questa, raramente usata in battaglia, era invece simbolo di per-sona influente. Sulle spalle era indossato lo scudo rotondo di pelle ed un mantello di capra mentre sulla testa un fazzoletto di cotone. Gli ufficiali si distinguevano per una sorta di uniforme composta da camicia di seta colorata, scudi con sbalzi d'oro o di argento a seconda del grado.
Le armate etiopi erano così numerose che nel muoversi si estendevano su immense aree di territorio, coprendo molti giorni di cammino, tanto che l'avanguardia poteva trovarsi 2 o 3 giorni di marcia dalla cavalleria. Questa era prevalentemente composta da cavalieri Galla, tradizionalmente i più abili a cavallo tra gli abissini. La caval-leria si divideva in due ali, alla destra e alla sinistra dell'Imperatore, i cavalieri erano armati di due lance di di-mensioni diverse.
Il grosso della fanteria, affiancato da numerose donne, mogli, bambini e coloro che si occupavano del trasporto dei rifornimenti, seguiva il negus. Chiudeva lo schieramento la retroguardia, divisa anch'essa in due ali. Tra i compiti della retroguardia vi erano anche quelli di radunare i soldati sbandati o stanchi e seppellire i morti. Molto distanti dagli altri reparti, alla destra ed alla sinistra della formazione, si schieravano le forze ausiliarie chiamate fanno, che spesso si lasciavano andare a saccheggi per requisire i viveri per i soldati.
La questione dell'approvvigionamento viveri rappresentò, per le autorità militari etiopi la principale preoccupa-zione. Durante questa campagna l'esercito etiope non fu in grado di essere ancora autosufficiente nella raccolta del cibo per i propri combattenti, non esisteva infatti un sistema di rifornimento organizzato dallo Stato, Ogni uf-ficiale ed i soldati che potevano permetterselo, erano seguiti dalle loro mogli e dai loro servi, che trasportavano i viveri. Quando le provviste erano finite i soldati dovevano vivere su ciò che offriva il terreno od abbandonare la spedizione. Non esisteva quindi un'organizzazione logistica che permettesse all'Etiopia di mantenere il proprio esercito impegnato in una lunga guerra, Menelik fu così fortunato che la battaglia di Adua durò un solo giorno.
I fucili utilizzati dagli etiopici (circa 50.000 ad Adua) erano l'antiquato Snider, i fucili da montagna Hotchkiss, le mitragliatrici Gras, i fucili a retrocarica Remingtons, Gras, Lebel e Wetterly, Martini-Henry, Berdaned ed il Mau-ser. Ogni soldato semplice aveva in dotazione dalle 30 alle 40 cartucce che dovevano durare per tutto il periodo della mobilitazione, durante la marcia non vi furono altre possibilità di rifornimento.
L'esercito etiope inoltre poté disporre di cannoni a tiro rapido completi di affusti leggeri, cassette per le munizioni e bardature adatte ai muli, e cannoni a rivoltella, 54 cannoncini Hotchkiss e due pezzi Krupp da 9.
La tradizionale tattica militare degli etiopi, che non attaccavano mai durante le ore notturne, prevedeva di cir-condare il nemico, e quando la manovra era compiuta, avanzare centralmente servendosi di ogni copertura di-sponibile. Poi simultaneamente attaccare con l'intera forza cercando di avvicinarsi il più possibile. A contatto con il nemico abbandonare i fucili imbracciare lo scudo e la spada e lanciarsi nel corpo a corpo. Il cerchio intor-no al nemico era formato in primo luogo dalle truppe del Fitaurari, seguite a breve distanza dall'ala destra e quella di sinistra che avanzavano per circondare ciascun fianco mentre il centro e la riserva procedevano contro il centro del nemico. Il movimento era portato avanti ad un passo costante ed era coperto da un nugolo di tiratori che avanzavano sparando per realizzare la copertura. A breve distanza gli etiopi erano ottimi tiratori, sebbene non sapessero niente riguardo la strategia di fuoco europea. Inoltre gli abissini evitavano di dare battaglia in ampi spazi distesi, cercando invece lo scontro nelle zone di macchia, sulle colline disseminate da ciottoli. I sol-dati etiopi infatti avevano una grande mobilità, un carico leggero, marciavano veloci ed a piedi scalzi ed inoltre avevano una grande resistenza alla fatica ed agli stenti.


