mercoledì 13 gennaio 2010

Cronaca dell’attraversamento della frontiera tra la Giordania ed Israele

di Roberto Di Ferdinando (inviato speciale in Giordania e Israele)

Il viaggio è iniziato all’alba di Capodanno, alle ore 5 locali, da Aqaba, città turistica sul Mar Rosso e dopo 4 ore di viaggio verso Nord, costeggiando le pianure desertiche e le rive giordane del Mar Morto, il piccolo pullman che trasportava me ed altre 10 persone è giunto in prossimità del King Hussein Bridge, il ponte che attraversa il fiume Giordano e conduce in territorio israeliano. Il ponte si trova alla fine di una stretta e polverosa strada che man mano che si avvicina alla frontiera diventa ancora più caotica e stretta per i numerosi taxi parcheggiati lungo la via pronti ad accogliere i clienti provenienti da Israele. I veicoli giunti fin qui sono obbligati a sostare al primo check point giordano, un grande parcheggio per i bus dove regna un po’ di confusione, in particolare sulle procedure da espletare. Fortunatamente un incaricato giordano dell’agenzia, su cui io ed i miei compagni di viaggio ci eravamo appoggiati per l’organizzazione del tour in Medio Oriente, è salito sul nostro veicolo, ha chiesto gentilmente a ciascuno i propri passaporti e 5 dinari giordani (circa 5 euro) per pagare la tassa di uscita. Infatti in questa zona, come altre in Asia ed America del Sud, i governi fanno pagare ai passeggeri in transito da uno all’altro stato confinante una tassa di uscita che può variare a seconda del mezzo e dalla frontiera che si utilizzano. Lo stesso incaricato ci invita tutti a scendere, a prelevare dalla stiva del pullman i propri bagagli e farli passare al controllo dei raggi presso la postazione della polizia di frontiera giordana, postazione che è vicina al piazzale, ma che non prevede alcun percorso obbligato, isolato e controllato. Curiosamente i bagagli a mano non sono fatti passare al controllo di sicurezza, anzi ci invitano a lasciarli tranquillamente sul pullman. Dopo che i nostri bagagli sono stati analizzati distrattamente dai sistemi di sicurezza giordani, li risistemiamo all’interno del nostro pullman ed attendiamo l’incaricato con i nostri passaporti. Non attendiamo più di cinque minuti. Il nostro assistente, solo e senza essere accompagnato da alcun poliziotto locale, ci riconsegna i passaporti e ci augura buon viaggio. Nessun poliziotto giordano quindi ha fatto il confronto tra il mio passaporto ed il mio viso, i miei connotati. Riprendiamo così il viaggio, ma prima di imboccare il King Hussein Bridge, il nostro pullman si ferma nuovamente, un secondo check-point, qui i militari giordani sono visibilmente armati. Il nostro autista scende con dei fogli in mano, entra in una piccola costruzione lì adiacente e riesce quasi subito. Risale sul pullman e proseguiamo il nostro itinerario, finalmente attraversiamo il ponte. Intorno colline di sabbia e pietre, estremamente aride e brulle, ogni tanto svetta qualche torretta di osservazione militare, poi inizia la zona neutrale e qui nulla, nessuna presenza.



Il secondo check-point giordano

Finito il ponte, il pullman rallenta, affronta lentamente una curva e si ferma ad un primo check-point israeliano, un soldato ed una soldatessa, giovani, parlano con l’autista, dopo pochi attimi il pullman riparte e supera il confine, siamo in territorio israeliano, sono le 10,40, ma dovrà passare ancora del tempo prima di poter uscire dalla frontiera. In territorio israeliano questo luogo si chiama Abdala Bridge. E’ uno spazio verde, con prati curati e fioriti e rigogliosi palmizi, un bel posto dove soggiornare se non fosse per la tensione che vi si respira.


