sabato 23 luglio 2011

Spazzatura nello spazio

(fonte: Il Tempo), a cura di Roberto Di Ferdinando

Secondo gli esperti sono circa 300.000 i rottami della grandezza da 1 a 10 cm e miliardi di dimensioni più piccole che ruotano in orbita attorno alla nostra Terra. Sono i residui, resti di vecchi satelliti, pannelli metallici, utensili, bulloni, viti, parti in plastica ecc…, lasciate ovviamente dall’uomo nelle sue missioni spaziali. Una discarica abusiva e pericolosa. Basti pensare che a fine giugno l’equipaggio della Stazione Spaziale Internazionale si è dovuto rifugiare nella navetta di emergenza Soyuz, pronti ad abbandonare la base, perché un grosso rottame minacciava di colpire la stazione. Per fortuna l’oggetto si è tenuto lontano 250 metri e dopo 30 minuti di panico gli astronauti sono ritornati alla stazione per svolgere le normali attività. Non è la prima volta che la base rischia di essere colpita da un rifiuto spaziale, già il 12 marzo 2009 un altro oggetto passò vicinissimo alla stazione, anche quel giorno fortunosamente senza colpirlo. In altre volte invece la Stazione Spaziale Internazionale è riuscita, con manovre evasive ha evitato l’immondizia cosmica. L’immondizia a quanto pare è un problema non solo per il sindaco di Napoli.
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venerdì 22 luglio 2011

L’ultimo nazista

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

La notizia è stata data a fatto compiuto. Nei giorni scorsi i resti di Rudolf Hesse, il braccio destro di Hitler, sono stati riesumati dalla tomba del piccolo cimitero della parrocchia evangelica della cittadina di Wunsiedel, con il consenso dei familiari, per essere cremati e le ceneri saranno disperse forse in mare (come Osama Bin Laden), mentre la lapide della tomba, su cui vi era scritto “Io ho osato”, è stata distrutta. Tale scelta è stata voluta dalle autorità cittadine per mettere fine al continuo pellegrinaggio sulla tomba di nostalgici e neonazisti. Dal 2005 le manifestazioni e celebrazioni dinanzi alla tomba sono state proibite, nel 2004 vi parteciparono migliaia di persone.
Rudolf Hesse nasce nel 1894 ad Alessandria d’Egitto, in una ricca famiglia, partecipa alla prima guerra mondiale come pilota e nel 1920 su suggerimento dell’amico Hitler, entra in politica. Aiuta il futuro Fuhrer a scrivere il Mein Kampf, sarà al fianco di Hitler e condividerà le sue scelte fino al misterioso volo del maggio del 1941, quando si paracadutò in Scozia per tentare, forse, una pace con gli inglesi. Al momento di partire per la sua missione lasciò scritta una lettera ad Hitler: “Se questo piano dovesse fallire sarà sempre possibile negare ogni responsabilità: dì solo che sono pazzo”. Su tale gesto vi sono ancora molti dubbi. Hesse fu arrestato dai britannici ed il tribunale di Norimberga lo condannò all’ergastolo. Unico detenuto del carcere di Spandau, a 93 anni si suicidò, impiccandosi in cella, quando sembrava che forse sarebbe potuto essere liberato. Era il 17 agosto 1987. Da quel giorno ogni 17 agosto era organizzata una manifestazione di neonazisti a Wunsiedel per celebrarlo, che spesso si trasformava in un’occasione per causare disordini e tafferugli.
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L’Albania rende onore a George W. Bush

(fonte: Sette-Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

A Fushe Kruje, presso Tirana, alcuni giorni fa è stata eretta da una statua in bronzo che ritrae un sorridente George W. Bush, e come se non bastasse la statua si trova proprio al centro della piazza intitolata allo stesso ex presidente USA. L a statua è alta 2,85 m ed è stata inaugurata dal premier albanese, Sali Berisha. Da queste parti Bush è molto amato, forse è l’unico posto al mondo dove può incontrare tale consenso. Nel 2007, durante una visita ufficiale in Albania difatti fu accolto come un eroe, il perché non si sa con certezza, ma dopo tante critiche ed attacchi Bush può compiacersene.
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Il dramma della Somalia

