venerdì 7 marzo 2008

Il fuoco di Israele su Gaza

Un giorno di guerra. Decine di morti, anche bambini
Corriere della Sera del 2 marzo 2008

2 commenti:

Recinto Internazionale ha detto...

Alcune considerazioni filo-israeliane, in futuro, non mancheranno quelle filo-palestinesi.
In questi giorni il governo di Israele è accusato di aver esercitato in maniera eccessiva il proprio diritto alla difesa, avviando difatti un’azione di polizia militare nei territori Gaza che avrebbe provocato oltre cento morti tra i palestinesi. Alcuni commentatori ed analisti internazionali fanno notare a Gerusalemme che una democrazia, Israele è difatti l’unica democrazia completa nella regione, dovrebbe essere la più attenta e sensibile nel rispetto delle regole internazionali e delle consuetudini di civile convivenza, e pertanto invitano il governo di Olmert a ricorre alla mediazione e al dialogo e non all’uso della forza nel confronto con i palestinesi. Ma il richiamo ai principi della democrazia, alle responsabilità ed ai doveri che ogni paese democratico dovrebbe osservare, nella questione mediorientale è spesso invocato, principalmente dai critici di Israele, quale strumento di limitazione al diritto del popolo israeliano di difendersi.
Eppure lo Stato di Israele si trova da decenni in stato di guerra, accerchiato da paesi ostili, in una regione con equilibri internazionali precarissimi. Le principali minacce fisiche per Israele provengono dalla Siria, dal Libano, attuale protettorato siriano, e dai territori palestinesi di fatto controllati dai terroristi di Hamas (sebbene alcuni politici occidentali, anche italiani, li ritengano interlocutori affidabili nel dibattito mediorientale); fino al 2003 anche l’Iraq di Saddam Hussein rappresentava una minaccia, mentre l’Egitto è sempre un vicino scomodo, sebbene non bellicoso. Dal 1948 ad oggi, se si esclude la crisi del 1956, guerre e violenze nella regione sono state conseguenze di aggressioni ad Israele. Quindi la democrazia israeliana, in questo particolare contesto, ha il diritto di difendere i propri cittadini ed il proprio territorio, utilizzando, quando attaccata, la forza.
Le vittorie militari di Israele, in particolare quelle dopo il 1967 hanno ampliato i confini israeliani, rispetto a quanto stabilito dall’ONU nel 1948 e nelle risoluzioni successive, a danno dei palestinesi e su questo tema, la restituzione o meno di questi territori, si basa principalmente la questione palestinese. Negli ultimi anni Gerusalemme ha dato il segno di voler cercare di risolvere, in parte, questo problema, ritirandosi dalla striscia di Gaza, dai territori settentrionali ed abbattendo colonie ebraiche in varie aree della Cisgiordania, passando di fatto l’amministrazione di queste regioni all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Si chiede inoltre ad Israele di rispettare le risoluzioni dell’ONU e rientrare nei confini precedenti a quelli raggiunti nel 1967. Il governo israeliano risponde però che fino a quando no vi saranno condizioni di convivenza, pace e sicurezza nei territori palestinesi occupati, da qui l’esercito israeliano non si ritirerà. Condizioni di sicurezza che comunque non sono rispettate nemmeno nei territori sotto l’amministrazione dell’ANP. In questi luoghi infatti l’ANP non è in grado di esercitare un effettiva azione di governo e di polizia. Qui a farla da padrone è Hamas, che ha il sostegno di oltre la metà dei cittadini palestinesi, ed effettua periodicamente il bombardamento di insediamenti israeliani, addestra e finanzia cellule terroristiche e inneggia alla distruzione fisica di Israele.
