domenica 11 maggio 2008

La politica estera italiana del Nuovo Berlusconi

Alcune osservazioni sulla futura politica estera italiana da un'articolo del Sole 24 del passato 16 aprile, di Silvio Fagiolo.

3 commenti:

Recinto Internazionale ha detto...

Interessante l’articolo apparso sul Sole 24 Ore del 16 aprile 2008, all’indomani della vittoria elettorale della Destra, a firma di Silvio Fagiolo, sulla nuova politica estera italiana. L’autore effettua un’analisi sui prossimi impegni della diplomazia italiana all’indomani della schiacciante vittoria della Destra di Berlusconi alle elezioni politiche. Di fatto, la politica estera è rimasta assai lontana dai temi affrontati nella campagna elettorale, fra le più fiacche che si ricordino negli ultimi anni, e nonostante questo assai sorprendente nei suoi risultati, come la scomparsa di partiti storici dal Parlamento e la riduzione ad un massimo di quattro gruppi parlamentari in entrambi i rami del Palazzo. In questo articolo vengono toccati alcuni dei punti più importanti dell’agenda politica internazionale. Si passa dal ruolo dell’Unione Europea e delle singole potenze che ne fanno parte, confermando che il metodo intergovernativo prevarrà su quello comunitario, al ruolo della NATO, fino ai rapporti con gli Stati Uniti ed alla presenza europea ed italiana nei vari scenari internazionali. Sul primo punto, si ammette già che l’Europa, questo irraggiungibile Eldorado, è già depotenziata in una delle sue espressioni politiche più ambiziose: la politica estera. Questo dovrebbe significare che gli stati europei che contano, Francia, Germania e Gran Bretagna, avranno ancora il peso maggiore, a danno degli altri partner che dovranno ruotare attorno alle decisioni prese dai primi. Poi si accenna alle recenti dichiarazioni del presidente francese Sarkozy che annunzierebbero il rientro della Francia nella NATO, dopo quasi quarant’anni dallo strappo di De Gaulle. Poiché la NATO, proseguendo sulla linea strategica che l’ha contraddistinta dopo la fine della Guerra Fredda, dovrebbe diventare il braccio operativo della difesa europea, se l’osservazione sopra posta sul metodo intergovernativo dovesse affermarsi, parrebbe certo che le decisioni non passerebbero più (ma sono mai passate?) da Bruxelles, bensì dal concerto delle capitali Parigi, Berlino, Londra. E l’Italia di Berlusconi dove si posizionerà? Intanto ci pare opportuno segnalare una prima questione: la Destra (come anche la Sinistra) non ha preso alcuna posizione durante la campagna elettorale, sui temi di politica estera. Parrebbe che questa interessi assai poco, se si pensa che un probabile candidato alla Farnesina, il Commissario Europeo Frattini, lascerà Bruxelles per riparare a Roma. Un ulteriore elemento che conferma come, nella nostra classe dirigente, l’Europa sia assai lontana, nonostante che le principali decisioni economiche vengano prese a Bruxelles. Ma forse questa non è una colpa attribuibile alla sola Destra. E’ un problema di sistema Italia che non riesce a contare, a causa delle sue storiche divisioni interne e per una tendenza all’isolazionismo, a fuggire dal contesto internazionale. Ed è questa la ragione per cui il nostro Paese per lungo tempo ha ignorato la politica di coesione comunitaria, l’utilizzo dei fondi strutturali, la possibilità di far affermare la lingua italiana fra le principali lingue del continente (andate a vedere i siti della Commissione per vedere quanti documenti sono tradotti in italiano), tanto per fare solo alcuni esempi. Per farla breve, ci pare che la politica estera italiana sia carente da un punto di vista della sua ragione d’essere o dell’esplicazione delle linee guida generali, nei principali tavoli dove si fa la politica internazionale. Cioè a Bruxelles, in primo luogo, ma anche nelle organizzazioni internazionali. Eppure anche recentemente, alcune azioni condotte dal nostro paese sono state riconosciute come dei successi: dalla missione in Libano alla presenza in Afghanistan, fino alla ripresa del dialogo con i paesi arabi che si affacciano sul Mediterraneo. Ma tutto questo appare essere slegato da un disegno globale e comunque fuori da una linea comunitaria. Alla fine di tutto ci pare di constatare alcune cose: intanto l’Unione Europea non riesce ad affermarsi come soggetto politico unitario. Conseguentemente, la politica estera risente ancora della forza delle singole potenze, soprattutto quelle storiche, che hanno voluto la nascita dell’Unione, Francia, Germania, Gran Bretagna. In questo contesto l’Italia dimostra ancora la sua debolezza, dovuta alla mancata visione di una politica estera unitaria e condivisa dai vari attori politici, conseguenza della sua storia passata e di quella più recente. Bisognerà vedere se il nuovo governo sarà capace di recuperare consenso. Purtroppo, nei primi anni del 2000, quando Berlusconi si presentò all’Europa, il suo cammino parve assai difficile ed impervio. Poi arrivarono le polemiche sull’Euro e sull’Europa che, con il mandato di cattura europeo pareva Forcolandia. I protagonisti di quelle polemiche probabilmente riprenderanno i loro posti. Avranno forse un vantaggio: che i loro interlocutori di allora non ci sono più, ma in Europa si ha la memoria più lunga che in Italia. Poi le tensioni si stemperarono, e alcuni osservatori hanno sostenuto che l’ultimo governo Berlusconi è stato apprezzato in Europa. Oggi le condizioni interne paiono essere mutate. La Destra ha un ampio consenso ed una forza ancora maggiore rispetto ai governi che aveva espresso fino a due anni fa. Ma la debolezza del sistema Italia nella politica estera, intesa come capacità di far valere l’interesse nazionale (mai troppo chiaro, questo benedetto interesse nazionale!) pare ancora forte. Vedremo se il Berlusconi quater sarà capace di formulare una politica estera condivisa e dunque rappresentativa dell’interesse nazionale (a nostro avviso ancora misterioso), senza per questo dover accettare i dettati delle altre cancellerie come pare aver fatto nei cinque anni precedenti. Solo così sarà possibile lavorare a testa alta sulla pace israelo palestinese, sull’assetto del Kosovo, sugli autoritarismi consolidati (Cina e Russia), la minaccia nucleare iraniana. Come chiude Silvio Fagiolo, nel citato articolo del Sole 24 Ore, la politica estera dovrebbe essere lo strumento capace di fare “fronte alle tante incognite dell’economia internazionale, lo strumento in grado di contribuire a superare la decadenza del Paese, l’indebolimento della coscienza di sé e della percezione esteriore, la perdita di identità. Il tutto, si auspica, in uno stile sobrio e ponderato”. A nostro avviso, la sfida del nuovo governo Berlusconi sta tutta in queste ultime parole: uno stile sobrio e ponderato. FDL