Verso Adua
Prima di descrivere la battaglia è necessario riepilogare rapidamente le tappe di avvicinamento alla valle di A-dua dei due eserciti.
Nel tardo autunno del 1895 il Corpo di Spedizione italiano incontrò le prime difficoltà, scontrandosi con le avan-guardie di Menelik. Il 7 dicembre infatti gli italiani furono costretti a ritirarsi da Amba Alagi, un'avamposto nel Ti-grè, sede di una compagnia italiana di circa 2.500 soldati al comando del maggiore Pietro Toselli. Questa fu at-taccata il 25 novembre dalle forze di ras Makonnen, 2.350 soldati italiani caddero in battaglia. La sconfitta di Amba Alagi determinò il contrasto tra Baratieri ed Arimondi, divisi sul modo di condurre la campagna etiope e sui ritardi fatali alla compagnia di Torselli. L'8 dicembre la situazione peggiorò; le truppe etiopi iniziarono infatti l'assedio al forte italiano di Macallè, nell'Endertà, comandato dal tenente colonnello Giuseppe Galliano.
Nelle prime settimane di gennaio Baratieri istituì ad Adigrat, nel Tigrè, una intendenza militare dove furono con-centrati materiale e scorte di viveri per 20-25 giorni, la direzione dei servizi di commissariato, di sanità e di vete-rinaria. L'Intendenza si trovò però ad un'eccessiva distanza da Massaua, in una dislocazione troppo avanzata per essere servita bene nei rifornimenti. Infine Baratieri avocò il controllo dei servizi del genio e dei telegrafi, frammentando il comando e facendo mancare l'unità gestionale dell'organizzazione logistica. La linea avanzata occupata dagli italiani necessitò di rinforzi e mezzi che Crispi non potè concedere, per l'opposizione del Ministro Sonnino, che si rifiutava di concedere ulteriori soldi alla campagna africana (era previsto per l'Eritrea un bilancio di 9 milioni, circa 30 milioni di euro), e per le vicine elezioni politiche per le quali il governo era visto in difficoltà. Ma il 25 gennaio anche Macallè fu evacuata dagli italiani; tra dicembre e gennaio 1895 quindi le truppe italiane stavano ripiegando, Crispi comprese che era necessario limitare la carta bianca concessa fino ad ora a Baratie-ri, s'inizio così a parlare di una sua sostituzione con il tenente generale Antonio Baldissera, ma il problema per Crispi era che Baldissera, conoscitore del Africa, prima di accettare avrebbe voluto l'impegno del governo a for-nirgli ulteriori rinforzi da inviare in Africa. Il governo fu titubante per mancanza di fondi, sebbene avesse iniziato da metà dicembre ad inviare rinforzi, la decisione di sostituire Baratieri fu congelata.
Intanto gli italiani tra gennaio e febbraio iniziarono a ripiegare raggiungendo le località di Adigrat, Adagamus, Mai Gabetà, Tucuz, e Saurià, mentre gli etiopi avanzarono per Macallè, Ausien, Faras Mai, e Saurià.
Menelik volle quindi passare ad ovest, per la via che da Macallè, passando per Harussien portava ad Adua, ag-girando così le posizioni italiane a Saurià e puntando verso l'Eritrea. Per evitare la riuscita della manovra etiope il Corpo di Spedizione si portò rapidamente nella regione di Entusciò, verso Saurià, l'esigenza di anticipare gli etiopi provocò alla colonna italiana in marcia un eccessivo e pericoloso allungamento; inoltre gli italiani furono costretti a muoversi senza carte e con scarsa conoscenza del territorio, il pericolo di essere sorpresi dal nemico fu alto.
Saurià, distante 30 km da Adua, era una forte posizione difensiva per gli italiani e per questo il negus volle aggi-rarla, ma anche a Saurià le difficoltà logistiche per gli italiani non mancarono. La caduta di Macallè infatti aveva costretto il comando italiano a spostare l'intendenza ad Adì-Cajè, ancora più lontano dal fronte, aumentando i ritardi per gli approvvigionamenti; non solo, a complicare la situazione intervennero gli attacchi della guerriglia indigena e la mancanza di mezzi di trasporto. I cavalli, su cui si basava il trasporto delle merci, trovavano infatti enormi difficoltà sugli altopiani, dove non esistevano strade, mentre i muli, più adatti a percorrere questi sentieri, erano pochissimi. Da Massaua a Saurià vi erano 186 km di disagevoli mulattiere. Quindi nel momento più im-portante i rifornimenti a Baratieri entrarono in crisi.
Baratieri propose di ripiegare ad Adi-Cajè entro i confini della colonia, ma come avrebbero interpretato il gover-no e l'opinione pubblica questa ritirata? Il 21 febbraio Baratieri telegrafò a Roma la decisione di ripiegare verso Adi Cajè, quest'atto rimosse ogni ostacolo a Crispi per la sostituzione di Baratieri. Baldissera ottenne le garan-zie (uomini e mezzi) richieste, ma la sua partenza per l'Africa fu tenuta segreta. S'imbarcò infatti a Brindisi su una nave straniera, sotto il nome di Palamidessi. Crispi non volle infatti che Baratieri venisse a sapere della so-stituzione finché Baldissera non fosse giunto a Massaia; non si voleva che il Governatore, assalito da un pro-lungato logorio fisico e nervoso, si abbandonasse ad un colpo di testa. Il 25 febbraio da Napoli partirono i rinfor-zi di Baldissera.
Con la decisione di ripiegare ad Adi-Cajè, Baratieri aveva visto la soluzione migliore, ma non aveva avuto il co-raggio di imporla. Era un uomo solo, malato, da settimane i nervi tesi e la tensione lo costringevano a sopporta-re febbri ed insonnia, ed aveva chiesto inutilmente a Roma di essere sostituito. Inoltre Baratieri soffriva il difficile rapporto con gli altri ufficiali, oltre ad i contrasti con Arimondi, Baratieri non incontrava il favore del Capo di Stato Maggiore, Valenziano. Questi infatti, formatosi alle dottrine di Moltke, tendenti alle manovre avvolgenti, non concordava con la tattica di cautela del Governatore, ed appoggiava l'idea degli altri comandanti di non ripiega-re.
I rinforzi
Tra dicembre e marzo il governo italiano inviò così numerosi rinforzi. Se nelle prime settimane del 1896 nella colonia eritrea vi erano 17 battaglioni nazionali e 2 ascari, più forze minori, con 2.200 quadrupedi, nelle prime settimane di marzo invece Baldissera, a Massaua, ebbe ad i suoi ordini 40 battaglioni italiani e 7 ascari, 62 pez-zi, 7 compagnie del genio, in tutto 1.300 ufficiali, 41.500 uomini ( 1/4 eritreo) e 10,500 quadrupedi.
Dopo la sconfitta di Amba Alagi, il governo si era visto approvare dalla Camera dei Deputati la spesa straordina-ria di 20 milioni di lire per la guerra contro l'Etiopia. Ma non bastava ancora. Secondo un calcolo effettuato in quel periodo da esperti inglesi, nessuna nazione europea poteva mantenere un proprio esercito sul territorio per meno di 8 scellini al giorno per persona. Al cambio i 20 milioni di lire potevano sostenere solo per tre mesi i 20.000 soldati italiani presenti in Africa.
I rinforzi furono formati rapidamente con ufficiali ed uomini tratti da reggimenti diversi, un procedimento obbliga-to in quanto il Ministero della Guerra aveva deciso che non era possibile inviare in Africa né le reclute, né gli an-ziani prossimi al congedo.
La maggioranza dei reparti fu operativa però solo dopo la battaglia di Adua, eppure l'esperienza avrebbe dovu-to insegnare agli italiani che Menelik non avrebbe mai prolungato la campagna militare oltre la metà di marzo per non essere sorpreso dalla stagione delle piogge.
I primi rinforzi partirono il 17 dicembre da Alessandria. Pur nevicando, la truppa indossava già dalla partenza la divisa coloniale di tela, con mantellina leggera e fez rosso. Il 20 dicembre, in treno, raggiunsero Napoli per im-barcarsi. La partenza in nave avvenne il 25 dicembre, il primo gennaio la flotta fece scalo a Porto Said per rifor-nirsi di carbone ed il 3 gennaio giunse a Massaua. Il 4 i rinforzi si misero in marcia per Asmara, facendo solo un piccolo tratto iniziale in treno, il 7 gennaio arrivarono ad Asmara.
Il pasto era fornito una sola volta al giorno e consisteva in brodo, pasta, carne, pane, vino, rum e caffè, ma già il 10 gennaio in marcia per Decamerè i rifornimenti iniziarono a tardare. Un barattolo di farina di frumento e carne cruda veniva diviso tra due soldati.
Tra il 25 dicembre 1895 ed il 10 marzo 1896, furono sbarcati a Massaua 38063 uomini 1537 ufficiali, 8584 muli e 100.000 barili di materiali. Lo sbarco fu molto complesso ma relativamente rapido. A Massaua, di notte, la Ma-rina Militare impiegò centinaia di indigeni per scaricare chiatte e vapori e per caricare carri e vagoni ferroviari. Ad ogni arrivo fu necessario sbarcare gli uomini, estrarre le casse dei fucili dalle stive, imbarcarle sulle chiatte, scaricarle sul molo, aprirle, tirar fuori i fucili, ripulirli dal grasso e distribuirli ai soldati. Inoltre si incontrarono e-normi difficoltà nel far abbeverare gli animali, nel catalogare i materiali sbarcati ed il loro invio ai magazzini. I moli furono così sempre occupati e si rese necessario sospendere alcuni sbarchi per dare la precedenza ad al-tri.
I battaglioni,come regola, si trattennero solo 2 giorni a Massaua, le batterie un giorno di più per far riposare i muli e per procedere alla loro ferrata. Dopo di che soldati e animali furono inviati al fronte. Due erano le vie di comunicazione fra Massaua e Adigrat: la Massaua-Archico-Adi Cajè-Adigrat di 190 km e, la più lunga, Mas-saua-Saati-Asmara-Saganeiti-Adi Cajè-Adigrat. Per muovere le truppe occorreva quindi avere un numero suffi-ciente di animali, ma non fu sempre possibile, come osservava un articolo del Corriere della Sera di quel perio-do " […] si calcola generalmente che uno dei nostri muli possa portare le provviste necessarie per 8 giorni al-l'uomo ed all'animale. Vi sarebbero necessari 2 o 3 muli per soldato per raggiungere il territorio che vogliamo conquistare". Alla fine di dicembre, tra Massaua, Asmara ed Adigrat, c'erano invece circa 3.000 cammelli, e nel-le due settimane successive il generale Arimondi, nominato da Baratieri responsabile della logistica, riuscì a re-perire 8.200 cammelli e 3.000 muli. In totale gli italiani avevano quindi 11.200 animali e se fossero sopravvissuti tutti avrebbero potuto mantenere 3.700 soldati al fronte. Ma a febbraio Baratieri aveva un Corpo di Spedizione con oltre 15.000 soldati. Inoltre i quadrupedi morirono a centinaia per il peso del lavoro, per le pessime strade, per il cattivo trattamento e sia per il cambiamento di clima tra le pianure e gli altipiani che facevano molto soffri-re i cammelli. Il colonnello Ripamonti in una sua relazione denunciava " Avrebbero dovuto trovarsi a disposizio-ne dell'Intendenza all'atto del mio arrivo ad Adi Cajè circa 5.000 cammelli, ma il 23 gennaio ve ne erano 2.300 ed il 26 si ridussero a 1.700. […]".
Il Generale Dabormida giunto in colonia nel gennaio del 1896, notava: " […] non abbiamo vino ne pane, ma l'acqua c'è, anche se non sempre limpida e profumata, e con la farina abbiamo supplito al pane, facendo focac-ce all'abissina che qui chiamano borgutta". Era questa una focaccia dura e difficile da digerire. S'iniziò così a ridurre la razione individuale che adesso si costituiva della sola farina che in quantità alle volte non superava quella contenuta in una tazza di tè. Il vestiario lasciava molto a desiderare, i soldati indossavano le più svariate forme di copricapo: "Il berretto, il fez, il cappello di paglia, quello della regia marina o di feltro grigio. Giubbe e pantaloni di tela a causa delle marce e dei lavori e dei servizi si logoravano presto ed in mancanza di acqua si dovettero tollerare sporchi". Non esisteva infatti il ricambio, spesso il battaglione, che giungeva in Africa con il doppio corredo, veniva privato della muta per vestire altri che ne erano privi.
La vigilia della battaglia: gli etiopici
Menelik aveva condotto la marcia evitando uno scontro diretto con i nemici, e più volte aveva offerto agli italiani l'opportunità di aprire trattative di pace. Sul finire di febbraio l'esercito abissino era accampato nella conca d'A-dua (Tigrè settentrionale), non lontano dai confini della colonia italiana d’Eritrea, occupando un'eccellente posi-zione difensiva. Nel caso di attacco frontale infatti gli etiopi non erano circondabili, se non da parte di un eserci-to molto più numeroso.
Menelik e la regina Taitù stabilirono il loro campo sull'altura di Fremona, vicino ad Adua, alla loro destra c'era re Tacla-Haimanot, posizionato su un altopiano irregolare con il suo fianco destro protetto da dirupi inaccessibili agli europei. Accanto a Tacla-Haimanot c'era ras Makonnen che occupava Adua e le alture più prossime, contro le quali gli assalitori avrebbero dovuto agire in salita e con poca apertura di manovra, mentre i difensori avreb-bero trovato riparo tra le rocce. Sulla sinistra, al centro del pendio ad ovest di monte Sullodè, era presente ras Micael con la sua cavalleria; e più a nord ras Mangascià. All'estrema sinistra, immediatamente ad est del monte Sullodà, sulle pendici di Abi Abum, si trovava il campo di ras Alula. In riserva, a sud-est dell'altura di Fremona, vi erano le truppe di ras Olù che in mezz'ora potevano raggiungere Makonnen e Taclà Haimanot. La cavalleria galla era invece arretrata di 8 miglia. Numerosi reparti, nei giorni precedenti la battaglia, furono distaccati dal negus nel Takazzè e nello Scirè nell'affannosa ricerca di vettovaglie.
Il 26 ed il 27 febbraio si riunì il Consiglio dei capi per decidere il prosieguo della campagna militare. Dopo il con-trastarsi di tesi opposte sull'attaccare o meno gli italiani (Menelik voleva attaccare, Tacla Haimanot, poco entu-siasta dell'andamento dell'offensiva desiderava ritirarsi), il Consiglio propose che l'esercito imperiale affrontasse gli italiani solo se questi si fossero mossi da Saurià, altrimenti la marcia sarebbe continuata verso l'Hamasien. Infatti per gli etiopi rimanere in quella posizione significava andare incontro a problemi riguardo l’approvvigionamento dei viveri. La decisione definitiva fu di abbandonare il campo di Adua, riprendere la marcia in cerca di acqua e pascoli, valicare il Takazzè e puntare sull'Hamasien, cercando di aggirare gli italiani. Gli e-tiopici avrebbero affrontato gli italiani solo se questi si fossero posizionati su postazioni meno difendibili e più favorevoli per gli abissini.
La vigilia della battaglia: gli italiani
Tra il 22 ed il 23 febbraio giunse agli italiani la notizia che il nemico si era posizionato nella conca d'Adua. Il ca-pitano Bassi nel suo diario scriveva: "Nella sera si vede il riflesso dei campi del negus, sono 5 ad arco dinanzi a noi e non contengono non meno di 15/16,000 uomini […] Gli scioani sono ben armati, hanno molti viveri, sono obbedientissimi ad un solo capo, marciano bene con ordine e sicurezza, hanno moltissimi mezzi di traspor-to[…]." Le nostre forze invece dovevano soffrire la mancanza dei rifornimenti e le indecisioni del proprio coman-do. Baratieri infatti continuava ad essere incerto, confuso, sentiva il peso delle aspettative per un facile succes-so in terra d'Africa che si era creato in Italia, ma che non si riscontrava nella realtà. Inoltre il 13 febbraio le ban-de del ras Sebath e Agos Tefari, circa 600 uomini, che gli italiani avevano provveduto da mesi ad organizzare ed armare, abbandonarono il Corpo. Si temette che l'esempio potesse essere seguito dagli altri reparti indigeni, ma il fatto grave fu che gli indigeni conoscevano profondamente le linee di comunicazione italiane. Il comando fu così costretto a distaccare tre battaglioni ad Adi-Cajè per sorvegliare le retrovie, dove intanto i ribelli agivano per far insorgere le popolazioni locali e bloccare i trasporti diretti al fronte.
Baratieri era indeciso sul da farsi, non voleva ritirarsi da Saurià, ma c'era il problema dei viveri da risolvere, mentre il governo insisteva per una linea militare più coerente e decisa. Il 25 febbraio Crispi telegrafò a Baratie-ri: "Codesta è una tisi militare, non una guerra […] non ho consigli da dare perché non sono sul luogo, ma con-stato che la campagna è senza che un piano preconcetto sia stabilito. Siamo pronti a qualsiasi sacrificio per salvare l'onore dell'Esercito ed il prestigio della Monarchia". Forse questo telegramma spinse Baratieri all'azio-ne. Il dilemma di Baratieri fu infatti quello di rimanere nella posizione di Saurià, oppure avanzare, od ancora riti-rarsi su Adi-Cajè. Mancavano viveri per rimanere a Saurià, avanzare sarebbe stato un suicidio, ed allora non rimaneva che ritirarsi, ma quale sarebbe stata la reazione in Italia di fronte ad un ritiro?
Baratieri decise di rimanere a Scarià, ma poche ore dopo, con il nemico che stava rompendo i contatti tra le for-ze italiane, ordinò di spostare il Corpo verso Debradamo; era una ritirata. Ma mentre iniziò lo spostamento Ba-ratieri apprese che gli scioani stavano tornando indietro, quindi sospese la ritirata. L'incertezza fu troppa. Nel Corpo di Spedizione cominciò a diffondersi nervosismo, mentre i dissidi tra Baratieri ed Arimondi divennero più frequenti.
Il 27 febbraio, nonostante le precauzioni del governo, Baratieri fu informato dell'invio dei rinforzi di Baldissera, e tra il 28 ed il 29 inviò un telegramma a Crispi indicando che il nemico si trovava ad Adua, Baratieri, in queste ri-ghe, però non fece alcun riferimento al discorso che rivolse ai suoi generali alcune ore dopo.
Alle ore 17 del 28 febbraio, nelle tende presso Adi Dichè, si tenne il Consiglio di guerra. Parteciparono Baratieri, Albertone, Arimondi, Dabormida, Ellena e Valenzano. Riguardo ciò che fu discusso in quelle ore vi sono quattro versioni, quelle di Baratieri, dell'Ufficio Storico dell'Esercito, di Albertone e di Ellena. Baratieri ricorda che egli espose la situazione difficile dei viveri, accennando ad una possibile ritirata, mentre i quattro generali risposero che avrebbero preferito un'offensiva. Secondo l'Ufficio Storico invece Baratieri invitò i generali ad esprimersi, ed essi si dichiararono solo contrari alla ritirata. Per Baratieri quindi i generali erano per l'offensiva, per l'Ufficio Strorico non erano per la ritirata. Secondo Ellena invece Dabormida ed Albertone espressero contrarietà per la ritirata, in quanto in Italia non si sarebbe compresa, i soldati si sarebbero scoraggiati, ed il nemico li avrebbe po-tuti attaccare più facilmente durante la marcia. Arimondi era il più convinto dell'attacco, Ellena invece, da poco giunto in Africa, non poté che attenersi ai pareri dei propri colleghi. Albertone ricorda invece che lui e Dabormida sconsigliarono la ritirata. Secondo quest’ultime versioni si evidenzia che Baratieri non fu consigliato, ma nean-che spinto all'attacco.
I generali uscirono dal Consiglio convinti che Baratieri non si sarebbe ritirato e se ci fosse stato l'attacco questo non sarebbe stato imminente.
Durante la notte a Baratieri molto probabilmente venne in mente la massima di Molte: "Una ritirata può essere in definitiva più dannosa di un insuccesso", infatti pur non volendo attaccare il negus, optò per una mossa offensi-va che portasse il Corpo di Spedizione verso una posizione più difendibile tra i monti Semajato ed Esciasco. Il Governatore previde così tre scenari: il nemico attacca, ma il Corpo ha la probabilità di respingerlo con i fianchi appoggiati ai monti e con triplice via di ritirata, con 'azione abbastanza libera sul davanti; il nemico non attacca, oppure attacca, ma porgendo il lato destro, quello di Mariam Scioaitu, con soli 15.000 uomini, e qui un successo iniziale è possibile, il nemico si sarebbe disgregato.
Il mattino seguente Baratieri ricevette informazioni che annunciavano che un grande numero di abissini, per la mancanza di viveri, erano impegnati a razziare lontani dai loro campi. Le informazioni provenivano dal maggiore Tommaso Salsa, ufficiale coloniale, che conosceva la lingua e la mentalità dei vari ras, in quanto da poco torna-to dai campi di Makonnen, dove si era recato per trattare la pace, respinta poi da Roma. Si era inoltre diffusa la notizia che Menelik era ammalato, e molti comandanti erano morti o si erano ritirati per la lunga campagna e per gli effetti della carestia. Queste ultime notizie, che forse influenzarono Baratieri a scegliere l'azione, erano com-pletamente false, provenivano infatti da informatori etiopici che facevano il doppio gioco. Il negus infatti poteva contare su un ottimo servizio d'informatori, fedeli ed intelligenti.
Il 29 febbraio 1896, Baratieri emanò il seguente ordine del giorno." Stasera il corpo di operazione si muoverà dalle posizioni di Saurià in direzione di Adua formato dalle seguenti colonne: colonna di destra generale Vittorio Dabormida, esplorazione: compagnia indigeni Chitet (Sermasi), battaglione indigeni Milizia Mobile (De Vito). Avanguardia: 6° battaglione (Prato) del 3° reggimento fanteria, comando del 3° reggimento fanteria (Ragni). Grosso: 10° battaglione (De Fonseca) del 3° reggimento fanteria, 5^, 6^ e 7^ batteria della 2^ brigata artiglieria di montagna (Zola), 5° battaglione (Giordano) del 3° reggimento fanteria, 6° reggimento fanteria (Airaghi), retro-guardia: 1° plotone del 13° battaglione del 6° reggimento fanteria. Colonna di centro, generale Giuseppe Ari-mondi,, avanguardia 1° battaglione del 2° reggimento fanteria, grosso: 2 battaglioni del 2° reggimento fanteria (Brusati), 8^ batteria da montagna (Loffredo), 1° reggimento bersaglieri (Stevani), esplorazione:: 1^ compagnia (Pavesi) del 5° battaglione indigeni. Retroguardia: 1^ compagnia dell'8° battaglione indigeni. Colonna di sinistra, gen Albertone, avanguardia: 1° battaglione indigeni (Turitto), bande dell'Acchele Guzai (Sapelli), 1^ compagnia del 6° battaglione indigeni, 1^ batteria indigeni (Henry), 2^ sezione della 2^ batteria indigeni (Fabbri). Grosso: 3 compagnie del 6° battaglione indigeni (Cossu), 1^ compagnia del 7° indigeni, 3^ e 4^ batteria da montagna (Bianchini e Masotto), 3 compagnie del 7° battaglione indigeni (Valli), 3 compagnie dell'8° battaglione indigeni (Gamerra). Riserva gen Ellena 3° battaglione indigeni (Galliano), 1^ e 2^ batteria a tiro rapido (Aragno e Man-gia), 4° reggimento fanteria (Romero), 5° reggimento fanteria (Nava), 1^ sezione zappatori e 1^ sezione telegra-fisti del genio". Fu ordinato che ogni militare di truppa fosse fornito della propria dotazione di 112 cartucce, due giornate di viveri di riserva e la mantellina con borracce e tascapane. Ogni battaglione aveva 2 quadrupedi da soma con materiale sanitario e 8 con le munizioni di riserva. Con l'ordine di operazione fu distribuito uno schema dimostrativo delle zone e postazioni da occupare. Lo schema era stato redatto dal maggiore Salsa con l'aiuto di alcuni ufficiali esperti della regione (Sapelli, Lucia e Partini), ma riportava delle gravi inesattezze che avrebbero pregiudicato fin dall'inizio il successo dell'operazione. Dalla carta infatti risultava erroneamente che il monte Semaiato ed il monte Rajo erano adiacenti. Inoltre tra loro era indicato un colle, il Chidene Maret, mentre sorgeva una serie di rilevi montuosi con sentieri impraticabili lungo valli profonde. Il vero colle Chidane Meret si trovava infatti 7 km più a sud-ovest del posto segnato sulla carta; mentre il monte Erarà era riportato come Chi-dane Meret. Inoltre lo schema ignorava tutta una serie di montagne (Semiato, Esciascio, Abba Garima, Euda Jesus, Scellodj) che si inserivano fra la linea del monte Erarà.
La notizia dell'avanzata giunse inattesa un'ora prima dell'azione. Non ci fu quindi il tempo necessario per i sol-dati di prepararsi ordinatamente, la confusione e la sorpresa prevalsero nei campi.
