domenica 8 giugno 2008

Notizie dagli Stati Uniti: la guerra preventiva era un bluff

La Commissione di Intelligence del Senato americano sconfessa l'amministrazione Bush nella guerra all'Iraq. Dal Sole 24 Ore, 8 giugno 2008

3 commenti:

Recinto Internazionale ha detto...

Il sole 24 Ore di oggi, 8 giugno 2008, riporta un articolo, a firma di Roberto Bongiorni, relativo al rapporto del Senato americano sul ruolo di Bush nella guerra all’Iraq. Il rapporto conferma che il Presidente degli Stati Uniti d’America ha deliberatamente mentito sulle ragioni che hanno indotto gli USA ad invadere il paese del Tigri e dell’Eufrate, se ancora ci fossero stati dei dubbi. In particolare il rapporto indica che la pericolosità del regime iracheno, secondo Bush e la sua amministrazione, non sarebbe stata tale da ingaggiare una “guerra preventiva” e soprattutto che il regime di Saddam Hussein non era compromesso con i terroristi che avevano distrutto le torri gemelle. Al Quaeda non aveva ancora fatto capolino in Iraq o se l’aveva fatto, non era certo in grado di influire sulle decisioni di Saddam Hussein. Il quale continuava a bluffare e semmai a prendere in giro la comunità internazionale sul suo supposto programma nucleare, gioco che si è chiuso con la sua cattura e poi con la condanna a morte ed esecuzione, come sappiamo. Ci piace tornare su quei giorni perché allora si creò una frattura, fra Stati Uniti ed Europa, che è durata per alcuni anni (per tutta la durata della prima amministrazione Bush almeno, e comunque finché non sono usciti di scena i governanti europei che allora, a vario titolo, si erano opposti alla guerra preventiva: Scirac e Schroeder da un lato, rinsaldando l’asse franco tedesca, Berlusconi e Blair, con motivazioni diverse dall’altro, che lo sostennero). Le polemiche che hanno seguito l’intervento americano in Iraq non si sono ancora oggi sopite, soprattutto per l’elevato numero di morti americani (per non parlare di quelli iracheni, che in occidente non interessano proprio più a nessuno). Nonostante ciò, Bush è stato riconfermato Presidente anche per un secondo mandato. I leader europei che si erano opposti hanno nel frattempo abbandonato il potere (Scirac è stato sostituito da Sarkozy il quale, subito dopo le sue elezioni a Presidente della Repubblica Francese, si è apprestato a rendere omaggio a Bush, andandolo a trovare in vacanza, poco prima che si separasse dalla moglie Cècile; Blair ha lasciato il posto a Brown, certamente meno televisivo ed empatico del simpatico Tony, Schroeder ha perso le elezioni a vantaggio della Merkel che ha mantenuto una certa equidistanza, pur riavvicinandosi alle posizioni di Bush, Berlusconi dopo due anni di governo del centro sinistra è tornato a governare, rinsaldando subito l’asse con Washington). In questo vortice di posti di potere e di poltrone, nessuno contesta più agli Stati Uniti l’avventura in Iraq. Non può contestarlo Berlusconi, allineato fin da subito alla politica dei falchi di Washington ed oggi vittorioso su tutta la linea in Italia. Non lo contesta la Merkel che ha ricomposto la frattura nata dall’ostilità dimostrata da Schroeder di fronte all’intervento americano, non lo contesta certamente Sarkozy, pronto a rinsaldare gli antichi legami fra Stati Uniti e Francia, non lo farebbe certamente la Gran Bretagna, da sempre indefettibile alleato statunitense. Proprio ora che Bush assapora il trionfo della sua politica internazionale, che ha fatto scomparire tutti i contestatori annidati nelle capitali della vecchia Europa è costretto a lasciare a favore, forse, di una nuova amministrazione democratica. Che cosa farà Obama dopo che si sarà seduto nello Studio Ovale? Probabilmente diminuirà l’impegno statunitense in Iraq. I democratici hanno condotto tutte le primarie incalzando i repubblicani sulla presenza americana in Iraq. Vedremo su cosa si concentrerà lo scontro elettorale considerando che la politica estera rimane spesso al di fuori delle dispute e che comunque i repubblicani possono rovesciare addosso ai democratici l’accusa di antipatriottismo. Ma se vinceranno i democratici, come sembra, il ritiro non potrà avvenire in tempi brevi né rapidi. Gli USA sembrano destinati a rimanere ancora a lungo in Iraq e negli altri teatri del mondo in cui sono presenti, come ad esempio l’Afghanistan. Di fronte ad una situazione ancora fluida e di difficile determinazione, rimangono alcuni punti fermi che hanno connotato l’ultima politica estera dell’ultima grande potenza. Quelli espressi dal rapporto della Commissione di Intelligence del Senato americano che conferma le menzogne dell’amministrazione nel 2003, al tempo della preparazione dell’invasione all’Iraq. Una dimostrazione di come il potere sia bugiardo, a tutte le latitudini e di come sia possibile, manovrando le agenzie di intelligence, la stampa e contando sul mai domo patriottismo a stelle e strisce concepire una guerra di aggressione, senza alcun riscontro oggettivo. Si ricorda infatti che non sono mai stati dimostrati i rapporti fra Al Quaeda e Saddam Hussein, che il programma nucleare iracheno era un bluff, che la pistola fumante non aveva sparato un sol colpo, che lo “yellow cake” acquistato in Nigeria e dal quale nacque lo scandalo Plame era l’ennesima panzana, frutto dei servizi manipolati, fra cui forse, anche quello italiano. L’amministrazione Bush, quella della vittoria all’ultimo tuffo con Kerry nelle contestate elezioni in Florida, un’amministrazione che si è rafforzata utilizzando la guerra al terrore come baluardo del proprio potere, verrà forse ricordata come quella che definitivamente ha abbandonato per sempre l’idea che le guerre preventive non sono ammissibili nel moderno diritto internazionale. Il lato oscuro del potere che riemerge con forza, con tutte le manipolazioni che sono costate centinaia di morti da una parte e dall’altra ma necessarie per dimostrare che il potere è potere e che si esercita solo con la forza. Bush ha vinto la sua battaglia perché oggi la stampa non parla più della politica estera della sua amministrazione. In Europa spira un vento conformista che chiuderà ogni anelito di verità. Probabilmente la verità verrà ancora una volta dalla stessa potenza che ha commesso il misfatto, quella statunitense. Come la Commissione di Intelligence del Senato americano ha voluto dire in queste ore. L’Europa, nonostante le proprie timide ambizioni di attore globale, è ancora lontana dal riprendersi il testimone.
RI - FDL