RDF ha detto...

Credo che il governo Berlusconi in politica estera non si discosterà molto dagli indirizzi che avevano caratterizzato la sua precedente esperienza (2001-2006). E’ vero, nella campagna elettorale italiana il tema della politica estera è stato affrontato poco dai leader del centro-destra, ma questi temi sembrano comunque attrarre sempre meno i candidati e gli elettori in tutte le campagne elettorali, si pensi agli USA, il paese economico e militare guida dell’intero globo, che ha interessi in tutto il modo ed ha dichiarato guerra al terrorismo internazionale; qui il presidente è scelto per la sua visione dei problemi interni e non di quelli internazionali. Ma comunque Berlusconi ed alcuni suoi fedelissimi, alla vigilia delle elezioni, avevano anticipato alcune linee guida per le prossime scelte di politica estera: prolungare l’impegno italiano nelle missioni all’estero, sempre sotto l’egida delle Nazioni Unite, chiedendo però che vengano riviste le regole di ingaggio per alcune, ad esempio per quella in Libano divenuta in questi giorni di drammatica attualità; voler ritornare in Iraq, in quanto missione di pace e promossa dall’ONU, al fine di contribuire alla ricostruzione del paese, stretta collaborazione con la nuova amministrazione degli Stati Uniti e collaborazione, forse meno stretta, ma rispettosa con l’UE.
I nodi invece che dovrà affrontare il prossimo governo italiano sono vari. Partiamo da Bruxelles. Roma infatti, in un’Europa Comunitaria molto vasta e paralizzata da veti incrociati, dovrà finalmente favorire od aderire alla formazione di alleanze ristrette di paesi comunitari, qualora non si possa raggiungere un consenso unanime su alcune tematiche comunitarie, capaci così di affrontare le nuove problematiche (immigrazione, politica estera comunitaria, esercito europeo, polizia, ecc…). Dall’alta parte però Roma non dovrà vergognarsi di difendere il proprio interesse nazionale; difatti tutte le capitali comunitarie impongono il proprio punto di vista o veto su decisioni non condivise, che anche Roma sia decisa nel difendere le proprie posizioni e non si preoccupi delle critiche, che l’Italia infatti nella UE sia una fra le pari, non una delle altre.
Altro problema è il rapporto con i paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Noi dipendiamo da questi paesi per le loro risorse energetiche e per molte commesse commerciali. L’imprenditore Berlusconi punterà a stingere e mantenere buoni rapporti con questi paesi per l’importanza strategica che rappresentano per noi. Ma non dobbiamo dimenticare che parte della compagine del nuovo governo (ad esempio la Lega e l’ala sociale del PdL) non vede di buon occhio il dialogo con questi paesi. I temi di contrasto sono infatti l’immigrazione clandestina e l’avanzare nel Vecchio Continente dell’integralismo islamico. Quindi che Berlusconi sia buon mediatore, ma non accetti nessuna lezione morale od imposizione dai vari dittatorielli sanguinari nord-africani.
Berlusconi si è sempre dichiarato, e gli è stato riconosciuto, fedele amico della Turchia e di Israele, paesi che, per motivi diversi, svolgono ruoli fondamentali nella delicata regione mediorientale. La Turchia, nella stessa maggioranza non trova molti consensi, ma è un buon alleato dell’Occidente e non bisogna perderlo sul cammino della definitiva affermazione delle sue istituzioni democratiche. La stessa sensibilità verso Istanbul dovrebbe essere manifestata dagli altri paesi comunitari.
