sabato 15 marzo 2008

Sangue sul tetto del mondo: Pechino reprime le proteste dei monaci tibetani

Da qualche giorno divampa la protesta dei monaci tibetani e del popolo intero nei confronti del regime di Pechino.

3 commenti:

Recinto Internazionale ha detto...

Ancora la questione tibetana, ancora il governo autoritario di Pechino che reprime nel sangue la protesta pacifica dei monaci tibetani. Sono ormai più di cinquant'anni da quando la Cina ha messo sotto la sua avvolgente protezione il popolo tibetano, sopprimendone l'indipendenza e soffocando ogni tentativo di emancipazione. Oggi Lhasa è completamente trasformata, essendo diventata il bordello a cielo aperto dove consumano sesso turisti ed individui provenienti dalle più disparate periferie del mondo. I governanti cinesi hanno stravolto la fisionomia di questo paese sul tetto del mondo, imponendo i loro usi, consumi, nomenclature. Il Dalai Lama ed i massimi esponenti dei monaci tibetani, dal loro esilio di Dharamsala, in India, non cessano di ricordare al mondo la loro tragedia e la loro continua soppressione ed annientazione. L'Occidente, un tempo sensibile a questi richiami, oggi sembra sordo e cieco di fronte all'ennesima violazione dei diritti umani, messa in sordina dal business mondiale che negli ultimi venti anni si è sviluppato in Cina. Una corsa, quella della presenza delle aziende in Cina, che ricorda la corsa all'oro nel Klondike, con le conseguenze che conosciamo. Centinaia di migliaia di Euro stanziati dall'Unione Europea nel tentativo di approfittare dell'immensa torta che pare essersi resa disponibile nell'ex paese di Mao Tse Tung con la conseguenza che solo le grandi imprese sono capaci di rimanere su un suolo difficile, dove regna la corruzione, a discapito delle piccole e medie imprese che cercano di guadagnare dalla loro utopistica "internazionalizzazione". A suggello della nuova corsa all'oro, oltre agli investimenti miliardari destinati alla costruzione di città sempre più vicinE alla New York della fine dell'Ottocento, espressione del progresso e del capitalismo statunitense dell'epoca, si impongono le Olimpiadi, vetrina internazionale di cui la dirigenza cinese non può fare a meno e vetrina che dimostra, ancora una volta, la potenza e l'arroganza dell'ultimo arrivato nel tempio del nuovo imperatore, il Dio Mercato. Così, in barba ai principi di civiltà sbandierati dall'Occidente, si apre alla Cina ed all'"odiato" governo comunista di Pechino la strada della finanza mondiale, la presenza nei massimi consessi internazionali dove si decidono le sorti del capitalismo, dimenticando la violenza che ancora oggi l'autocrazia cinese perpetra ai danni del proprio popolo e di altri popoli vicini. La repressione sul tetto del mondo rimane uno degli ultimi piccoli incidenti di percorso che possono ostacolare il viaggio del Grande Timoniere, parafrasando proprio Mao. L'Occidente chiuderà gli occhi per l'ennesima volta, trincerandosi dietro parole di condanna di circostanza, partecipando all'ennesimo banchetto suggellato dalle prossime Olimpiadi. Così Pechino potrà continuare indisturbato la sua opera di repressione.
FDL

Recinto Internazionale ha detto...