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Non bastavano venti anni di guerra civile, adesso anche la siccità e le carestie stanno annientando la Somalia. Da alcuni giorni le Nazioni Unite hanno dichiarato l’emergenza umanitaria per i paesi dell’Africa Orientale, ma la situazione più drammatica è quella della Somalia, dove muoiono di fame 6 bambini (entro i 5 anni di età) ogni 10.000; basti pensare che l’ONU fa scattare questa emergenza in presenza del 30% dei bambini malnutriti e quando muoiono due bambini su 10.000, in Somalia il livello di malnutrizione ha superato il 50% dei bambini, la percentuale, oggi, più alta al mondo. La crisi alimentare ha colpito la Somalia in particolare nelle ex colonie italiane di Bakol e del Basso Shebelle, coinvolgendo circa 3,7 milioni di persone. Le cause sono, oltre alle difficoltà già provocate dalla guerra, la siccità (non piove da due stagioni), e quindi le carestie, queste hanno causato la mancanza di raccolti buoni, non solo, molte persone, in mancanza di altro, si sono nutrite con le sementi, pregiudicando così i futuri raccolti.
L’emergenza coinvolge anche Etiopia, Gibuti, Uganda e Kenya, ma è la Somalia a preoccupare di più, infatti la guerra ventennale, il controllo di alcune zone da parte degli shebab, i fondamentalisti islamici legati ad Al-Qaeda, che hanno espulso dal territorio le ong, rendono difficili le operazioni umanitarie. Intanto molti somali si sono messi in cammino, destinazione Dadaab, il campo profughi più grande del mondo, è in territorio keniota ed ospita 400.000 persone, ed è gestito dall’Alto commissariato ONU per i rifugiati, che ha anche allestito altri campi negli altri paesi coinvolti dalla crisi alimentare. Molti paesi si stanno attivando per aiutare le popolazioni (ong ed ONU non ce la fanno da soli), ma la appello è stato inviato anche ai privati e singoli cittadini, perché sottoscrivano donazioni (AGIRE – l’Agenzia italiana per la risposta alle emergenze ha lanciato un appello congiunto di raccolta fondi per l’Africa orientale. Per saperne di più www.agire.it)
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venerdì 15 luglio 2011

Cala il consenso per Barack Obama

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

L’istituto di ricerca Zogby International ha effettuato un’indagine per conto dell’Istituto Arabo-Americano, l’organizzazione che rappresenta gli interessi della comunità araba negli USA, per censire la popolarità ed il consenso che l’amministrazione Obama hanno nel mondo arabo. Il risultato è stato sorprendente. Infatti, l’America di Obama risulta non piacere ai paesi arabi, non solo, a rendere il dato della ricerca ancor più incredibile è che il gradimento arabo per la politica di Obama sarebbe inferiore a quello manifestato alla precedente amministrazione di George W. Bush e già allora si era su cifre molto basse. Sono state intervistate 4 mila persone in 6 paesi (Marocco, Egitto, Libano, Giordania, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti). Solo in Libano ed in Arabia Saudita il consenso verso la politica USA è aumentato (rispettivamente del +2% e del 17%). Negli altri paesi invece è forte la critica all’amministrazione Obama, tanto che molti degli intervistati hanno individuato la politica dell’Iran più costruttiva (!) per portare la pace nella regione. Uno smacco ed un notevole passo indietro per il presidente Obama, a due anni dal famoso discorso all’Università del Cairo, quando le sue parole infiammarono lo spirito dei giovani arabi annunciando un nuovo corso per la politica USA e quella internazionale, in particolare nel rapporto con il mondo arabo e musulmano. Eppure oggi in Egitto il 95% delle persone contattate per l’intervista demoscopica hanno espresso la loro delusione dall’atteggiamento degli Stati Uniti. Le cause di tale diffidenza e delusione, sembrano riconducibili anche agli effetti dell’assassinio di Stato di Osama Bin Laden, ritenuto dal mondo arabo un’inutile dimostrazione di forza. Non solo, il 66% degli intervistati ha dichiarato che gli USA non si sono attivati per limitare Israele. Non è bastata la tensione di maggio tra USA e Israele, quando Obama invitò in maniera decisa il governo Netanyahu a ritirarsi entro i confini del 1967. Una mossa che invece ha deluso la comunità ebraica, tanto che il suo consenso verso il presidente Obama è giunto oggi al 46%; quando si insediò era al 78%. Un Obama che scontenta tutti, forse, allora, è sulla buona strada, infatti, bisognerebbe diffidare da chi attrae il consenso da tutti.
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giovedì 14 luglio 2011