Il campo di Albertone si trovava distante da quello di Baratieri, quindi il comandante della brigata indigeni non riuscì prima delle 20 a convocare la riunione con i suoi ufficiali, che si svolse inoltre senza che egli possedere la copia dell'ordine del giorno. La copia gli giunse infatti mentre si stava mettendo in marcia, verso le 21,15.
All’azione parteciparono totalmente 17.430 uomini con 56 pezzi d'artiglieria, mentre 2.740 uomini furono lasciati con le salmerie a Entisciò. Fu telegrafato inoltre al maggiore Ameglio, distaccato a Mareb con 1.200 uomini, di trovarsi la notte del 1° marzo a Jehà, ma per un errore di trasmissione si recò a Hoja, non riuscendo a parteci-pare all'azione.
La battaglia
Le tre colonne si mossero poco dopo le 21, la riserva, con in testa il Quartier Generale, alle 22. Superato il tor-rente Mai Cherbara le tre colonne avanzarono nella valle d’Adua; d’ora in poi le tre colonne saranno seguite se-paratamente.
La colonna Albertone. Albertone comandò al maggiore Turitto di muoversi con l'avanguardia dal campo alle ore 21, di marciare fino al paese di Ghenebta, dove si sarebbe dovuto fermare ammassando le compagnie. Qui avrebbe aspettato gli ordini di Albertone che sarebbero stati di occupare entro le 5 il colle Chidane Meret, per poi da lì inviare pattuglie in avanscoperta per avere notizie sul nemico ed a destra per cercare contatti con la brigata Dabormida che alle 5 avrebbe dovuto trovarsi presso il colle Rebbi Arienni. Turritto non doveva andare oltre.
Ma in verità a destra c'era la colonna di Arimondi e non quella di Dabormida e Turitto alle 4 raggiunse il colle che sulla carta era indicato come Chidane Meret, ma che in verità era il monte Erarà. Inoltre la brigata indigeni aveva come itinerario Suarià-Adi Cheraes-Chidane Meret, ma l'altura di Adi Cheraes era molto vicina alla via assegnata alla colonna centrale (Arimondi ed Ellena). La brigata di Albertone, prendendo così la strada che era subito sotto all'altura Adi Cheraes, invase l'itinerario della colonna centrale dei bersaglieri, e precedendola co-strinse Arimondi a rallentare ed a fermarsi provocando il distaccamento tra la brigata Albertone ed il grosso del corpo che rimase indietro di un ora e mezza. Fu così che saltò fin dall'inizio la strategia della marcia che avreb-be richiesto invece che le colonne, non potendo avere collegamenti laterali facili per il problema delle alture, a-vanzassero unite sui fianchi.
Albertone giunse al vero monte Erarà poco dopo le quattro del mattino, e qui, informato dalle guide che per arri-vare sul vero Chidane Meret bisognava marciare per altre due ore, ordinò di proseguire rapidamente l’avanzata.
Per un errore il colle, obiettivo della brigata indigeni, era stato indicato come l'unione tra le pendici del monte Semaiate e quelle del Raio. Ma in realtà il Semaiate era più lontano ad ovest ed il colle era formato da una pro-paggine del Raio che si risollevava fino a collegarsi con il monte Erarà. Le istruzioni di Baratieri indicavano ad Albertone di prendere posizione nella postazione formata dai colli Chidane Meret e Rebi Arienni, tra Semaiato e monte Esciasciò, obbligandolo così verso una gola stretta e malagevole tra il monte Raio e monte Erarà.
Alle 5 l'avanguardia raggiunse il vero Chidane Meret, mentre Albertone, seguendola a distanza, si assestò presso il villaggio abbandonato di Adi Becci sulle pendici del monte Monoxeitò. Albertone consultando la carta ed osservando la posizione occupata si accorse di aver superato il Semiata, nonostante avesse ricevuto gli or-dini di appoggiarvisi. Le guide continuarono a confermargli che il vero Chidane Meret era ancora distante due km, allora dato che la posizione raggiunta era favorevole Albertone dopo aver dato l'ordine alle brigata di racco-gliersi e schierarsi e di richiamare l'avanguardia, si affrettò a scalare il monte Monoxeitò per riuscire a compren-dere dove fosse di preciso. Da questo punto d'osservazione vide che la sua avanguardia si era spinta oltre il colle ed era entrata nella conca di Adua. Ad ovest infatti, a 9-10 km di distanza, c'èra un grande campo abissino con circa 35.000 uomini, mentre una colonna di 6-7.000 uomini si muoveva rapidamente verso Chidane Meret per abbattersi sull'avanguardia di Turritto. Nel momento in cui iniziò a scendere verso la sua brigata Albertone udì gli spari dell'avanguardia che si stava difendendo; giunto al campo inviò un plotone per allacciare contatti con Dabormida. Erano le 6.50.
Un'ora prima che Albertone fosse giunto ad Adi Becci, il campo etiope era già stato allertato. Infatti secondo il calendario abissino quel giorno era domenica, festa mensile di San Giorgio, santo molto venerato in Etiopia. Prima delle quattro, Menelik ed il suo seguito erano già svegli ed erano nella chiesa di San Gabriela ad Adua, per assistere alla celebrazione della santa messa, e qui furono avvertiti dell'avanzata italiana, forse proprio da una guida etiope scomparsa dalla brigata Albertone nelle prime ore dell'avanzata italiana.
Le truppe del negus e di ras Micael si mossero centralmente verso il colle Chidane Meret, quelle del nagscium Guangul e di ras Mangascià da destra puntarono sul colle Caieh Zeban, mentre quelle della regina Taitù inizia-rono un lungo movimento aggirante a sinistra avviandosi verso la valle delimitata dal monte Chidane Meret e da quello di Abba Gaume. Sulla vetta di quest'ultimo si portarono Menelik, la regina Tait, l'abume Matheos con il clero e ras Makonnen che come comandante in campo delle forze etiope da lì diresse la battaglia.
Albertone informò subito Baratieri della situazione inviandogli alle 6.50 un telegramma che fu ricevuto dal Go-vernatore solo alle 8,30. Albertone nel frattempo schierò il 6° battaglione a destra appoggiato al Monoxeitò e di-steso fino al villaggio di Adi Becci, col fianco destro appoggiato ad un amba particolare perché cadeva a picco sul burrone sottostante. Il 7° battaglione si posizionò a sinistra ai piedi del Sendedò col fianco sinistro formato da un dirupo roccioso, l'artiglieria fu posta sul Sendedò fronteggiando i monti Chidane Meret e Lazat. La riserva, costituita dall'8° battaglione e dalle bande del Tigrè, fu arretrata dietro il centro dello schieramento. Albertone dispose i suoi in modo da essere attaccato solo frontalmente, ma l'area era ricca di cespugli ed alberi che face-vano da copertura per gli assalitori, inoltre la difesa italiana era facilmente aggirabile da nord per la valle di Mai Agam, oltre ad essere vulnerabile dal lato del torrente Tucul, che molto affossato, garantiva agli etiopi un ottimo riparo.
Turitto, continuando a subire attacchi decisi del nemico, ricevette l'ordine di ripiegare. La 4^ compagnia (capita-no Cesarini) salì il monte Gosossò dopo due contrattacchi alla baionetta e riuscì a coprire la ritirata delle altre due compagnie che raggiunsero, seppur decimati, la posizione tenuta da Albertone. La 4^ compagnia si venne però a trovare sull'orlo di un precipizio e qui, accerchiata dal nemico, fu decimata ed i pochi superstiti furono fatti prigionieri.
Alle 7,30 Albertone chiese rinforzi in un secondo telegramma che arrivò a Baratieri alle 9,00. Alle 8,00 invece ricevette un messaggio dal Governatore che lo informava di essere giunto a Rebbi Arienni con la brigata Ari-mondi; quindi Baratieri era ancora all'oscuro dell'assalto etiope.
L'artiglieria, composta da una batteria bianca, formata cioè da italiani, in prevalenza siciliani, con 14 pezzi re-spinse per due volte gli scioani, ma alle 8,30 quest'ultimi si lanciarono in un terzo attacco protetto da una batte-ria di 6 cannoni a tiro rapido Hotchkiss, che erano stati trasportati a braccia in 2 ore sul monte Lazat. Durante quest'attacco fu ucciso il fitaurari Gabejù, questa perdita provocò uno sbandamento tra le truppe etiopi, alcuni perfino abbandonarono il campo di battaglia, causando l'arrestarsi dell'avanzata. Gli italiani, nell'unica volta in cui si sarebbero visti in vantaggio nella battaglia, credettero che la vittoria fosse possibile. Ma il ras Mangascià, convincendo un esitante Menelik, lanciò nel combattimento la guardia imperiale, 25.000 uomini ben armati. Fu la svolta nello scontro.
L'attacco, secondo la tradizionale strategia militare etiope, fu apportato frontalmente e sui lati. Truppe scelte del-la riserva imperiale si lanciarono su Chidane Meret e su Adi Becci, mentre una colonna guidata dal fitaurari Ta-clé travolse le difese sul versante nord del Monoxeitò dilagando sul retro dello schieramento italiano. Approfit-tando della difesa naturale del torrente Tucul gli etiopi si avvicinarono alla batteria sul Sandedò che si trovava in difficoltà, infatti i servienti da sei si erano ridotti ad uno per pezzo, e solo poche mitragliatrici riuscivano a coprire la batteria. Albertone inviò in supporto l'8° battaglione con tre compagnie schierate ed una di riserva, ma il lato destro cedette. Il battaglione cambiò quindi fronte credendo di avere a sinistra le bande di Sapelli ed il 7°, ma questi avevano già ripiegato. L'8° era solo, bersaglio di migliaia di scioani, cercò di manovrare ma tutto fu ormai perduto. Alle 9,30 la situazione fu disperata. Le batterie indigene avevano esaurito le munizioni, i pochi punta-tori rimasti, aiutati dai sottufficiali, sotto il fuoco nemico, caricarono i pezzi sui muli per ripiegare. I reparti ascari non avevano più cartucce. Il 7° ritirandosi aveva permesso agli etiopi di controllare una zona più alta da dove bersagliare le batterie bianche.
Ore 10,20, Albertone diede l'ordine di ritirarsi, coperto dagli ultimi fuochi delle batterie bianche che furono le ul-time a resistere e tra cui si registrò il maggior numero di caduti. Espugnata l'artiglieria, non ci fu più resistenza italiana. Albertone, il cui cavallo fu colpito, cadde ferito e fatto prigioniero. Sapelli cercò un'ultima disperata dife-sa riunendo gli ascari, ma fu inutile. Alle 10,45 tutto finì, la brigata non esisteva più.
La colonna Dabormida. Alle ore 5 la colonna Dabormida raggiunse il colle di Rebbi Arienni. La seguiva a poca distanza la brigata Arimondi, mentre sul piano di Ghendebto stazzionava la brigata Ellena. Dabormida non riu-scì a stringere contatti con la brigata Albertone ed apprese che in fondo alla valle di Mariam Scioaitù c'era un campo nemico.
Nel frattempo Baratieri, che aveva sentito in lontananza degli spari, credette che Albertone avesse incontrato un'avanguardia nemica, non pensando infatti che si trovasse così lontano ed impegnato contro il grosso dell'e-sercito del negus. Baratieri comunque decise di avanzare la brigata Dabormida per ricollegarla ad Albertone. Alle 6,45 Dabormida mosse con la sua brigata discendendo il Rebbi Arienni e dirigendosi verso Mariam Scioai-tù. Arimondi occupò il Rebbi Arienni in sostituzione di Dabormida. Ellena invece si portò sul'orlo occidentale di Ghendebta. La manovra italiana avveniva però troppo lentamente, infatti alle 7,45 Dabormida aveva iniziato so-lo da poco a scendere lentamente, con il reggimento di coda ancora fermo, quando Arimondi raggiunse il Rebbi Arienni. A difesa di questo colle distaccò a destra, ad ovest del monte Esciasciò, la 1^ compagnia del 5° batta-glione indigeno, e spinse il controllo della zona fino ad Erar.
La colonna Arimondi. Baratieri intanto ebbe il sentore che la situazione non fosse favorevole, troppo vivo infat-ti era il fuoco che proveniva dalle posizioni occupate da Albertone. Il Governatore diede così ordine ad Arimondi di lasciare Rebbi Arienni e schierarsi fra il monte Raio ed il monte Zeban Daro, ed ad Ellena di proseguire per un tratto insieme alla brigata Arimondi per poi concentrarsi nella conca a nord di Raio, località Sicomoro. Da-bormida fu comandato invece di avanzare sul versante sinistro, verso Albertone.
Anche la colonna Arimondi si muoveva con lentezza, riuscì infatti a schierarsi solo dopo le 9, con, a sinistra, il 2° reggimento fanteria appoggiato allo spigolo occidentale del Raio, che dominava il colle Erarè, e a destra il 1° reggimento bersaglieri davanti allo Zeban Daro. La cima dello Zeban Daro non era stata però ancora occupata dagli italiani che incontrarono difficoltà nello scalarlo, purtroppo il nemico li precedette conquistando una strate-gica postazione. Sulle falde del Raio dietro il 2° reggimento vi era invece l'8^ batteria di montagna.
Mentre Arimondi si stava apprestando a schierare i suoi reparti, giù per la china di Addi Becci iniziò a scorgere degli uomini che in fuga si stavano indirizzando verso la sua posizione, erano i superstiti della brigata Albertone in ritirata. Ufficialmente Baratieri aveva inviato l'ordine di ritirarsi ad Albertone solo alle 9,30, ma il messaggio non arrivò mai a destinazione.
Baratieri, volendo rinforzare lo schieramento di Arimondi, fece schierare ad Ellena, sulla sinistra del fronte, le sue due batterie a tiro rapido ed il 3° battaglione indigeni guidato dal tenente colonnello Galliano. Alle 10,15 A-rimondi fu assalito. I reparti ascari in ritirata erano seguiti da vicino dagli etiopi, venivano da sinistra, non si po-teva sparare si sarebbe infatti rischiato di colpire i propri soldati. Con l'avvicinarsi del nemico fu comunque dato l'ordine di sparare, gli abissini inizialmente si fermarono per poi indietreggiare, cercarono riparo in attesa dei rin-forzi e riorganizzare l'assalto.
Gli etiopi individuarono tre direzioni d'attacco: attraverso la Valle di Mai Agam che portava alle pendici del Raio, attraverso questa via avrebbero investito frontalmente Arimondi; passando a nord, da qui non sarebbero stati visti dagli italiani, ed avrebbero raggiunto Cumirò Tatai, cioè le pendici occidentali dello Zebran Daro, aggirando così da destra gli italiani. Oppure superando gli italiani da sinistra, lambendo il colle Erarà, e portandosi alle spalle di Arimondi ed Ellena fra Rebbi Arienni e la Conca del Sicomoro. Lungo queste tre direzioni si attuò la tat-tica abissina della morsa diretta da Menelik che si trovava adesso sul poggio sovrastante il villaggio di Mai A-gam. Una parte della colonna abissina percorrendo la valle che scendeva alle falde occidentali dello Zeban Da-rosi si frappose tra la brigata Dabormida e quella di Arimondi; un'altra mosse all'assalto del monte Rellah co-gliendo alle spalle Dabormida, mentre il resto si assestò sulla vetta dello Zeban, riuscendo ad anticipare il 2° battaglione bersaglieri, condotto dal tenente colonnello Lorenzo Compiano. Con lo Zebar Daro sotto il totale controllo degli abissini il fronte destro di Arimondi, era battuto dal fuoco nemico, le comunicazioni con la brigata Dabormida erano tagliate, la colonna Ellena aggirata e la via della ritirata verso Rebbi Arienni chiusa. Il 1° bat-taglione bersaglieri fu il primo ad essere preso di mira dalla vetta. Le 2 batterie a tiro rapido, giunte in ritardo e con molte difficoltà in posizione, rallentarono l'avanzata degli abissini, ma con il sopraggiungere dei rinforzi il nemico tornò all'attacco sulla sinistra della brigata. Il 3° battaglione indigeni, battuto sul fronte e sui fianchi e stanco per la marcia forzata resistette solo 20 minuti, contro il Raio si scatenò tutto l'esercito abissino.
Nel frattempo Ellena si avviò verso il Sicomoro con il 5° reggimento, e parte del 3° battaglione indigeni e le bat-terie. Il 4° reggimento aveva perso contatto ritardando. Inoltre il 3° battaglione e le batterie erano state distacca-te per sostenere la sinistra di Arimandi per cui Ellena disponeva effettivamente solo del 5° reggimento, con una parte di questi già impegnata a fronteggiare il nemico alle spalle, sul monte Bellah, e tra il Raio ed il monte Ibi-sè. Ellera disponeva quindi di solo 5 compagnie su 24 del 5° reggimento.
Alle ore 12 Baratieri raggiunse la brigata Arimondi, mentre il 4° reggimento fu attaccato presso Rebbi Arienni; l'accerchiamento era ormai completato. Gli abissini occuparono Adi Scium Calè e di lì fulminarono i battaglioni italiani ormai privi di copertura. Il 2° battaglione fanteria non resse a destra e scalò la cresta per tenere la posi-zione. Alcuni reparti resistettero, altri ripiegarono. Il 9° battaglione dopo un'ora di combattimento aveva visto perdere 15 ufficiali su 18 e quasi tutta la truppa. Gli ufficiali italiani, con la fascetta all'elmetto e la tracolla furono facili bersagli dei nemici, il ferimento e l'uccisione di questi provocò sbandamenti tra le fila italiane. Venne pian-tata una bandiera come segno di radunata sopra una posizione vicina, ma pochi se ne poterono accorgere. Gli etiopici incendiarono le erbe secche per circondare e stanare il nemico. Molti soldati si rifugiarono sul monte Raio resistendo per 2 giorni, per poi morire di stenti e ferite. La ritirata del 2° battaglione fanteria lasciò scoperta l'artiglieria all'assalto abissino. La situazione precipitò, Baratieri ed Arimondi, stringendosi la mano, estrassero le loro sciabole cercando in vano di trattenere i soldati ormai in rotta. Baratieri, resosi conto della situazione, ordi-nò il ritiro, mentre Arimondi sparì nella mischia, di lui non si seppe più nulla.
I superstiti di Arimondi si riunirono assieme a quelli di Ellena formando una colonna disordinata che procedette verso la conca del Sicomoro. Penetrarono nell'Amba Beirot, dove resistevano ancora i resti del 4° reggimento, e s'incamminarono verso la Valle di Ichà premuti dal nemico.
Ancora la colonna Dabormida. Dabormida nel dirigersi verso Mariam Scioaitù si trovò a scendere in un vallo-ne stretto, con le montagne a picco sui lati, che obbligarono la colonna a procedere in fila indiana. Durante la marcia Dabormida cercò in vano un passaggio sulla sua sinistra che gli permettesse di mettersi in contatto con la colonna di Albertone, fino a che, oltrepassando lo sperone del monte Bellah verso le 9 sboccò in una profon-da vallata. La brigata si schierò in attesa sulla linea Dirian-Erar, con il 3° reggimento in testa, le batterie al cen-tro ed il 6° reggimento in coda. Fu quindi inviata la milizia mobile perché si mettesse in contatto con la brigata di Albertone. La milizia, non incontrando nessuno, si spinse molto in avanti, oltrepassando la cresta del Dirian, ma qui fu assalita dal nemico. Dabormida, udendo lo scontro armato, non si mosse in aiuto della milizia, convinto che potesse intervenire il più vicino Albertone, ed ordinò invece di rafforzare la destra dello schieramento occu-pando lo sperone di Ad Sersat. 18 pezzi furono messi sulle pendici del monte Diriam. Da qui furono scorti alcuni soldati della milizia in fuga, Dabormida decise quindi di inviare 6 compagnie in loro aiuto, ma era ormai troppo tardi, il battaglione era decimato. La parte destra dello schieramento intanto era minacciata. Qui infatti parte del-la cavalleria galla, che fino ad allora si era impegnata contro Arimondi, si era spostata, seguendo Dabormida nella Valle di Mariam Scioaitù. Dabormida, circondato, allestì uno schieramento difensivo con l'artiglieria ad oc-cupare il fondo della valle, il 13° battaglione sul monte Erar, il 5° sulla sinistra dell'artiglieria ed il 3° sulla destra come rinforzo. L'attacco etiope fu portato frontalmente, appoggiato dall'artiglieria che era dotata di pezzi a tiro rapido, e con l'impiego della cavalleria e dei fanti. Gli abissini puntarono per il momento a tener impegnata la brigata Dabormida mentre il grosso dell'esercito del negus era concentrato sulle altre colonne italiane, una volta sbaragliate queste, gli etiopi si sarebbero gettati con tutte le forze contro Dabormida.
Alle ore 12 Dabormida, vedendo il nemico non numerosissimo, decise di attaccare. Gli abissini di fronte alla ca-rica italiana, indietreggiarono, ma solo per riorganizzarsi e ripresentarsi più numerosi. Alle ore 13 infatti il nume-ro e la forza nemica era notevole, mentre le perdite degli italiani iniziarono ad essere pesanti.
Ore 15, Dabormida continuava comunque a mantenere la posizione, ma sapeva che il tempo gli era contro, quindi ordinò un nuovo assalto per uscire dall'assedio. Dabormida si lanciò al galoppo alzando con la mano de-stra l'elmetto e gridando: "Savoia", mentre il trombettiere suonava la carica. La controffensiva etiope fu violen-tissima, e la presenza nella valle di tutte le forze etiopi, che avevano nel frattempo sconfitto le altre colonne, re-se vano il disperato tentativo di sfondamento degli italiani; la ritirata verso Erar era l'unica scelta. Alle ore 16 la ritirata fu coperta dalla 6^ e 7^ batteria che spararono gli ultimi colpi. I resti della brigata si diressero a nord della valle di Mariam Scioaitù, attraverso una valletta ad imbuto, la Valle di Ghenià. Il nemico cercò di tagliare la via occupando il passo di Dorgallo Armez. Gli italiani, sotto un violento temporale, furono così costretti ad aprirsi un varco con un disperato assalto alla baionetta, durante il quale Dabormida fu colpito mortalmente alla testa, e riuscirono a scendere dal lato opposto verso il paese di Suncohenà. A notte fonda la colonna raggiunse Adi Chiltè. La battaglia era finita.
I superstiti della brigata Arimondi e quelli di Ellena, ed alcuni sbandati della brigata Albertone si erano inoltrati a nord, passando ad ovest di Amba Bairot difesa fino all'ultimo dai resti del 4° reggimento fanteria. Con gli uomini in ritirata c'era anche Baratieri, mentre il suo Quartier Generale, sotto il comando di Valenzano, aveva da tempo iniziato la ritirata. Bersagliati sui fianchi ed attaccati a stormo dalla cavalleria galla che caricava al grido Ebal-gumé! Ebalgumé! (Falcia! Falcia!), gli italiani proseguirono, in una veloce marcia, per il colle Tzadà Amed e pe-netrarono nella valle di Jehà. Qui avrebbe dovuto trovarsi, in base alle disposizioni iniziali, il Maggiore Ameglio con 1.200 uomini, purtroppo l'ennesimo errore telegrafico aveva portato Ameglio ad occupare, già dal 29 feb-braio, Hoià.
La valle Jahè era un terreno paludoso, il fango rese la ritirata molto difficile, con la cavalleria galla che soprag-giungeva, costringendo gli italiani ad affrontarla all'arma bianca (nel tratto che andava dal colle Tzadà Amed ad Adi Chilté furono sepolti, dopo la battaglia, 1084 soldati italiani). Nella pianura di Mezber la colonna di Baratieri raggiunse quella di Valenzano, qui l'inseguimento abissino si concluse. Con il sopraggiungere della notte gli a-bissini rientrarono nei loro campi. Silenziosamente di notte gli italiani lasciarono Adi Chiltè e si divisero in due gruppi, il primo, guidato dagli indigeni della compagnia Pavesi avanzò verso nord-ovest rientrando in Eritrea per la valle dell'Unguia, il secondo invece passò ad oriente e raggiunsero le posizioni italiane passando da Saurià. Intanto gruppi isolati di etiopi assieme ai ribelli dell'Agamè assaltano le salmerie raccolte a Saurià. Qui il mag-giore Angelotti tentò di resistere con le poche forze armate a disposizione, ma dovette presto ripiegare verso Mai Meret perdendo molti uomini ed il carico.
Alle ore 10 del 2 marzo 1896 giunsero ad Adì-Cajè i primi superstiti, i tenenti Bodrero, e Pavoni, feriti, il capitano Caviglia ed il tenente Morelli, incolumi. Ad Addis Abeba, giunsero 1.500 uomini condotti dal maggiore Salsa. Ba-ratieri assieme al ferito Ellera ed ad altri 100 uomini giunse ad Adì-Caiè. Il giungere degli sbandati continuò per molte ore.