Roberto ha detto...

E’ ovviamente condannabile la condotta assunta dall’amministrazione Bush nel biennio 2002-2003 per raccogliere prove contro il regime di Saddam Hussein, prove oggi rivelatesi false, per giustificare l’intervento militare statunitense in Iraq nel 2003. Ma accanto alla condanna, opportuna quando si valuta l’operato, alla fine risultato sbagliato, di una grande democrazia quale quella degli USA, non posso però sottrarmi da fare alcune considerazioni, che possono essere giudicate provocatorie, ma che devono essere comunque citate per una comprensione più completa degli eventi di quel periodo.
L’11 settembre 2001 gli Stati Uniti sono attaccati per la prima volta sul proprio territorio continentale, l’attacco, platealmente drammatico e sanguinoso, assume una rilevanza ancor maggiore in quanto, sempre per la prima volta, gli USA sono minacciati, non da un singolo stato nemico, ma da un terrorismo ideologico-religioso transnazionale.
L’invasione trionfale dell’Afghanistan nel 2001, avvallata dalle Nazioni Unite e dalla maggioranza della comunità internazionale, ben presto si arresta, è vero che sono scacciati i talebani, ma Al-Qaeda, sebbene braccata, continua a sopravvivere nella regione, a mandare minacce ed a colpire, direttamente o indirettamente, con violenza, in Europa ed in Asia gli interessi occidentali. L’amministrazione Bush decide quindi, per dare delle risposte forti e di sicurezza alla propria popolazione di passare ad una fase superiore, nella strategia antiterroristica, cioè colpire un vero stato, un nemico storico, e la scelta cade sull’Iraq.
L’attacco all’Iraq è condannato dalla comunità internazionale, se si escludono poche eccezioni, in quanto è percepito come il desiderio, molto texano (lo stato della famiglia Bush) e profondamente statunitense, di fronte ad atteggiamenti volutamente ostili e violenti, di farsi giustizia da sé, valendosi della propria forza militare e dello strapotere tecnologico e finanziario.
Gli USA quindi nel 2003 sono in una situazione frustrante: potenti militarmente, ma sempre minacciati. Nel frattempo si avvicinano le elezioni presidenziali (2004) nelle quali una sconfitta dei repubblicani sarebbe percepita all’interno del paese, ma anche all’esterno, come un segnale di debolezza (non a caso, nonostante i fallimenti alla guerra al terrorismo e la crisi economica americana, Bush otterrà un consenso amplissimo per il secondo mandato); l’amministrazione Bush decide così di attaccare l’Iraq guidato dal sanguinario Saddam Hussein. Il regime di Baghdad è infatti inviso a tutto il mondo, specialmente nella regione mediorientale, dove l’ostilità contro il dittatore Saddam Hussein mette d’accordo perfino iraniani e israeliani. In una tale condizione per Washington non è difficile convincere alleati ed amici sull’opportunità dell’operazione in Iraq, mentre la massiccia mossa mediatica sulla pericolosità, più o meno veritiera, del regime iracheno serve a creare il consenso all’azione militare tra i cittadini americani. Nonostante il regime di Saddam non sia una primaria minaccia alla sicurezza degli USA e a quella internazionale (ha un esercito numeroso, ma dimesso e senza mezzi, ha armamenti missilistici, ma di modesta entità, sebbene poi Baghdad finanzi le organizzazioni terroristiche palestinesi), potremmo avanzare che la scelta di invadere l’Iraq, in quei giorni, era da considerarsi la meno