La Germania sbarca in Africa

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Angela Merkel attualmente si trova in visita ufficiale in Kenya, poi si recherà in Angola ed infine in Nigeria. Dal 2007 è la terza volta che la Cancelliera si reca in Africa e ciò dimostra l’attenzione anchedella Germania verso il Continente Nero. Motivi del viaggio sono la stipulazione di accordi commerciali, in particolare in materia di risorse energetiche. Dopo che Berlino ha deciso di abbandonare il programma nucleare adesso ricerca fornitori di gas e di petrolio. Ma la Merkel introdurrà in questi rapporti con i leader africani una nuova concezione di cooperazione. Infatti non più progetti di assistenza ed aiuti, ma accordi commerciali e di collaborazione paritari.
La presenza tedesca in Africa ha anche un altro valore strategico-diplomatico, quello di contrastare l’avanzata della Cina. Infatti negli ultimi 5 anni, il 14% degli investimenti cinesi destinati all’estero si sono rivolti all’Africa sub-sahariana e gli scambi commerciali tra Cina ed Africa hanno raggiunto i 120 miliardi di dollari. L’Occidente vede con preoccupazione il “nuovo colonialismo” cinese.
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mercoledì 13 luglio 2011

Racconto di un prigioniero italiano in URSS

(fonte: Microstoria), a cura di Roberto Di Ferdinando

Togliatti era stato soprannominato il “Migliore”, perché gli si riconoscevano molte capacità politiche tali da aver portato il PCI a numeri elettorali altissimi. Nasce così il mito di Togliatti, che diventa, o meglio è stato fatto diventare per una certa parte dell’Italia, un politico illuminato che aveva a cuore principalmente le lavoratrici ed i lavoratori . In Italia monumenti e strade gli sono stati dedicati ed intitolati, forse oltre i suoi effettivi meriti. Personalmente bastano le righe che tra poco andrò a citare per non credere a questo mito del Migliore. Il 15 febbraio 1943 Togliatti scriveva a Vincenzo Bianco, funzionario del Komintern () questa lettera: “[…] l’altra questione sulla quale sono in disaccordo con te è quella del trattamento dei prigionieri. […] la nostra posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso l’Unione Sovietica è stata definita da Stalin, e non vi è più niente da dire. Nella pratica, però, se un buon numero di prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire […] Il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini, e soprattutto la spedizione contro la Russia, si concludano con una tragedia, con un lutto personale, è il migliore, è il più efficace degli antidoti.” Togliatti auspicò quindi la morte dei prigionieri italiani, che sebbene ormai resi innocui nei campi di concentramento russi, furono sacrificati, a guerra conclusa, per motivi politici. I prigionieri italiani in Russia dal 22 giugno 1941 al 1° marzo 1944 furono 43.674, di questi solo 10.032 tornarono in Italia. Enzo Nelli, ex combattente dell’esercito italiano, poi partigiano, prigioniero dei tedeschi dopo l’8 settembre, ed anche reduce dei campi di concentramento sovietici, oggi 89enne, ha raccontato alla rivista toscana di Microstoria in che condizioni i prigionieri italiani furono costretti a vivere, secondo anche le disposizioni del compagno Togliatti.
Nelli insieme ad altri prigionieri italiani fu condotto in treno in Siberia a lavorare nelle miniere di carbone. Il viaggio durò quattro mesi patendo fame, sete e freddo. Il campo di prigioneria si trovava circondato da neve e ghiacci (la temperatura arrivò fino a -55 gradi), impossibile pensare di scappare da quel luogo. “I prigionieri erano costretti a dormire sui pancali di legno. Per mangiare, su 150 litri di acqua, ci mettevano 10 kg di stoccafisso e 10 kg di patate secche . Ad ognuno toccavano 5 grammi di pane di segale nero al giorno insieme a questa brodaglia. […] Fra noi c’era gente che la notte andava al gabinetto e non tornava più. Venivano uccise a palate… gli venivano tagliate le gambe e buttate sulla brace per sfamarsi. Alcuni giorni mancavano venti, trenta internati all’appello”. Il 26 gennaio 1946 le autorità sovietiche annunciarono a Nelli ed ai suoi compagni la prossima liberazione, “ci fecero fare il bagno dopo due anni, ci buttarono su una tradotta ed arrivammo a Novosibirsk il 30 marzo 1946. Ci fecero scendere e ci portarono in un altro campo di concentramento […]. Fummo impiegati nella fabbricazione di lastroni di ghiaccio. Ci tennero fino alla fine di aprile. Poi partimmo per Mosca dove arrivammo ai primi di maggio. Ci fecero lavorare, togliere bombe dai sotterranei della metropolitana. Da qui, poi, ci muovemmo in direzione di Kiev e Odessa, dove ci portarono al porto. C’era una nave italiana. Potevamo partire, invece la caricarono di carbone e ci spedirono di nuovo in un campo di concentramento, un ex ospedale distrutto dai bombardamenti. Dovemmo aspettare il referendum del 2 giugno prima di poter tornare. C’era chi temeva che votassimo per la Monarchia. Rientrammo il 12 luglio 1946 dall’Ungheria, in Austria e quindi, presso il Tarvisio fummo consegnati alle autorità italiane”. Contemporaneamente nasceva la Repubblica ed il mito del Migliore.
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lunedì 11 luglio 2011