I numeri della disfatta
Ad Adua furono presenti sul campo di battaglia 551 ufficiali, di questi ne morirono 5 del Quartier generale e del-la sezione Sanità, 53 della brigata Arimondi, 60 della brigata Dabormida, 82 della brigata Ellena, 61 della briga-ta Albertone, in tutto caddero 261 ufficiali (il 47%). I soldati bianchi presenti furono 10.226, i morti ed i dispersi, poi dati per morti, furono 4.050 (40%), 1.000 invece i morti ascari.
Si calcola che la brigata Albertone si dovette difendere contro circa metà della forza dell'esercito etiope presen-te sul campo, con un rapporto di 1 italiano contro 12 etiopi. Nel prosieguo della battaglia l'esercito etiope si sca-gliò prima contro Arimondi ed Ellena, qui il rapporto fu di 1 a 20, ed infine contro Dabormida che subì l'attacco di tutte le forze etiopi disponibili, qui il rapporto fu di 1 a 30.
I feriti furono solo 500 tra gli italiani e 1000 tra gli ascari. Il basso numero di feriti fu dovuto alla durezza della ritirata verso le linee italiane e per l'assenza dei soccorsi . Il Corpo italiano perse tutti i pezzi d'artiglieria e le salmerie.
I caduti italiani ebbero sepoltura grazie ad una missione militare, stabilita dal Ministero della Guerra, che dal 29 maggio al 3 giugno del 1896 riuscì a rintracciare ed inumare 2645 salme nell'ossario comune di Asmara. L'e-sercito abissino ebbe invece tra le 7.000 e le 15.000 vittime.
La notizia della sconfitta giunse in Italia la sera del 2 marzo, quando Baratieri non era ancora rientrato alla base, attraverso un telegramma inviato dal vicegovernatore Lamberti al Ministro della Guerra.
Baratieri, rientrato al campo la mattina del 3 marzo, scrisse nel pomeriggio al Ministero un telegramma di cui in seguito si pentì, in questo descrisse dettagliatamente gli eventi della battaglia con l'eccezione di quelli relativi alla brigata Dabormida, della quale ammise di non avere notizie, ma si lasciò andare a pesanti giudizi negativi sul comportamento dei soldati, senza invece assumersi alcuna responsabilità della sconfitta. Solo nei giorni successivi Baratieri riconobbe invece la valorosa condotta dei suoi soldati.