sbagliata. Infatti se gli USA avessero voluto colpire effettivamente i centri del terrore internazionale avrebbe dovuto colpire l’Iran e la Siria, i cui servizi segreti infatti, tutt’oggi, hanno stretti contatti con le principali organizzazioni terroristiche internazionali. Teheran ha avuto contatti con il commando suicida dell’11 settembre ed assieme alla Siria finanzia attentati in Libano, nel nuovo Iraq e contro obiettivi israeliani e statunitensi. Pensate però che conseguenze nefaste, nella regione ed a livello internazionale ed economico, avrebbe avuto un attacco alla Siria o peggio ancora, sul piano militare, uno all’Iran. Ovviamente potremmo sottolineare che un paese democratico, come gli USA, non avrebbe avuto bisogno di ricorrere alla forza per affermare le proprie priorità o ragioni. Gli Stati Uniti però non credono, almeno ufficialmente, come alcune diplomazie occidentali, nel dialogo con gli stati “canaglia”, ma credono invece nel ricorso alla forza od alla minaccia dell’uso di questa, specialmente nella regione (attacco all’Iraq), come strumento di persuasione e pressione verso alcuni regimi ostili e filo-terroristi (Iran e Siria). Non a caso intorno al 2003-04, con Hussein neutralizzato, Israele, meno accerchiata, vide, purtroppo solo temporaneamente, nella Palestina e nella Siria vicini meno ostili, e gli iraniani e siriani assumere un profilo internazionale più moderato. In questa ottica occorre quindi far rientrare tutta l’operazione irachena. Sullo sfondo non bisogna però dimenticarsi che la campagna irachena avrebbe portato, come difatti avvenne alla fine del regime di Hussein, e la fine di qualsiasi dittatura è auspicabile. Difatti con la caduta di Saddam tra gli iracheni si manifestò un certo entusiasmo per il nuovo corso democratico, si ricordi le lunghe file per andare a votare per la composizione dell’Assemblea Costituente. Gli USA però hanno, fallito, ecco l’errore, nella ricostruzione civile e democratica dell’Iraq, infatti non avevano, e sembra non avercelo ancora, un piano ed una visione post fase militare. Con questo però non possiamo attribuire all’amministrazione Bush i numerosi morti americani e civili iracheni che fino ad oggi sono caduti nella liberazione e stabilizzazione del paese dell’Eufrate. Infatti non bisogna perdere di vista che queste morti sono provocate da vigliacchi attacchi terroristici perpetrati da “combattenti” legati ad Al-Qaeda, oppure finanziati dai servizi segreti iraniani e siriani, ed equipaggiati con materiali bellici provenienti dalla Siria, dall’Iran o dalla Palestina.
Un ultima considerazione. Il concetto di guerra preventiva poi non è attribuibile, nella teoria e nella pratica, ai falchi neocon dell’amministrazione Bush, ma invece è stata applicata per la prima volta dall’amministrazione democratica Clinton, si pensi difatti alla guerra in Kossovo; guerra inoltre avvallata e sostenuta da tutta la comunità internazionale (prevalentemente quella dell’UE), nonostante l’assenza del consenso delle Nazioni Unite. Non dobbiamo quindi ritenere che con l’eventuale vittoria del candidato democratico, Obama, alle prossime elezioni presidenziali, possa modificarsi sostanzialmente la politica estera statunitense ed il suo atteggiamento di forza contro il terrorismo internazionale. Molti leader democratici, difatti, votarono a favore degli interventi militari in Afghanistan ed Iraq.
RDF

Anonimo ha detto...