A scuola di diplomazia si studia la musica metal

(fonte: Sette-Correire della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

I paesi scandinavi sono degli ottimi fruitori, ma anche produttori di musica “metallica”, in particolare della black metal. E dato che tale tipo di prodotto musicale è tra le principali voci di esportazioni della Norvegia, il governo di Oslo ha stabilito che la diplomazia norvegese inizi a studiare seriamente questo fenomeno per promuoverlo ancora di più all’estero. La metal quindi parte integrante della cultura norvegese e prodotto molto richiesto all’estero e quindi, economicamente, non trascurabile. Il Ministero degli esteri norvegese ha quindi deciso che i prossimi 20 neo diplomatici assunti frequentino un corso di storia della black metal.
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Spese logistiche troppo care

(fonte Sette-Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Le operazioni militari stanno diventando un peso per le deboli economie occidentali. Gli stessi USA, i “gendarmi internazionali”, stanno valutando per motivi prettamente economici di ritirarsi o ridurre la loro presenza dai vari teatri di conflitto, peacekeeping o peace-enforcing a cui partecipano. Infatti, le voci di spesa per queste operazioni militari sono tantissime e molto onerose, spesso più legate alla logistica che alla mera attività di bellica o di controllo del territorio. Basti pensare che secondo quanto rivela il generale statunitense Steve Anderson, oggi in pensione, ma ex comandante della logistica in Iraq, gli USA spendono 20 miliardi di dollari (più de bilancio della NASA) solo per il condizionamento delle tende e prefabbricati che ospitano le truppe a stelle e strisce in Iraq ed Afghanistan. Non solo, tale servizio ha avuto e continua ad avere un costo anche in vite umane, circa 1.000 militari predisposti al trasporto del rifornimento di questi grandi impianti di condizionamento sono caduti vittime di attentati da parte dei ribelli.
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venerdì 8 luglio 2011

Missioni militari italiane all’estero

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Mercoledì scorso al Quirinale si è svolto il Consiglio Supremo di Difesa in cui sono state analizzate le missioni militari italiane all’estero. Nell’occasione il Ministro della Difesa ha esposto la situazione finanziaria delle operazioni delle nostre Forze Armate. Nei primi sei mesi del 2011 le missioni all’estero (sono 28) sono costate 668 milioni di euro più la missione in Libia che al momento è costata 142 milioni di euro (totale quindi 810 milioni di euro). La missione più costosa è quella in Afghanistan (380.7 milioni di euro con 4.200 uomini), poi seguono la Libia, il Libano (106,2 milioni di euro e con 1.780 militari) ed i Balcani (35,7 milioni di euro e circa 1.300 uomini).
Il Ministro però ha garantito e previsto riduzioni delle spese militari come auspicato dalla Finanziaria per non superare il tetto di 700 milioni di euro per il secondo semestre (riduzione di 110 milioni di euro e rientro di 900 militari). La nostra partecipazione in Libia comporterà una spesa, per i prossimi tre mesi, di 60 milioni di euro, dal canale di Sicilia è stata ritirata la nave Garibaldi, a perlustrare le acque è stata predisposta quindi solo una nave, mentre continueranno le operazioni in territorio libico i nostri aerei (Eurofigther 2000, F16 Falcon, Tornado, 2 velivoli aereofornitori, AV-8 Plus dell’Aeronautica e gli Harrier della Marina), che ad oggi hanno compiuto 1.500 missioni utilizzando 250 armamenti.
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