Il governo Olmert, come chi lo ha preceduto alla guida del paese, consapevole dell’incapacità dell’ANP di garantire la legalità e limitare l’azione terroristica, ad ogni attacco subito da Israele, ha deciso di intervenire con azioni militari nei territori palestinesi per stanare e colpire i terroristi palestinesi. Questi però trovano rifugio e concentrano le loro postazioni di lancio dei missili all’interno dei centri abitanti, facendosi spesso scudo dei civili; da qui l’alto numero di morti ogni volta che l’esercito israeliano opera in territorio palestinese. Ciò che distingue un’operazione militare di una democrazia da quella di un terrorista è la volontà di uccidere. Non conosco le direttive del governo israeliano al proprio esercito, ma non posso credere che vi siano dei comandi che prevedono, nelle operazioni militare in territorio palestinese, di non fermarsi di fronte alla presenza di civili. I missili di Hamas ed i kamikazee istruiti da Hamas sono lanciati e fatti esplodere in territorio israeliano volutamente verso gli insediamenti e le colonie di civili.
La questione palestinese, nonostante sia sempre in bocca ai leader arabi della regione, non sembra essere un tema caro agli stessi notabili, altrimenti non si spigherebbe come mai ancora oggi dopo oltre cinquant’anni, migliaia di palestinesi vivano nei vicini paesi arabi confinati in campi profughi; eppure ogni anno, dal mondo arabo, arrivano ingenti quantità di denaro da dedicare alla causa dei palestinesi, che invece sono spartiti tra i rais locali. La vera assistenza ai palestinesi è così delegata ad Hamas che in tal modo riesce ad avere ampi consensi tra il popolo palestinese. Ma la popolazione palestinese dovrebbe appoggiare e sostenere fermamente il governo Abu Mazen, forse incapace di fare la voce grossa o minacciare Israele nell’ottenere tutto e subito (uno stato palestinese nei confini storici, unito e sovrano), ma certamente il miglior interlocutore per Israele per il lungo e difficile processo nella normalizzazione della questione palestinese. E’ difatti impensabile per i palestinesi rivendicare un ritorno ad una sistemazione geo-politica della regione precedente al 1948 più facile invece è ottenere il controllo effettivo su alcuni territori per poi, tra qualche decennio, se i tempi saranno maturi e pacifici, trattare con Israele la revisione dei confini. Meglio un piccolo stato palestinese che nessun stato palestinese.
Purtroppo i palestinesi devono anche convincersi che il loro futuro dipende da Israele che difatti controlla i territori contesi in quanto vincitore dei precedenti conflitti, e sarà disposto a cederli, non di fronte ad interventi della diplomazia internazionale o dell’ONU (esistono le risoluzioni delle Nazioni Unite, sempre disattese da Gerusalemme, in cui si obbliga Israele a ritirarsi da alcuni territori), ma in presenza di condizioni certe di sicurezza nei territori palestinesi.
Ovviamente proprio per questa sua posizione dominante Israele è chiamato alle sue responsabilità, più ampie di quelle palestinesi, ed a rispondere degli errori commessi in questi decenni che hanno contribuito a complicare la questione mediorientale.
Una ultima, forse amara, ma veritiera riflessione. La comunità internazionale si schiererebbe, politicamente e militarmente in favore di Israele qualora di questo ne fosse minacciata effettivamente l’esistenza, invece non credo che la stessa comunità protesterebbe in forme decise e reali qualora non si attuasse la nascita di uno stato palestinese sovrano.
RDF