La frontiera israeliana

Il pullman infatti si avvicina a velocità moderata alla pensilina di scarico, non può andare oltre, qui difatti ci lascerà e rientrerà in territorio giordano. Nessun veicolo può oltrepassare questa barriera. Sulla banchina un ragazzo con occhiali scuri ed in abiti civili si distingue dagli altri perché imbraccia un fucile di precisione, invita l’autista a fermarsi ed aprire le portiere. Sale una ragazza in divisa e chiede se vi è qualcuno che parla inglese (sicuramente qualcuno ha avvertito dell’arrivo del nostro bus di turisti), ottenuta la risposta da alcuni miei compagni di viaggio, riscende senza dirci altro, noi, timorosi e titubanti, restiamo seduti sul pullman. Intanto stanno giungendo altri autobus, autobus di linea che trasportano ogni giorno dalla Giordania cittadini arabi o turisti che passano da qui per recarsi in territorio israeliano o verso i territori palestinesi. Nel frattempo le nostre valige sono scaricate sulle banchine da parte del personale addetto e dopo un po’ di tempo trascorso nell’incertezza, siamo inviati a scendere, a riconoscere i nostri bagagli, a prenderli e passarli, passaporto alla mano, ad un cancello perché saranno da qui incanalati al controllo con i raggi. Quest’area è molto caotica. Vi è una serie di sbarre, ci si avvicina ad una di esse e si consegna valigia e passaporto ad un addetto, gli addetti sono tutti arabi, questo prende il bagaglio, vi pone sopra il documento e lo avvicina presso un gabbiotto dove vi è a sedere e con giubbotto antiproiettile un agente della sicurezza israeliana, in totale i gabbiotti sono due. L’addetto consegna il documento all’agente che rilascia due ricevute adesive, una viene applicata sul passaporto, l’altra sul bagaglio. Una volta riconsegnato il libretto al diretto interessato, il bagaglio è caricato su un nastro trasportatore per essere controllato. Così descritte queste operazioni sembrano semplici e veloci, ma considerate che in quel momento due pullman erano appena giunti e circa settanta persone, con i propri bagagli, alcuni anche enormi, erano a ridosso delle sbarre. La confusione era totale. Dato che i controlli qui sono lunghi, alcuni dei nuovi arrivati si avvicinano agli addetti e lasciano scivolare nelle loro mani qualche spicciolo perche consegnino prima all’agente il documento per ottenere così subito le ricevute. Io tengo d’occhio il mio passaporto e la valigia, il documento cade più volte per terra e chiediamo che sia raccolto, inoltre nella confusione mi accorgo che stanno sbagliando l’assegnazione dell’etichetta, al mio bagaglio è stata applicata l’etichetta di un altro documento. Richiamo, nel mio approssimativo inglese, l’attenzione di un addetto lì presente, sembra essere il responsabile del personale arabo, e faccio presente dell’errore. Occorre rifare la procedura, nuove etichette, finalmente il mio bagaglio è sul nastro. Quasi i tutti i miei compagni di viaggio hanno oltrepassato il primo controllo dei passaporti, io invece sono ancora in fila, insieme a molti cittadini arabi. Al controllo un altro giovanissimo ragazzo, che ha lo sgarbato modo di chiamare in avanti le persone in fila, in particolare gli arabi, muovendo semplicemente l’indice ed il medio della mano. Atteggiamento che abbandona subito, e sostituendolo con un garbato saluto, quando si accorge di avere davanti un cittadino non arabo. Il ragazzo controlla rapidamente il mio passaporto e vi attacca un’ulteriore etichetta, questa volta rossa, indicante la data d’ingresso in Israele. Superata questa barriera entriamo dentro l’area coperta della stazione di frontiera dei bus. Qui si sono formate due lunghe file, non ordinate, di persone. Dobbiamo infatti passare un’ulteriore controllo dei passaporti, i metal detector e l’inevitabile scansione dei bagagli a mano. E’ obbligatorio togliersi anche la cintura ed ad alcuni si chiede di togliere anche le scarpe. Nel giro di venti minuti abbiamo superato anche questa barriera ed entriamo in una sala più grande con molti sportelli presieduti da soldati. Vi sono tre file, le persone sono smistate ai vari sportelli da altri giovanissimi ragazzi in divisa. A noi spetta l’ultimo. Ci accoglie una ragazza, avrà venti anni, capelli ricci e lunghi, legati a coda, è in divisa e con un dolce sorriso ci chiede se vogliamo o no il timbro (stamp) sul passaporto. Qui occorre un chiarimento. Chi dovesse recarsi in Israele, si interroghi prima se desidera o meno che sul suo passaporto sia apposto il timbro di ingresso nel paese. Questa domanda non è banale. Infatti alcuni paesi che non riconoscono ufficialmente Israele, quali Siria, Libano, Iran, Libia, Arabia Saudita e Yemen, non fanno entrare sul proprio territorio cittadini stranieri che esibiscono passaporti con timbri che testimoniano la visita di Israele. Non so se in futuro visiterò questi paesi, ma alla domanda della soldatessa rispondo a malincuore: “no stamp!”