I prigionieri italiani
Gli scioani fecero prigionieri 2000 italiani, tra cui il Generale Albertone, oltre a 800 ascari. Tutti gli italiani morti, i prigionieri ascari ed alcuni prigionieri italiani furono evirati o mutilati, in base ad un'usanza comune agli abissini del sud. " […]Le vittime venivano trascinate davanti al carnefice,il quale stretto il braccio destro del condannato, conficcava nelle carni un affilato coltellaccio, girandolo intorno all'articolazione del polso fino a recidergli i lega-menti, quindi piegava e torceva fino a staccare la mano spruzzante di sangue. La vittima cadeva dal dolore, ma era trascinata dagli aiutanti del carnefice e gli veniva posto il piede sinistro sul ceppo, il carnefice vibrava a due mani il grosso sciabolone ricurvo. La vittima veniva poi condotta ad immergere i moncherini in dei recipienti di grasso fuso bollente, friggendo la carne ed il sangue". I 1.900 prigionieri italiani furono divisi tra le tribù. Molti morirono per le ferite, le sevizie e la marcia da Adua a Socota, di 900 km e che durò 3 mesi; almeno 300 solda-ti, non feriti, furono uccisi e scannati per la via, altri morirono di tifo. Rimasero prigionieri fino al marzo del 1897. Nel novembre del 1896, il trattato di pace tra Etiopia ed Italia stabilì infatti, dietro pagamento di 10 milioni di lire al negus, la liberazione di 1705 soldati di truppa e 47 ufficiali, che rientrarono in nove scaglioni tra l'aprile ed il giugno del 1897. Il loro rimpatrio fu assistito dalla Croce Rossa Italiana e dalle autorità britanniche, quest'ultime infatti s'impegnarono ad imbarcare i reduci dal proprio possedimento di Zeila. I combattenti sbarcarono a Napoli, nella più completa indifferenza, senza alcuna accoglienza ufficiale. Furono invece sottoposti a duri interrogatori, e privati del soldo annuale, sulla base di un regio decreto del giugno del 1896 che prevedeva che a tutti i prigio-nieri italiani non spettasse alcun assegno. Fu inoltre ordinato loro di tenersi lontano dai giornalisti e di non parla-re con nessuno della battaglia di Adua.
Se per le autorità politiche quei soldati rappresentarono la vergogna nazionale, l'opinione pubblica italiana, tra il 3 ed il 5 marzo, organizzò invece manifestazioni in favore dei militari e che invece condannavano la politica co-loniale del governo, tanto da spingere Crispi a dimettersi il 5 marzo.
Il processo
Nei giorni successivi la sconfitta, Baratieri per ordine del governo, fu esonerato dalle sue funzioni e gli fu ordina-to di lasciare il comando delle truppe e recarsi a disposizione a Massaua.
Fu sottoposto al Consiglio di Guerra e la procura militare ottenne dalla Camera dei Deputati, poiché Baratieri era anche parlamentare, l'autorizzazione a procedere contro l'ormai ex Governatore. Il processo fu preceduto da un'inchiesta condotta dal colonnello Corticeli, comandante del 6° reggimento fanteria d'Africa, le cui conclu-sioni, servirono di base al giudizio del tribunale militare. Il Tribunale speciale di guerra fu convocato ad Asmara. Baratieri fu detenuto, in seguito all'emanazione del mandato di cattura del 21 marzo 1896, ed accusato dei reati previsti dagli artt. 74 e 88 del codice penale dell'esercito del 1869, che prevedevano la punizione con la morte e la degradazione per il militare che "avrà esposto con un fatto od un omissione l'esercito od una parte di esso a qualche pericolo od avrà impedito il buon esito di una operazione militare od un qualsivolgia modo abbia tolto o tentato di togliere all'esercito […] alcun mezzo di agire contro il nemico" e per il comandante che "senza legit-timo motivo abbandona il comando, sia in faccia al nemico, sia in circostanze tali da compromettere la sicurezza dell'esercito o di una parte di esso". A Baratieri si contestava di aver:" 1) per motivi inescusabili decise il 1° mar-zo 1896 un attacco contro il nemico in condizioni tali da rendere inevitabile la sconfitta. 2) aver abbandonato il comando dalle ore 12 del 1° marzo alle ore 9.00 del 3 marzo, ed omettendo di emanare qualsiasi istruzione, or-dine e provvedimento". Il 5 giugno iniziò il processo ad Asmara, nell'edificio già ospedale della CRI. La sentenza fu emessa il 14 giugno. Il tribunale emettendola salvò l'onore dell'esercito, escludendo una responsabilità diretta in linea tecnico-militare, dando però il marchio di incapacità a Baratieri che concluse così la sua carriera milita-re. La sentenza nella sua parte finale stabilì: "[…] Il Tribunale esclude ogni responsabilità penale del generale Baratieri, ma non si può astenere dal deplorare che la somma delle cose in una lotta così disuguale, in circo-stanze così difficili, fosse affidato ad un generale che si dimostrò al di sotto delle esigenze della situazione". Il Tribunale non riuscì a dimostrare i motivi extra militari dell'attacco, quindi escluse responsabilità penali del ge-nerale ed il 14 giugno 1896, fu così sentenziato il suo rilascio. Baldissera lo sostituì nel comando delle forze. Baratieri si ritirò a vita privata, e morì il 7 agosto 1901 a Vipiteno.
I motivi della sconfitta
La battaglia di Adua fu persa in partenza dagli italiani, in quanto l'esercito abissino aveva una schiacciante su-periorità numerica, armamenti leggermente inferiori, ma con una maggiore mobilità sul territorio ed una efficace retroguardia. L'unico vantaggio per gli italiani era invece la migliore articolazione di comando.
La maggior parte dei morti etiopi fu causata dalle artiglierie di Albertone, mentre le altre batterie, se si esclude quella di Dabormida, non spararono che pochi colpi. Gli italiani ebbero una superiorità di fuoco ma non furono in grado di sfruttarla. La sconfitta di Adua è la conclusione naturale di un'avventura coloniale troppo ambiziosa. Negli ambienti politici e militari italiani regnava un’estesa ignoranza riguardo la realtà africana, la sua geografia e la cultura. A Roma gli uffici dello Stato Maggiore dell'esercito si adoperarono a raccogliere notizie sugli eserciti francesi ed austriaci e sul terreno delle possibili guerre, ma nei dieci anni prima di Adua, nessuno si era preoc-cupato di avviare una raccolta di informazioni sull'Impero etiope. Questo Impero, che doveva la sua secolare indipendenza alla sua potenza militare fu percepito come un insieme di tribù arretrate e disorganizzate.
Il governo italiano inoltre delegò all'esercito il controllo amministrativo delle colonie senza tener conto degli effet-ti negativi. Ma l'esercito era l'unica organizzazione pronta in un giovane stato.
Inoltre negli anni novanta il bilancio del Ministero della Guerra (dopo la sconfitta di Dogali la responsabilità della colonia eritrea era passata dal Ministero degli Esteri a quello della Guerra) giunse a 250 milioni di lire, insuffi-ciente rispetto a quanto speso di media nel passato, circa 400 milioni di lire. Il desiderio di ampliare i domini a-fricani si scontrò con le restrizioni economiche, non c'erano infatti i mezzi per rafforzare le truppe in Eritrea. Ba-ratieri ed il comando in Africa calcolarono che Menelik avrebbe potuto schierare non oltre 30.000 uomini e si accontentò di rinforzi modesti (2 battaglioni ascari e 3 italiani).
di Roberto Di Ferdinando