Caro Roberto,
le questioni che poni sono numerose. Mi limito solo a fare alcune considerazioni su alcune di esse. Partiamo dalla fine: Barak Obama non assumerà una politica estera diversa da quella di Bush, semprechè possa vincere le elezioni presidenziali, e tantomeno lo farà MacCain se dovesse essere lui ad entrare nello Studio Ovale. Siamo effettivamente troppo lontani dalla politica americana anche se osservatori curiosi ed interessati alle vicende della Grande Democrazia americana. Le mie considerazioni dunque non possono non essere basate su quello che si legge e si vede in superficie. Da questo punto di vista, e ponendo che Obama possa vincere le elezioni, mi pare che non potrà cambiare un gran chè nella politica imperialista statunitense. Mi permetto di puntare l'accento sull'aggettivo "imperialista" perchè credo che non si possa negare il fatto che la politica statunitense sia ancora tale. Qundi Obama non potrà fare nulla, anche se durante la lunghissima campagna verso la nomination del partito democratico ha suscitato enormi speranze. Probabilmente riuscirà a diminuire l'impegno statunitense in Iraq, ma forse non a disimpegnarsi del tutto. Un paese che basa la propria economia e la propria sociologia politica sull'intervento e sulla forza, in nome di una visione messianica del mondo non può improvvisamente diventare una colomba nello scenario internazionale. Suo malgrado, Obama non varierà più di tanto la politica estera statunitense. Il problema principale semmai, per non addossare tutte le colpe degli interventi unilaterali agli Stati Uniti, almeno dal mio punto di vista, è che anche alla "vecchia Europa" fa probabilmente ancora troppo comodo che siano gli USA, come negli ultimi sessant'anni, a dettare i tempi della politica internazionale. Come se l'Europa non riuscisse ancora a partecipare lasciando un impronta, alle decisioni strategiche. Di fatto è così, l'Europa ancora non ha nè fiato nè forza per potersi opporre ai disegni egemonici degli Stati Uniti. Dunque, gli USA continueranno ancora a dettare l'agenda della politica internazionale, piaccia o non piaccia, nonostante il tentativo russo di risorgere dalle proprie ceneri, nonostante l'ascesa incontrastata del pianeta Cina, nonostante la crescita silenziosa dell'altro grande gigante asiatico, l'India. Poi l'Iran che rimane sullo sfondo, altra grande potenza regionale, e tutto l'arco mediorientale. Quello che spiace e che non si può accettare, al di là della realpolitik che hai ben delineato e che ha animato la politica USA nell'intervento in Iraq, proprio la ricostruzione, veritiera o verosimile, delle decisioni di Washington in quel periodo e delle "opportunità strategiche" perseguite. Quando infatti parli delle mosse che l'amministrazione Bush ha fatto per "preparare" l'invasione in Iraq, si evidenzia il tipico gioco della potenza imperiale che muove la pubblica opinione verso la condivisione dell'irrinunciabile o "irrevocabile" decisione con le classiche menzogne del potere di stampo ottocentesco. Si pensava che tali decisioni, e le conseguenze che queste portano, come l'aggressione ad un paese retto da un dittatore sì sanguinario, ma fino a ieri complice nel complicato scacchiere mediorientale proprio contro gli ayatollah, appartenessero al passato secolo. Si pensava che la comunità internazionale avesse sviluppato gli anticorpi contro le politiche di aggressione. Ma sappiamo tutti che l'ONU è aggirabile e, come la vecchia Società delle Nazioni, è un gigante dai piedi di argilla. Purtroppo l'evidenza ci suggerisce che solo un equilibrio basato sulla forza può impedire attacchi verso paesi che dovrebbero essere loro ad emanciparsi dai propri governanti, quando questi sconfinano nella dittatura, e non essere rimossi da fantomatici "governi fantocci". Sinceramente i pacifici cittadini europei e credo anche molti italiani, non saprebbero come giustificare l'ennesimo attacco americano verso uno stato sovrano come l'Iran che, nonostante tutto, rappresenta anche il nostro primo partner commerciale nell'area mediorientale. Mi pare che l'Europa sia fredda di fronte alle intemperanze della crepuscolare amministrazione Bush. Probabilmente nel prossimo futuro potremo ancora vedere altre di situazioni di questo tipo. Sarà interessante vedere come i piccoli stati del medioriente e quelli fuoriusciti dall'ex impero sovietico sapranno garantirsi la propria indipendenza. Le fonti energetiche che abbondano in quei paesi e che sono vitali per la sopravvivenza occidentale saranno il banco di prova in cui si misureranno le ambizioni democratiche e di tutela del diritto internazionale dell'ultima grande potenza, un tempo paladina del diritto, della democrazia e della fratellanza, sacrificata sull'altare della realpolitik, di fronte al silenzio dell'Europa.
FDL