Ancora una volta in Asia la protesta contro le locali e feroci dittature sono mosse dai monaci, appartenenti difatti alle uniche forme organizzate non governative ancora tollerate (male) da quei regimi. Dopo la Birmania, adesso sono i religiosi tibetani a manifestare contro l’assurda condizione che il popolo del Tibet è costretto a vivere da oltre cinquant’anni, di fatto oppresso, occupato ed annesso, violando ogni diritto internazionale, dal e al gigante comunista cinese. Come i monaci birmani anche quelli tibetani sono stati costretti al silenzio con la violenza, la polizia e l’esercito cinesi hanno infatti sparato contro i manifestanti, per lo più religiosi e tutti scesi in piazza pacificamente. Le manifestazioni mirano a richiamare l’attenzione internazionale sulla questione del Tibet, ma purtroppo l’Occidente sembra essere cieco e sordo. Da anni accettiamo di tutto dalla Cina, che occupa, nelle tristi classifiche di Amnesty International, i primi posti nella violazione dei diritti fondamentali. Le Nazioni Unite e l’Unione Europea hanno invitato le parti alla moderazione, curioso mettere sulle stesso piano pacifici monaci ed un governo dittatoriale che dispone di un esercito di 4 milioni di soldati. Nessuna voce di condanna contro le violenze cinesi si è mossa da parte dei candidati democratici e repubblicani alla Casa Bianca, non solo, gli USA recentemente hanno tolto la Cina dalla scomoda lista dei paesi che non rispettano i diritti umani, difatti gli USA non dovrebbero avere rapporti commerciali con gli appartenenti a quella lista. Ovviamente, la piccola campagna elettorale italiana non poteva accorgersi dei fatti tibetani, quindi non ci stupiamo se i leader dei due poli non sono andati oltre dei generici richiami alla calma. Lo stesso basso profilo lo hanno assunto anche tutte le altre diplomazie europee. Il mondo ha paura della Cina, ha paura che Pechino, di fronte a proteste occidentali, chiuda il suo enorme mercato alle imprese occidentali. Ci siamo dimenticati della democrazia classica greca, dei principi della repubblica romana, dei concetti sul bilanciamento dei poteri della tradizione anglosassone, del rispetto e tutela dei diritti fondamentali che si rifaceva alla Rivoluzione Francese, per riuscire a vendere in Cina qualche cellulare o qualche compressore in più. In Italia, compreso in quelle regione tanto sensibili alle questioni sociali, alla pace e alla tutela dei diritti umani, quando un esponente del sanguinoso governo cinese si presenta seguito dai suoi ministri e dirigenti economici è accolto con tutti gli onori ed i nostri politici ed industriali si fanno ritrarre con loro sorridenti, felici difatti di aver strappato importanti commesse commerciali. Mai nessuno che alzi la mano, compresi i giornalisti presenti, per chiedere al gradito ospite in quali condizioni umani viva lo stesso popolo cinese, che tutele esistano per i lavoratori cinesi, se sia presente una opposizione, se possa esserci in Cina il dissenso, quali normative antinquinamento seguano le imprese cinesi.
Tra pochi mesi a Pechino si inaugureranno le Olimpiadi, in nessun paese occidentale si è aperto però un pubblico dibattito sull’opportunità di partecipare ad una manifestazione che darà lustro al governo dittatoriale cinese. Nessun paese difatti vuole affrontare la questione, preoccupato di avere ripercussioni commerciali. Eppure boicottare le Olimpiade, sarebbe un forte segnale di protesta a cui gli stessi cinesi non potrebbero non tenere conto. Ma anche qui silenzio assoluto.
Un’altra questione da non sottovalutare; abbiamo indicato proprio da queste pagine che la Cina è tra i pochi paesi al mondo ad aver aumentato la spesa militare; quasi a monito per eventuali critiche e pressioni che potrebbe ricevere sulla sua politica interna ed internazionale. Ma Pechino non si preoccupi, l’Occidente si è venduto anche la dignità, in cambio di qualche appalto per le future pipeline. Quindi il Tibet si rassegni ad altri cinquant’anni di oppressioni ed Taiwan inizi a preoccuparsi per la propria indipendenza.
RDF

Recinto Internazionale ha detto...

molto bello questo post. lo condivido pienamente. è davvero
inquietante ed estremamente triste verificare che vendere un
cellulare
valga più di platone e rousseau...

credo non vi sia da aggiungere altro sulla questione del tibet e
sull'attuale asservimento dell'europa e degli usa ala
potenza
produttva/commerciale cinese.

boicottare le olimpiadi sarebbe l'unico atto importante di
aperto
dissenzo da parte del mondo verso la cina e la sua politica
interna ed
estera. io dico quindi NO alla partecipazioni alle olimpiadi di
pechino. del resto a mosca e los angeles il boicottaggio ci fu
eccome.

quanto alle nostre piccole vicende ho letto le dichiarazioni sul
tibet
di walter veltroni leader del pd, partito che almeno in teoria
dovrebbe rifarsi a pricipi di democrazia, tolleranza, solidarietà,
rispetto dei diritti umani, tutela del lavoro ecc ecc.
una sola considerazione: la smetta veltroni (medaglia d'oro di
ipocrisia) di considerare i giochi olimpici un' occasione di
incontro
tra i popoli in nome dello sport.

la gigantesca macchina organizzativa cinese per i prossimi giochi
non
ho niente a che vedere con lo sport, è un mega business di milioni
e
milioni di dollari e una straordinaria esibizione di muscoli e yen.

quindi veltroni basta con le tue dichiarazioni scontate e di
facciata.
Prendi una posizione decisa per una volta nella vita, anche se
scomoda, questo non è un filmino, stanno crepando decine di
persone
che vorrebbero la libertà, come individui e come nazione.

lorenzo fanti