Francesco Della Lunga ha detto...

Caro Roberto, continuando la saga del colonialismo italiano, inserisco anche un articolo da me scritto e pubblicato dalla Rivista Dossier Intelligence nel 2004. Buona lettura. Francesco Della Lunga

Sogno e realtà del primo colonialismo italiano: dalle illusioni mediterranee alla sconfitta di Adua

“Noi siamo in un tempo in cui la sola parte del mondo che resta da aprire alla civiltà è una gran porzione dell’Africa. L’america fu scoperta quando noi eravamo piccini e divisi; quando questa Italia una non esisteva. E pur troppo noi abbiamo il dolore di dover ricordare che i nostri esploratori scoprirono la miglior parte del nuovo mondo, mentre poi le altre nazione d’Europa colsero i frutti delle loro scoperte. Se allora, perché eravamo divisi e piccini non potemmo cogliere i benefici della scoperta del nuovo mondo, non commettiamo oggi l’errore, ora che siamo una grande Nazione, non commettiamo l’errore di lasciarci prendere dagli altri quello che possiamo prendere ed a cui anche noi abbiamo diritto!” Francesco Crispi, Discorsi Parlamentari, III, Camera dei Deputati, tornata del 17 marzo 1891.

Introduzione
La battaglia nella conca di Adua, che vide contrapposti circa 15.000 soldati italiani e oltre 100.000 etiopici, avvenuta il 3 marzo del 1896, segnò profondamente il percorso del colonialismo italiano nel Corno d'Africa con la più clamorosa delle battute d’arresto suscitando vasta eco in Italia, vive proteste da una parte del Parlamento e crescenti perplessità su quanto si stava attuando in terra africana. Oltre a causare forti polemiche che portarono alla caduta del governo Crispi, il più fervente sostenitore dell’impresa coloniale di tutto il periodo liberale, la dura sconfitta rappresentò anche un primo momento di riflessione sul senso del colonialismo europeo e, seppure senza effetti immediati, l’inizio reale della presa di coscienza dei popoli colonizzati che, nei decenni successivi, si sarebbero decisamente incamminati verso la formazione di entità statuali sempre più sganciate dalla madrepatria fino all’indipendenza formale, anche se non sempre di fatto.
La sconfitta di Adua venne subito percepita come un fatto epocale. Per la prima volta, un esercito europeo organizzato, militarmente superiore per attrezzature, vettovagliamenti e mezzi bellici, veniva severamente battuto da una popolazione indigena, di colore, ritenuta inferiore. Alla fine dell’Ottocento gli europei guardavano dall’alto gli asiatici e gli africani, ritenuti non civilizzati ed incapaci di dotarsi di un moderno stato. A causa di una struttura sociale di tipo clanico i popoli dell’Africa sub-sahariana non riuscivano a presentarsi, di fronte ad un invasore organizzato come quello europeo, altrettanto compatti. La facilità con la quale le potenze si erano stabilite nel continente nero convinsero i governi continentali della debolezza ed inferiorità della popolazione di queste terre che, fra l’altro erano anche scarsamente abitate. Ma pochi anni dopo Adua, l’occasione per dimostrare alle potenze continentali che la loro presunzione stava sconfinando nel velleitarismo, sarebbe stata fornita dalla sconfitta della Russia nella guerra contro l’Impero giapponese. La supposta superiorità degli eserciti europei cominciava ad incrinarsi ed agli stati extraeuropei, destinatari del colonialismo, si iniziava a guardare con maggior rispetto. Tornando ad Adua, una volta conosciuta l’entità della disfatta lo scalpore nel nostro paese fu enorme e non pochi protagonisti della vita politica, superata la sorpresa iniziale, iniziarono a domandarsi se l’evento fosse stato realmente dovuto ad un organizzazione militare capace di confrontarsi con successo con gli eserciti europei, oppure dovuto ad altre ragioni, fra le quali la debolezza e la scarsa preparazione dell’esercito italiano.
Oltre agli aspetti militari, comunque fondamentali per spiegare una sconfitta così clamorosa, aspetti che diedero luogo a numerose critiche sulla condotta delle truppe italiane, è possibile scorgere gli elementi che, alla luce di una riflessione critica maggiormente approfondita, inquadrarono il colonialismo italiano come l’ultimo arrivato ed espressione di una potenza che, a seconda dei casi e delle convenienze, veniva definita, come “l’ultima delle grandi potenze” o anche la “prima delle medie potenze”.
Se questa osservazione rende probabilmente giustizia sia ai fautori della politica coloniale in grande stile che a quelli di una politica estera prudente, non è forse possibile inquadrare la disfatta di Adua, ritenuta, a seconda delle parti politiche, come l’anello terminale della catena di un velleitario espansionismo oppure soltanto un incidente di percorso, seppur grave, senza prima accennare alle motivazioni internazionali ed interne che spinsero i governi della Destra e della Sinistra storica ad incamminarsi verso un’impresa, che, a conti fatti, avrebbe suscitato critiche asperrime e scarsi risultati.
Sono note infatti quelle che furono le motivazioni che indussero il giovane Regno d’Italia ad impegnarsi in imprese spesso ritenute superiori alle possibilità di uno stato nato appena da pochi anni, se ci riferiamo ai reali vantaggi politici nei confronti delle altre potenze europee che scaturirono dalle conquiste africane, ed ai reali vantaggi per i cittadini italiani che si inoltrarono verso una terra per molti versi affascinante ma in gran parte sconosciuta e colpevolmente dipinta come nuovo eldorado. Queste motivazioni saranno brevemente ricordate, prima di soffermarsi sulla sconfitta di Adua, che chiuse il primo colonialismo italiano nel corno d’Africa.

L’espansionismo coloniale italiano: prestigio internazionale o necessità interne?