Recinto Internazionale ha detto...

Ecco le considerazioni filo palestinesi o forse, meglio ancora, filo nulla. Nel senso che questo intervento non vuole essere a favore di questo o di quest'altro, quanto un ennesimo tentativo di portare una serie di argomenti che non dovrebbero dividere gli analisti ma contribuire a gettare acqua sul fuoco e ad indurre, fra qualche decennio?, israeliani e palestinesi a sedersi davanti ad un tavolo. Perchè chi scrive non può dimenticare l'emozione della stretta di mano fra Arafat e Rabin, sotto l'occhio ed il sorriso compiaciuto di Bill Clinton. E' passato molto tempo da quella stretta di mano, ma l'emozione e le speranze suscitate da quel gesto non sono del tutto scomparse. Come ci si è arrivati allora, bisognerà arrivarci in futuro. E per arrivarci è inutile ripetere che questi due popoli sono destinati a convivere. Lo abbiamo già detto sempre su questo blog in un altro intervento, a proposito della fiera del libro. L'Occidente e le democrazie liberali hanno purtroppo il "peccato originale" che si portano ancora dietro, e questo impedisce loro di essere imparziali di fronte alla questione israelo-palestinese. Poi gli stati arabi ci mettono del loro a soffiare sul fuoco ed a contribuire a rendere la regione perennemente instabile. La questione pare essere risolvibile in soli due modi: o la comunità internazionale, sotto gli auspici dell'Onu, perché solo in questo caso l’intervento assumerebbe legittimità, interviene direttamente nella contesa (senza peraltro aver avuto alcun successo fino ad oggi, come dimostrano le numerose risoluzioni nei confronti delle quali Gerusalemme è rimasta sorda) e questo pare l'intervento più improbabile, o gli israeliani ed i palestinesi accettano di parlarsi e di arrivare ad una soluzione definitiva della contesa. Noi riteniamo che il passo fondamentale debba essere fatto dai leader che governano lo stato israeliano e quello palestinese. Purtroppo, la non troppo lungimirante politica israeliana degli ultimi anni, ha portato all'annientamento ed umiliazione definitiva di Arafat e di Fatah, il partito che lo sosteneva e di cui era il fondatore da un lato, ed alla presa di Gaza dai fondamentalisti di Hamas dall’altro, con il risultato che i due lembi dello stato palestinese sono governati da due leadership ostili, quella di Abu Mazen e quella di Hamas. E quando il pallino del gioco è in mano a due fazioni o due gruppi fondamentalisti diventati tre (spiace dirlo, ma l'ex premier israeliano Sharon ha lasciato spesso pensare di essere diventato, a sua volta, fondamentalista) è difficile arrivare al dialogo perchè ognuno di questi porta avanti la sua verità "fondamentale". In queste condizioni è impossibile arrivare ad un accordo. A nostro avviso, la politica israeliana è stata fallimentare perchè non è stata capace di favorire la nascita di una leadership palestinese che potesse guidare il proprio popolo verso la pace. Si potrebbe osservare che le leadership non si formano per volere dell'avversario ma per volontà della nazione. Ed è certamente vero questo, ma la situazione mediorientale è assai eterogenea. Lo stato israeliano è la principale potenza della regione e può, o poteva, rispondere usando il bastone o la carota. L’uso del bastone è apparso la modalità più frequente. Ma chi deve fare il primo passo, sempre a nostro modestissimo avviso, è proprio Olmert ed il suo governo o quello che gli succederà. Perchè non c'è dubbio che esistono pesi diversi fra i due contendenti con quello israeliano che è assai più forte. Ed il primo passo non può che essere fatto dal più forte. Provocatoriamente, si è spesso passato del Golia israeliano e del Davide palestinese. E' difficile pensare che i palestinesi rispondono al fuoco israeliano con la sua stessa intensità. Hamas è una degenerazione che è figlia della dissennata politica israeliana. Dalle pietre della prima intifada si è passati ai katiuscia e poi ai kamikaze. C'è stata un indubbia escalation da parte palestinese. Ma dall'altra parte si continuano ad usare missili, aerei, elicotteri, carri armati. Bisognerebbe in qualche modo porre fine a questa assurda guerra. Assurda per noi, occidentali, italiani, abituati ad un diffuso benessere. Ma forse sta diventando assurda anche per loro. Sono sempre più le voci contrarie al continuo stillicidio di vittime ed alla tensione che dalla regione mediorientale si diffonde in tutto il mondo. Visto che l'ONU non ha voce in capitolo, che l'Unione Europea non ha ancora la forza, non rimane che sperare che un giorno si affacci un nuovo Rabin ed un nuovo Arafat, magari sotto lo sguardo di un Clinton europeo che si stringono la mano e che si incamminano, definitivamente, verso la pace.
FDL