Per quanto riguarda Israele il governo è stato chiaro, simpatia e sostegno. In passato il Pentapartito ed il PCI avevano manifestato la loro vicinanza con il mondo arabo ed i palestinesi, oggi la scelta del nostro governo cambia parte; niente di scandaloso. Se questa scelta potrà danneggiarci con il mondo arabo, in riferimento sempre alle risorse energetiche e rapporti commerciali, non possiamo saperlo, comunque occorre ricordare che anche il mondo arabo ha bisogno di noi e dei nostri soldi e, come affermato in un mio recente intervento, non credo che la questione palestinese sia al centro delle preoccupazioni delle altre popolazioni arabe.
Ulteriore problema è il rapporto con la Cina. Anche qui il sorridente Berlusconi si troverà in sintonia con gli altrettanti sorridenti leader cinesi, oramai più capitalisti che comunisti. Eppure la Cina incontra nella nuova maggioranza la più ampia ostilità. Anche i settori dell’originaria Forza Italia (Tremonti, Brunetta) vedono la Cina più come minaccia che opportunità, una realtà da cui difendersi più che dialogarci. Berlusconi comunque alla fine non potrà che dialogare con la Cina, data l’importanza che quel mercato rappresenta per la nostra economia e per il ricco Nord-Est, nonostante tutte le minacce, ma non potremmo tollerare e concedere ai cinesi ulteriori deroghe in tema di tutela dei diritti fondamentali, rispetto dell’ambiente od ad eventuali loro azioni di forza.
Infine il dialogo con i paesi europei non comunitari. Nei confronti della Russia, l’amicizia personale tra Berlusconi e Putin sarà ancora alla base dei buoi rapporti (sempre commerciali ed energetici) tra i due paesi, anche se a Mosca la politica sta cambiando, sebbene solo nelle facce. Non credo che Berlusconi però possa mediare tra la Grande Russia e l’Occidente nello smorzare le varie questioni calde (nucleare iraniano, allargamento NATO, approvvigionamento delle fonti energetiche); gli interessi dei paesi vanno difatti oltre i rapporti personali. Comunque non bisogna enfatizzare il comportamento forte (avvicinamento all’Iran e alla Cina, proclami da Guerra Fredda, influenza politica e militari verso i vicini paesi) che la Russia ha scelto di attuare già da alcuni anni; infatti anche Mosca, come Pechino, ha bisogno di dialogare (commerciare) con l’Occidente. Riguardo invece la regione Balcanica, auspicabile sarebbe che il nuovo governo italiano ritirasse il riconoscimento dell’indipendenza del Kossovo, improvvida scelta del governo Prodi e di altri governi internazionali che ha reso sempre più delicata la stabilizzazione della regione.
Capitolo a se stante, il rapporto con gli USA. A novembre si concluderà la particolare presidenza Bush, ovviamente chiunque gli subentrerà, quale democratico o il repubblicano Mc Cain, si distinguerà molto, nei modi, dal suo predecessore, ma non si creda che gli USA, nelle scelte fondamentali (economia e politica estera), possano cambiare sostanzialmente rotta. Il governo italiano, giustamente ha ribadito la propria amicizia e fedeltà a Washington, ma che esso possa essere anche un buon consigliere, se richiestoci dagli americani, sulle importanti decisioni internazionali; infatti in un contesto mondiale che vede potenze economiche e militari minacciose e autoritarie (Cina e Russia), non si lasci solo il nostro più antico e forte alleato.
Berlusconi è stato votato alla guida del paese con un ampio consenso in quanto la sua colazione è stata percepita, dagli elettori, come l’unica in grado di prendere decisioni, anche impopolari, ma almeno giuste. Sappiamo che Berlusconi è un grande amante del consenso e quindi difficilmente, anche in politica estera, potrà effettuare scelte di rottura, ma è comunque giunta l’ora, e qui mi appello alle forze più decisioniste ed attive del nuovo governo, affinché anche in politica estera, come nella gestione della res pubblica, abbiano schiena diritta e quindi giudichino le situazioni e facciano le scelte per il bene del paese e del convivere internazionale, ma senza perseguire alcuna superflua e inconcludente strategia del politicamente corretto.
RDF

Anonimo ha detto...