L’espansione coloniale italiana in Africa scaturì inizialmente da ragioni di politica internazionale. In un secondo momento apparvero sulla scena ragioni puramente interne. A partire dalla presa di Roma l’Italia si trovava, nel contesto internazionale, in una posizione di totale isolamento. Sulle Alpi infatti, sia ad occidente che ad oriente, premevano due potenze nient’altro facili da domare. Da un lato la Francia che, nell’ultima fase dell’Unità nazionale, dopo aver avallato le imprese della casa Savoia e la politica di Cavour, si era trovata in difficoltà dopo la presa di Roma, da parte delle truppe del generale Cadorna nel 1870. Da quel momento i francesi, che avevano sostenuto il Papa, iniziarono ad avere una diffidente attenzione nei confronti del vicino. Le motivazioni ufficiali della nuova diffidenza erano da collegare all’avvenuta occupazione della città capitolina con la cacciata del Papa, ma il risentimento francese era riconducibile essenzialmente a due motivazioni: in primo luogo la presa di Roma avveniva con la Francia occupata sul fronte prussiano pertanto, il disimpegno sul territorio italiano costava molto in termini di influenza politica. Secondariamente, sull’atteggiamento francese pesavano pure motivazioni di potenza dal momento che non era più possibile fronteggiarsi con uno stato unitario ancora incompleto e privo della sua città simbolo bensì con un interlocutore che, rafforzato dalla tanto sospirata conquista, sarebbe presto entrato in conflitto con gli interessi di Parigi, soprattutto nel Mediterraneo. Sul lato orientale delle Alpi, l’altro grande impero, quello Asburgico, si trovava a dover impegnare le proprie forze contro un vicino che non poteva e non voleva abbandonare la questione delle terre irredenti (l’Unità italiana sarebbe stata completata al termine del primo conflitto mondiale, con la cessione all’Italia del Trentino Alto Adige, del Friuli Venezia Giulia con Trieste e la penisola d’Istria, in base a quanto previsto dal famoso Patto di Londra del 1915). Un ulteriore considerazione, di ordine religioso, poneva ancora l’Austria in contrasto con la nuova Italia: la monarchia Asburgica era a capo di uno stato profondamente cattolico, e la defenestrazione del Papa irrigidì la posizione austriaca nei confronti del governo di Roma, almeno fino alla firma della Triplice Alleanza (1882). Per queste ragioni, il compito della Destra storica, che governò ininterrottamente per quasi un decennio, fu quello di consolidare lo stato nazionale, unificando i codici, riassestando il bilancio dello stato e le finanze, confiscando i beni ecclesiastici e scontrandosi anche con non risolti problemi sociali fra i quali la forte resistenza nel Meridione d’Italia allo Stato liberale che sarebbe sfociata nel il fenomeno del “brigantaggio”. Per tutte queste ragioni era impossibile, per il debole stato italiano, rivolgere lo sguardo al di fuori dei propri confini, almeno fino a quando i rapporti con le potenze confinanti non sarebbero divenuti meno tesi ed almeno fino a quando i problemi interni non sarebbero stati minimizzati. Tuttavia, per uno Stato che aveva una posizione geografica e strategica come quello italiano, proteso com’era nel Mediterraneo, sarebbe stato impossibile non scontrarsi con gli interessi delle potenze europee, prime fra tutte la Francia. Parigi, molto attiva sul fronte africano, aveva iniziato da anni una penetrazione sulle sponde africane del Mediterraneo, avendo costituito dei nuclei francesi in alcune importanti città come Algeri e Tunisi. Proprio su Tunisi i nostri connazionali erano presenti in gran numero e godevano di importanti facilitazioni accordate dal Bey. Un settore rilevante della Sinistra storica riteneva che uno stato come quello italiano non poteva, per ragioni di prestigio, ignorare la possibilità di espandersi acquisendo nuove colonie, in modo da poter “contare” ed avere un “posto al sole”, nel momento in cui il “concerto europeo” delle potenze ridisegnava a tavolino la carta geopolitica dell’Europa. L’Italia doveva controllare le regioni che si affacciavano sull’Adriatico per impedire che, una volta che il “Grande Malato d’Europa” si fosse dissolto, dilaniato com’era da spinte centrifughe provenienti dalle regioni balcaniche e dalla corruzione della Sublime Porta, diventasse un “lago austriaco” ostacolando di fatto il compimento finale dell’unificazione della penisola. Lo sguardo di Roma doveva anche indirizzarsi oltre il canale di Sicilia, per salvaguardare gli interessi degli italiani a Tunisi e per impedire in qualche modo il consolidamento francese sulle sponde africane del Mediterraneo evitando che questo diventasse a sua volta un “lago francese”. Se dunque l’Italia non poteva fare a meno di possedere delle colonie per motivi di prestigio internazionale, la debolezza politica e militare iniziale indusse i principali politici del tempo ad agire avendo cura di non urtare la suscettibilità di Gran Bretagna e Francia. Per Depretis infatti, di politica estera occorreva “farne il meno possibile” mentre l’abile diplomatico italiano Emilio Visconti Venosta, a lungo ministro degli Esteri durante il periodo della Destra storica, seppe brillantemente tenere a bada le perplessità francesi avendo ben presenti le esigenze italiane ed agendo in base al principio per il quale occorreva essere “indipendenti sempre, ma mai isolati”. L’eccessiva prudenza indusse il ministro degli esteri italiano Corti a rifiutare il protettorato italiano sulla Tunisia all’indomani del Congresso di Berlino (1878) per timore di irritare i francesi. Il protettorato su Tunisi era stato offerto all’Italia dalla Gran Bretagna che in questo modo tentava di mitigare le pretese francesi sul Mediterraneo e tenere sotto controllo l’azione italiana che, fra l’altro, non si sarebbe mai trovata contrapposta agli interessi inglesi. Uno dei capisaldi della politica estera italiana rimase infatti a lungo l’amicizia con la Gran Bretagna, il cui appoggio era strategico, almeno nella misura in cui la presenza inglese poteva scoraggiare iniziative francesi in funzione anti italiana. La prudenza venne meno allorquando la Destra fu sostituita al governo dalla Sinistra. Crispi, fedele al suo temperamento ed al suo passato di vecchio garibaldino, divenne uno dei maggiori ispiratori di una forte presenza italiana nella politica internazionale. Per l’uomo politico siciliano, il possesso di un impero coloniale al pari delle altre potenze era ineludibile se si voleva veramente lasciare il segno nella scena europea. Se queste furono dunque le ragioni di politica internazionale ad indirizzare il governo italiano verso l’acquisizione di territori in Africa, vi furono indubbiamente anche ragioni di politica interna che lentamente si rafforzavano fino a sfociare in un problema al quale occorreva trovare risposta. La maggiore di queste ragioni fu il problema meridionale caratterizzato da alcuni potentati locali che avevano perso quei privilegi di cui avevano goduto sotto la dinastia Borbonica e che, nei confronti dello Stato unitario nutrivano non poca avversione e, a cascata, la massa della popolazione che da essi dipendeva. La possibilità di offrire nuove terre a questa massa di cittadini dediti per lo più ad attività agricole venne intravista nella corsa alla colonizzazione africana, che vedeva nella Gran Bretagna, Francia, Spagna, e in misura minore Germania, Belgio ed Olanda i principali protagonisti. L’Italia era l’ultima arrivata ma, invece di terre fertili, avrebbe presto rischiato di ritrovarsi “incatenata ad una roccia nel Mar Rosso”. L’apertura del canale di Suez, avvenuta nel 1869, mise in moto un forte movimento di opinione, per lo più indirizzato verso l’enfatizzazione di nuove opportunità economiche che sarebbero scaturite dall’occupazione di nuovi territori. Le compagnie geografiche, sviluppatesi durante tutto l’ottocento nel nostro paese, furono importanti attori di questo movimento di opinione, volto alla conquista di nuovi territori. L’espansione italiana nell’Africa Orientale iniziò con l’acquisto della baia di Assab da parte della compagnia di navigazione genovese Rubattino dai sultani locali. Nel 1885 lo stato italiano rilevò i diritti su Assab dalla Rubattino e la costituì in colonia. La regione venne chiamata Eritrea, dall’antico nome greco del Mar Rosso. Dal 1885 al 1887 iniziò la penetrazione nel retroterra di Massaua. L’annientamento di una colonna di cinquecento uomini domandati dal tenente colonnello De Cristofori a Dogali, nel 1887, diede origine alle prime critiche e proteste sull’operato del governo. Il trattato di Uccialli, firmato nel 1889 da Menelik, potente ras dello Scioa e dal conte Antonelli, quale rappresentante del governo italiano, sembrò sancire la supremazia italiana sui capi abissini. Ma Menelik, giocando sul significato dell’articolo 17 del trattato scritto in aramaico, si sfilò ben presto dalla supposta tutela italiana ed iniziò ad organizzare la resistenza. L’espansionismo italiano dovete ben presto scontrarsi con la resistenza etiopica, abilmente orchestrata dal suo Negus Neghesti (re dei re o imperatore, essendo Menelik nel frattempo succeduto a Giovanni IV d’Etiopia, grazie anche all’aiuto italiano). L’occupazione italiana, avvenuta senza grandi difficoltà in Eritrea e, più a sud in Somalia, iniziò gradualmente ad incontrare ostacoli quando gli indigeni compresero che le mire italiane si indirizzavano verso l’altopiano etiopico. La penetrazione verso l’interno poté contare di alcune fasi di successi, come l’occupazione di Adigrat e Macallè. Ma questi successi non vennero adeguatamente rafforzati e garantiti da una rete di collegamenti efficiente, necessaria a mantenere sotto controllo zone così distanti. A poco a poco, i presidi italiani all’interno del Tigrè iniziarono a farsi vacillanti. Amba Alagi ed Adua, misero fine al primo tentativo di espansione coloniale nel corno d’Africa ed alla carriera politica del suo più fervente sostenitore, Francesco Crispi.

I prodromi della disfatta di Adua

Gli esiti della battaglia nella conca di Adua o di Abba Garima, dal nome di un villaggio vicino, furono il risultato di un’operazione condotta con superficialità e scarsa preparazione da parte dell’esercito che, a parziale giustificazione, dovette subire non poche pressioni politiche da parte di Crispi. Egli aveva l’assoluta necessità di vittorie di prestigio per rafforzare la posizione del suo governo, indebolita dai continui attacchi che provenivano sia da destra che da sinistra. La difficile situazione economica che il paese stava vivendo, causata principalmente dalla “guerra doganale” contro la Francia, ed intrapresa pochi anni prima dallo stesso Crispi, richiedeva un forte controllo del bilancio per poter affrontare le difficoltà e per poter risolvere i problemi interni. Le ingenti spese che invece erano necessarie per le campagne d’Africa e per rafforzare i presidi già esistenti, alcuni dei quali lontani da Massaua e sotto la minaccia delle armate di Menelik, unitamente alle continue richieste di nuove truppe e risorse per far fronte alla politica espansionstica, provocavano non poche proteste e perplessità anche dai suoi stessi colleghi di governo. I programmi di espansione coloniale venivano visti con sospetto e disapprovazione non solo da una parte della classe politica: Crispi era infatti a conoscenza della silenziosa disapprovazione di alcuni importanti comandanti dell’esercito quali Pelloux, Ricotti, Cadorna e Bonzani. Ciò nonostante, l’espansione africana veniva accelerata proprio quando erano necessarie maggiori ristrettezze di bilancio; non c’erano dunque i mezzi per rafforzare le truppe in Eritrea nel momento in cui si decideva di sfidare l’Impero etiopico. Soltanto dopo l’insuccesso di Amba Alagi il governo si convinse ad aprire i cordoni della borsa, ma i rinforzi non potevano arrivare in tempo per coprire l’errore di Baratieri che, decisa un’azione dimostrativa per rispondere alle pressioni che arrivavano dall’Italia, si gettò letteralmente in bocca al nemico.
La sconfitta ad Amba Alagi che precedette di pochi giorni la tragica battaglia, avvenuta il 7 dicembre 1895 irritò fortemente Crispi che rispose con una mobilitazione immediata di circa 40.000 uomini da inviare in Eritrea, comandati da Baldissera. Dunque Crispi, in questo frangente, decise di rispondere duramente alle continue provocazioni portate con successo dagli abissini senza consultare il suo comandante sul campo, mettendo la struttura militare sul suolo eritreo in una difficile situazione. Oltre alle pressioni politiche si aggiunsero non poche sottovalutazioni, questa volta attribuibili interamente al comando italiano. Il primo errore condotto da Baratieri era in realtà un errore politico che risaliva a pochi anni addietro. Il generale, che fra l’altro assumeva anche la carica di Governatore dell’Eritrea, decise, fra il 1893 ed il 1894, di indemaniare circa tre quarti delle terre coltivabili agli eritrei, senza che le queste venissero occupate, in un lasso di tempo ragionevolmente breve, dai coloni italiani. Questo evento, oltre a risultare prematuro ed inopportuno, apparve fortemente ingiusto ed intimidatorio ed indusse la popolazione a reagire e ad ostacolare la penetrazione italiana nell’entroterra. La sconfitta di Amba Alagi fu pertanto la conseguenza di una politica poco oculata e frutto di precipitazione. Anche l’atteggiamento dei reparti militari, evidenziato da importanti contributi storici, fu caratterizzato da una forte dose di superficialità con la quale, gli ufficiali italiani, affrontarono il problema abissino: sono note infatti le manifestazioni di superiorità nei confronti degli avversari, ritenuti inferiori, incivili, incapaci di un’organizzazione forte e privi di armamenti moderni. Le prime azioni militari condotte pochi anni prima volte al consolidamento della colonia, avevano invece denotato un atteggiamento più prudente che generò indubbiamente buoni risultati, seppure meno appariscenti. Un ulteriore problema fu quello degli equipaggiamenti, dei rifornimenti e degli armamenti in dotazione alle truppe italiane: una mobilitazione come quella decisa da Crispi all’ultimo minuto, mise in crisi anche un’apparato ben oliato e funzionante come l’esercito di quel tempo. I soldati che andarono incontro a Menelik erano male equipaggiati: nelle testimonianze dei superstiti si parla di divise lacere, scarponi rotti, nessun ricambio, morale basso. Infine gli armamenti: gli abissini erano arrivati, in poco tempo, a mettere insieme armamenti almeno pari a quelli in dotazione degli italiani. L’acquisto di fucili, con l’aiuto francese che mise a disposizione il porto di Gibuti, fu ingente: si calcola che nello scontro con gli italiani tutti gli abissini disponevano almeno di un fucile moderno, oltre alle armature tradizionali. Le carenze organizzative e di equipaggiamenti, amplificate dalle valutazioni strategiche condotte dai comandi e le pressioni politiche divennero un’arma letale per gli uomini di Baratieri. Riguardo inoltre alle informazioni sulle posizioni degli uomini del Negus, si aggiunsero anche le azioni di depistaggio condotte da emissari di Menelik che, al soldo di Baratieri, fornirono le informazioni sbagliate ai comandanti italiani. Ma se da un punto di vista politico Baratieri era in parte giustificabile, l’inchiesta avviata all’indomani della sconfitta di Adua, avrebbe evidenziato gli evidenti errori militari da lui commessi: nessuna conoscenza del terreno, improvvisazione totale, assenza del servizio informazioni, sottovalutazione del nemico sebbene si conoscesse il numero e la capacità di manovra. L’inchiesta mise a nudo anche l’atteggiamento del generale che avrebbe addossato la colpa della disfatta non ai propri errori, bensì alla indisciplina dei propri soldati. Anche queste affermazioni, gravi per un comandante, sarebbero state smentite poche settimane dopo, dai racconti dei superstiti e dal numero di abissini morti nello scontro.