. Il “no stamp!” non semplifica però le operazioni di dogana, anzi le complica, infatti occorre adesso compilare un foglio del Ministero degli Interni israeliano sul quale si riportano i dati personali. La soldatessa mi appone qui il timbro e mi chiede di custodirlo all’interno del passaporto, sarà la testimonianza che sono entrato ufficialmente e legalmente in Israele, insieme a questo piccolo modulo mi consegna anche una cedolina che non avrò il tempo di capire cosa sia, infatti me la ritireranno dopo 50 metri. Con il nostro modulo timbrato, cedolina e passaporto finalmente accediamo alla sala ritiro bagagli, li vediamo lì al centro della sala, ma dovremo ancora attendere prima di riabbracciarli. Infatti l’accesso della sala è limitato, una soldatessa, inutile dire giovanissima, permette di superare un tornello solo dopo aver esibito i vari documenti ormai in nostro possesso. Superato anche questo ostacolo, dieci passi ed eccoci ad un ulteriore gabbiotto. Ancora una soldatessa, ancora giovanissima. Controlla il passaporto e ci ritira la misteriosa e fugace cedolina. Siamo arrivati ai bagagli. Ritiro il mio e mi avvio all’uscita, ma questa sembra ancora lontana, infatti davanti a noi una fila di persone attende di passare alla scansione i bagagli (ancora!). Fortunatamente mentre ci mettiamo in fila un gentile signore, stranamente non giovanissimo, in abiti civili, addetto alla sicurezza, ci invita a guadagnare l’uscita senza dover fare la fila e l’ulteriore controllo (ci avranno riconosciuto che siamo italiani?). Mentre passo in mezzo alle due file mi accorgo che quasi tutti coloro che hanno fatto passare i bagagli alla scansione sono stati invitati ad aprire le proprie valigie per un controllo visivo ancor più approfondito, si tratta esclusivamente di cittadini arabi. Siamo fuori dalla stazione di frontiera, siamo in Israele. Finalmente, sono le ore 12,15.
L’uscita da Israele è meno complicata, ma comunque sempre impegnativa. Il 3 gennaio 2010 infatti gli stessi viaggiatori dell’andata sono sulla strada di ritorno, passiamo dalla stessa frontiera. Adesso siamo su un bus israeliano. A qualche chilometro dalla stazione dei bus, il nostro pullman deve fermarsi ad un primo check-point israeliano. Ci spiega la guida che il personale a terra si compone di esponenti dei servizi segreti, dell’esercito e della polizia. Salgono sul pullman una soldatessa ed un soldato. E’ ancora la soldatessa a parlare, ci chiede se qualcuno ha armi a bordo, ovviamente noi diciamo di no e loro, fortunatamente, ci credono, siamo turisti italiani dice la guida (un pregio di essere italiani). Intanto altri addetti alla sicurezza stanno ispezionando la stiva del pullman, anche i bagagli sono italiani, quindi tutto tranquillo, possiamo ripartire. Ci avviciniamo alla stazione dei bus, c’è una corsia particolare per coloro che devono oltrepassare la frontiera. Il bus si ferma e ci lascia, non può andare oltre. Due ragazzi in abiti civili ed armati fanno un cenno all’autista per farci scendere. Contemporaneamente alcuni facchini, questa volta sono russi, iniziano a scaricare i nostri bagagli. Io ed un mio compagno di viaggio che esibiamo due macchine fotografie siamo invitati a passare presso un metal detector, penso, disperato, che vogliano vedere ed eventualemente cancellare le foto fatte durante il soggiorno a Gerusalemme qualora avessi fotografato, involontariamente, dei siti sensibili. Invece mi fanno lasciare le foto su un tavolino, passo sotto i metal detector e riprendo la mia macchina fotografica. Controllo rapidamente le foto ci sono ancora, mi dispiace per i miei amici e parenti che dovranno sorbirsi l’album fotografico del viaggio, ma le foto sono salve. Entriamo quindi nella stazione di frontiera, ovviamente in un’ala diversa dell’arrivo. Ci avviciniamo presso uno sportello che porta l’insegna “change – tax “. Ci avevano avvertito prima di lasciare Gerusalemme che per uscire da Israele occorre pagare una tassa di circa 167 shekel (31 euro circa). Pagata la tassa, lo sportello ci rilascia una doppia ricevuta; con questa, il passaporto e il modulo timbrato al momento dell’ingresso in Israele accediamo al controllo dei passaporti effettuato ancora una volta da una giovane soldatessa. Superato questo blocco l’ennesima soldatessa, sempre più giovane, ci ritira una delle due ricevute del pagamento della tassa e senza alcun controllo al metal detector accediamo al piazzale dei bus dove i nostri bagagli sono fatti caricare sul nostro pullman della compagnia giordana giunto da Amman per riportarci in Giordania. Le operazioni di frontiera nell’entrare in Giordania sono ancor più blandi dell’andata. Nessuna sosta ai check-point e, oltrepassato il King Hussein Bridge, arriviamo alla stazione dei bus in Giordania. Qui, solo per senso civico e di ospitalità, senza nessuna imposizione ed invito, scendiamo dal pullman e passiamo i nostri bagagli (ovviamente non quelli a mano) al controllo, mentre lo stesso incaricato dell’agenzia visto all’andata si ripresenta, prende i nostri passaporti e ritorna dopo cinque minuti. Ancora nessun poliziotto ci controlla. Risaliamo sul nostro bus e riprendiamo il nostro viaggio verso Amman lasciando alle spalle una tranquilla frontiera in una regione di tensione.
RDF

1 commento:

Luca ha detto...

Un saluto da parte mia, siamo in pochi a trattare seriamente certi temi...
A presto..