Gli argomenti trattati sono molteplici, mi permetto di fare delle osservazioni solo su alcuni specifici punti per poi tornare, magari più avanti, su tutte le altre questioni. Direi qualcosa sui rapporti con Israele e con gli stati arabi che si affacciano sul "mare nostrum" e del rapporto con gli Stati Uniti. Sulla politica estera italiana verso Israele, mi spiace, ma io rimango nettamente contrario ad un appoggio incondizionato e privo di riflessioni allo stato della stella di Davide. Non perchè non si debba essere amici di Israele. Nessuno vuole essere nemico dello stato ebraico. Poi l'Europa si porta sempre dietro il "peccato originale" della Shoah per cui sarà difficile che gli europei possano guardare a Gerusalemme con distacco. Però bisogna essere chiari su un punto. Si si vuole essere autorevoli in politica estera e non di parte (a me piacerebbe avere un paese autorevole piuttosto che di parte, che possa mediare e proporre soluzioni invece che andare a braccetto con uno dei contendenti senza se e senza ma)bisogna fare i conti con tutti i contendenti. La pace si costruisce con i nemici, non con gli amici. Con gli amici non si fanno guerre. Siccome in Palestina si fronteggiano da oltre sessant'anni due popolazioni nemiche, bisognerà che prima o poi pervengano ad una pace. Questo porterebbe stabilità nell'intera regione con le conseguenze che tutti immaginano: prezzi del petrolio più accessibili, diminuzione delle tensioni internazionali, peso degli armamenti in quest'area del mondo sempre più basso, rinascita dei commerci, apertura internazionale. Probabilmente la pace in medio oriente, nonostante le affermazioni di facciata, non fa comodo a nessuno: non fa comodo ad Israele, non fa comodo ai Palestinesi, non fa comodo, soprattutto, alle diplomazie internazionali che possono godere di un'area franca dove compiere politiche nefaste. Il governo Berlusconi, a mio personalissimo avviso, ha il difetto di schierarsi acriticamente con le posizioni dello stato di Israele. E di considerare, con un linguaggio da falco, pur non essendo il nostro paese uno stato con la potenza che non permette di essere un falco, se non altro proprio per la dipendenza energetica dai paesi dell'area, tutti i contendenti diversi da Israele alla stregua di terroristi. Il linguaggio di Bush è bene che vada in soffitta alla svelta. La politica del precedente governo Prodi, e della sinistra in generale, ha sempre cercato di dare una voce ed una risposta anche al campo avverso a quello israeliano. Non si tratta di buonismo o di "politically correct" inconcludente, quando di impegno per cercare di chiudere le questioni. Se non si dialoga non si può arrivare alla pace. Questo è impossibile. E' molto più facile essere falchi e usare parole forti, nette e purtoppo inconcludenti, come la Storia ha sempre dimostrato piuttosto che colombe. Il negoziato sfianca e se qualcuno ha voglia di menare le mani si accomodi. Qua si rimane per il dialogo e non per la forza. Almeno finchè la diplomazia potrà dispiegare le proprie armi bianche.
Sui rapporti con gli Stati Uniti anche qua sarebbe opportuno cercare di fare un passo avanti. Non c'è dubbio che l'Italia rischia di diventare un teatro secondario dove gli interessi statunitensi contano sempre meno. Sarebbe opportuno che i nostri governanti riacquisissero un pò di dignità nazionale, proprio in questo clima di collaborazione fra destra e sinistra e rinegoziassero gli accordi con gli americani. Rinegoziare significa riportare la presenza statunitense in Italia (fino a che gli americani riterranno opportuno rimanere) su un piano di parità. Da questo punto di vista rimaniamo un paese a sovranità limitata, gli ultimi europei che ancora devono scappellarsi a Washington. E' caduto il muro, sono cadute le ideologie, è caduto il confronto fra destra e sinistra nel nostro paese. E' l'ora che si torni ad avere una visione nazionale condivisa ed improntata alla pari dignità con gli altri Stati, anche nei confronti dell'Attore Globale.
FDL