La battaglia

Il più clamoroso errore di Baratieri pare essere stato la decisione di intraprendere un’azione dimostrativa, per rispondere alle continue pressioni di Crispi che, ormai politicamente alle strette, necessitava di una grande vittoria in terra africana per tenere in vita il suo governo. Nelle intenzioni di Baratieri, lo scontro con le avanguardie di Menelik avrebbe dovuto comportare pochi rischi ed essere di breve durata, poiché, una volta intimorito il Negus, sarebbe seguito un rapido ritiro verso posizioni più sicure. Mai nessuna decisione sarebbe risultata così azzardata: la notte del 1 marzo 1896 le truppe di Baratieri marciarono verso il campo abissino di Adua divise in quattro colonne, con l’intenzione di schierarsi su posizioni dominanti e da lì attaccare Menelik. La zona era montagnosa e l’attestarsi su posizioni in altura avrebbe dato non pochi vantaggi. Baratieri aveva circa 16.000 uomini di cui un quarto composto da ascari eritrei. I rinforzi inviati da Crispi erano in viaggio e solo pochi reparti riuscirono ad unirsi alle colonne di Baratieri e comunque in misura non significativa. Menelik aveva con se oltre 100.000 uomini accampati dinanzi ad Adua. Nella marcia notturna le colonne italiane persero i collegamenti (non erano disponibili carte aggiornate e l’unica in mano alle truppe italiane era errata) ed all’alba furono sorprese una alla volta in terreno sfavorevole dagli abissini. La resistenza fu disperata e tenace, prova ne fu che gli abissini subirono lo stesso numero di perdite dell’esercito italiano ma le forze avversarie erano clamorosamente schiaccianti: 100.000 uomini contro 16.000. Le colonne italiane vennero completamente annientate. Circa 5.000 italiani e 1.000 eritrei caddero sul campo, 500 si salvarono feriti, 1.700 furono fatti prigionieri e rilasciati dopo circa due anni ed i superstiti furono completamente sbandati. Baratieri riuscì a salvarsi ma l’esito disastroso della campagna non gli evitò il giudizio della corte marziale che comunque lo assolse, preoccupata com’era di difendere la reputazione dell’esercito. I suoi errori vennero comunque impietosamente evidenziati e la sua carriera terminò nella conca di Adua. Le cronache del tempo e gli studi successivi ci parlano di un Baratieri affranto, desideroso di dimostrare all’opinione pubblica il suo personale rammarico, pur affermando di aver compiuto senza sbavature il proprio dovere di soldato in nome dalla Patria e di non aver messo improvvidamente a repentaglio la vita dei suoi uomini ed il nome dell’Italia. Tutto l’opposto di quanto avrebbe accertato immediatamente il tribunale militare e, successivamente, i politici del tempo i quali avrebbero tuttavia taciuto a lungo la verità.

Le forze in campo

La battaglia di Adua è stata ricordata come la più sanguinosa battaglia combattuta in Africa dai tempi di Annibale. Una breve descrizione delle forze in campo può forse aiutare a comprendere l’enorme numero degli effettivi che si contrapposero. Per l’Italia, tra il 25 dicembre 1895 e il 10 marzo 1946 sbarcarono a Massaua circa 40.000 uomini. Di questi, solo pochissimi riuscirono ad aggregarsi in tempo alle truppe di Baratieri tant’è che, durante lo scontro, il nostro esercito contava 16.000 uomini. Riepilogando, per gli italiani, il 1 marzo del 1896, nella conca di Adua, al comando del Generale Baratieri si trovavano 4 brigate di cui una di riserva comandate da Dabormida, Ellena, Albertone, Arimondi. Al combattimento presero parte 17.435 soldati con 14.519 fucili e 56 cannoni. Di questi, poco più di diecimila erano bianchi, il resto indigeni. Le cifre fornite non sono comunque precise dal momento che le fonti divergono su questo punto. Anche sugli effettivi abissini presenti sul campo vi sono stime imprecise: si parla infatti di circa 115.000 uomini, con non meno di 120.000 fucili, 46 cannoni a tiro rapido, alcune mitragliatrici, un abbondante munizionamento. Sul numero degli abissini vi sono altre stime che parlano di 150-200 mila soldati.
Dopo la battaglia, i rinforzi giunti dall’Italia, guidati questa volta da Baldissera e favoriti anche dal ritiro delle truppe di Menelik, riuscirono in poco tempo a piegare la resistenza dei dervisci mahdisti a Cassala, agevolando l’arrivo delle truppe inglesi, liberarono il presidio assediato di Adigrat e, dopo aver vinto alcuni scontri minori rientrarono oltre il Mareb, fiume che segnava il confine fra l’Eritrea e l’Etiopia, abbandonando temporaneamente ogni pretesa di espansione.

Le ripercussioni

Le ripercussioni in Italia in seguito alla cocente sconfitta furono immediate: Crispi, il suo più grande ispiratore, sommerso da una valanga di critiche, fu costretto alle dimissioni. Baratieri, il cui ruolo era già stato ridimensionato in itinere, cioè nei giorni precedenti alla battaglia, venne sostituito da Baldissera. Si chiuse un periodo di progressiva espansione coloniale in Africa con la sigla del trattato di pace di Addis Abeba firmato dopo sette mesi di trattative e l’abbandono del trattato di Uccialli, ad opera del più prudente governo Di Rudinì. Menelik, nonostante la grande vittoria, non infierì sugli italiani che mantennero il confine della colonia Eritrea sul fiume Mareb. Il governo, evidenziando nettamente il cambio di rotta, nominò il Commissario Straordinario per l’Eritrea Ferdinando Martini, noto scrittore, con l’intento di raffreddare la tensione . Questi ritenne indispensabile riorganizzare e consolidare l’intera colonia, cosa che riuscì a fare egregiamente durante tutto il periodo in cui rimase come governatore, fino al 1907. Ma la sconfitta non rappresentò la fine del colonialismo nel Corno d’Africa anche se lo rallentò per molti anni. Il governo Di Rudinì decise saggiamente di mantenere e rafforzare l’Eritrea, rinunciando ad ogni tentativo di espansione in Etiopia, abbandonando il Trattato di Uccialli e firmando, dopo sette mesi di trattative con Menelik, la pace di Addis Abeba. Gli italiani non avrebbero ripreso le ostilità se non nel 1935, quando sembrò finalmente giunto il momento di vendicare “l’onta di Adua”. Era indubbiamente vero che l’Italia del tempo, come notò efficacemente Bismarck pochi anni prima, dimostrava di “avere grande appetito ma denti fragili”.

Bibliografia

La bibliografia del colonialismi italiano è ricchissima e non può essere qui indicata per la sua interezza. Tuttavia, per opportuni approfondimenti sul significato del colonialismo italiano è almeno indispensabile leggere le seguenti opere:

Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. I, Dall’Unità alla marcia su Roma, Laterza, Bari, 1976;
Nicola Labanca, In marcia verso Adua, Einaudi, Torino 1993;
Giorgio Rochat, Il colonialismo italiano, Loescher, Torino, 1973;
Cristopher Seton-Watson, L’italia dal liberalismo al fascismo 1870-1925, Laterza, Bari, 1988;
Angelo Del Boca, a cura, Adua. Le ragioni di una sconfitta, Laterza, Bari, 1997

Glossario

Bey: titolo turco che sta per “signore” e in turco moderno equivale a “efendi”.
Mahdi: figura messianica della religione islamica, tipica soprattutto del mondo sciita: sarebbe un membro della famiglia del Profeta (ad esempio Alì o uno dei suoi figli) mai realmente morto, ma nascosto, e che prima o poi dovrebbe tornare sulla terra per ristabilire la giustizia.
Dervisci: in persiano, poveri; il termine designa gli adepti alle confraternite musulmane che, durante le cerimonie mistiche, si abbandonavano a pratiche particolari che permettevano loro di cadere in trance e quindi comunicare con l’Irrazionale.
Concerto europeo: era una sorta di congresso informale invalso prevalentemente nella seconda metà dell’Ottocento, che vedeva riunite le potenze europee (Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia e, successivamente all’unificazione, anche l’Italia) quando si decideva, prevalentemente a seguito di contatti diplomatici, di modificare le rispettive zone di influenza. Una sorta di “direttorio” che aveva il compito di scongiurare guerre aperte, favorendo la composizione delle controversie territoriali fra i “grandi” del tempo.
Grande Malato d’Europa: era il termine con il quale, alla fine dell’Ottocento, si identificava l’Impero Turco-Ottomano. Nelle cancellerie europee si riteneva che l’Impero del Sultano avrebbe avuto i giorni contati, minato com’era da corruzione, spinte centrifughe che arrivavano dalle zone più periferiche, amplificate anche dagli appetiti delle grandi potenze.
Sublime Porta: era la residenza del Sultano in Istanbul, o palazzo Topkapi, dove venivano fra l’altro accreditati i diplomatici di stanza nella capitale turca.


Autore: Francesco Della Lunga

Francesco Della Lunga ha detto...

Box 1 Cronologia del colonialismo italiano (1869-1896)

1869: 15 novembre. Giuseppe Sapeto ed il contrammiraglio Acton, per conto della società Rubattino, acquistano i diritti dei sultani locali sulla baia di Assab (Mar Rosso)
1878: giugno-luglio. Congresso di Berlino. Spartizione dell’Africa fra le potenze europee. Il ministro degli esteri italiani Corti, per timore di contrasti con la Francia, rifiuta il protettorato italiano sulla Tunisia.
1882: 10 marzo. Lo stato italiano acquista i diritti su Assab della società Rubattino e (5 luglio) la costituisce in colonia. Agosto. Il governo italiano rifiuta l’invito inglese per un’occupazione comune dell’Egitto.
1885: 5 febbraio. Il col. Saletta sbarca a Massaua con 800 bersaglieri e l’appoggio inglese.
1885-86: espansione italiana nei dintorni di Massaua.
1887: 26 gennaio. Battaglia di Dogali: ras Alula distrugge la colonna del ten. Col. De Cristoforis.
1888: primavera. Le forze dell’imperatore Giovanni e del gen. Di San Marzano si fronteggiano senza battaglia dinanzi a Massaua. Riprende l’espansione italiana con il gen. Baldissera.
1889: 8 febbraio. Proclamazione del protettorato italiano sul sultanato di Obbia (Somalia).
1889-91: Estensione del protettorato sulla fascia costiera dal Giuba al sultanato dei Migiurtini.
1889: 10 marzo. L’imperatore Giovanni muore a Metemma. Il negus Menelik ne assume la successione con l’appoggio italiano. 2 maggio. Firma del trattato di amicizia e commercio di Uccialli fra l’imperatore Menelik ed Antonelli, rappresentante italiano. 2 giugno. Il gen. Baldissera occupa Cheren e (3 agosto) Asmara. Il dominio italiano raggiunge il torrente Mareb.
1890: 1 gennaio. L’Eritrea viene costituita in colonia.
1893-94: vittorie italiane contro i dervisci del Sudan ed occupazione di Cassala (poi ceduta agli inglesi).
1894: dicembre. Repressione della rivolta eritrea contro le grandi espropriazioni di terre.
1895: gennaio. Il gen. Baratieri occupa il Tigrè, nei mesi seguenti l’espansione italiana raggiunge l’Amba Alagi. 7 dicembre. L’esercito dell’imperatore Menelik, in marcia verso nord, distrugge all’Amba Alagi il battaglione del maggiore Toselli.
1896: 21 gennaio. Caduta del presidio di Macallè (magg. Galliano). 1 marzo. Disfatta italiana ad Adua (o Abba Garima). 26 ottobre. Pace di Addis Abeba tra l’Etiopia e l’Italia.
1896: fine della prima fase della colonizzazione italiana del Corno d’Africa. Segue un periodo di consolidamento dell’Eritrea, fino al 1907, ad opera del commissario straordinario Martini.

A cura di Francesco Della Lunga