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sabato 2 febbraio 2013

La corrispondenza di La Pira con l’America Latina


(fonte: Avvenire, Quotidiano Nazionale), a cura di Roberto Di Ferdinando

La casa editrice Polistampa nelle settimane scorse ha pubblicato un libro sulle lettere, appunti e discorsi conservati dall’archivio della Fondazione La Pira (nel 2009 era già uscito, sempre per Polistampa, un volume sulla classificazione di 45 mila documenti riguardanti l’ex sindaco di Firenze). Il volume (http://www.polistampa.com) a cura di Samuela Cupello e Beatrice Armandi, riporta alcune lettere e telegrammi che Giorgio La Pira scrisse tra il 1938 al 1977, tra questi alcuni molto importanti da un punto di vista storico e politico, ed esempio, 14 settembre 1973, così La Pira telegrafa a Pinochet che da alcuni giorni si era insediato al governo del Cile con un golpe: “Ricordi divina ammonitrice Parola. Qui Gladio ferit gladio perit. LaPira”, ed ancora il 26 settembre: “Mediti giudizio di Dio leggendo SanMatteo Venticinque. La Pira”. Nel maggio del ’74 scrive al Colonnello José Castro perché vengano rispettati i diritti dei prigionieri politici rinchiusi nelle carceri cilene: “Giudicate come dice Evangelo Conceda grazia”, il telegramma fu rispedito al mittente. La Pira ebbe molto a cuore la causa cilena già molti anni prima, infatti negli anni Sessanta, quando giunse alla presidenza del Cile il democristiano Eduardo Frei, La Pira lo definì così, in un telegramma a Bob Kennedy : ”Frei è la speranza storica dell’America Latina» (6 luglio 1965).
Quale presidente della Federazione mondiale delle città unite, La Pira pose il suo sguardo attento verso l’America Latina, luogo di nuove esperienze politiche e rivoluzionarie. Ecco quindi che l’8 settembre del 1970 scriveva a Fidel Castro “il cui ruolo vede decisivo anche per il Cile, invitandolo a interpretare Marx alla luce dell’Esodo in modo da costruire con i cristiani, e non senza, «un’età di giustizia e di promozione” (testo tratto da http://www.avvenire.it/ ).
I restanti telegrammi pubblicati sono dedicati allo scontro USA-URSS, al Medio Oriente, al Concilio ed a tanti altri temi di geopolitica.
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Su Giorgio La Pira si veda anche: http://curiositadifirenze.blogspot.it/2011/07/la-pira-e-la-questione-della-pignone.html



domenica 25 novembre 2012

Hitler è morto (forse) nel 1962

(fonte: Il Giornale), a cura di Roberto Di Ferdinando
Quest’estate Il Giornale e La Repubblica a hanno pubblicato le interviste a Alessandro De Felice, un appassionato ricercatore storico, che di professione fa l’imprenditore nel settore sanitario, ma che ha una laurea in Storia Contemporanea alla Cattolica di Milano e in Medicina a Siena, ed è parente di Renzo De Felice lo storico del Fascismo. L’attenzione della stampa italiana verso Alessandro De Felice nasce dal fatto che nei mesi scorsi egli abbia dichiarato di avere le prove che dimostrerebbero che Hitler non sarebbe morto suicidandosi nel bunker di Berlino nel 1945, ma riuscì a fuggire in Argentina insieme a Eva Braun e qui sarebbe morto di emorragia cerebrale nel 1959 o nel 1962. Una scoperta, se confermata, ovviamente rivoluzionaria, sebbene gli storici abbiano sempre respinto la teoria che Hitler riuscì a scappare dalla Germania assediata dagli Alleati. Alessandro De Felice ha però elencato le testimonianze dirette e indirette che proverebbero la sua teoria. Secondo De Felice Hitler visse i suoi anni argentini prima a Estancia San Ramon, una grande fattoria della Patagonia, a quaranta chilometri da San Carlos de Bariloche, la città dove si era nascosto Erich Priebke, poi, alcuni anni dopo, il Furher e la sua compagna si trasferirono a Villa La Angostura, a 85 km da Bariloche, e in questa hacienda morì (incerta la data: 1959 o 13 febbraio 1962), come affermerebbe anche Patrick Burnside, il ricercatore storico considerato il maggior esperto sulla permanenza in Patagonia di Hitler.
De Felice inizia a rafforzare la sua teoria smontando la versione ufficiale degli ultimi giorni di vita di Hitler. Infatti, fino ad oggi la principale fonte storica sulla fine di Hitler è il libro “Gli ultimi giorni di Hitler”, opera di Sir Hugh Trevor-Roper. Ma Alessandro De Felice denuncia che Trevor-Roper era un agente dei servizi segreti militari britannici alle dirette dipendenze del Premier Churchill, il più sollecito a diffondere la notizia della morte del Furher. Trevor-Roper è anche lo stesso che nel 1983, a capo della casa editrice Times – sempre secondo De Felice – autentificò i falsi diari Hitler. De Felice inizia a smantellare anche le altre prove ufficiali; infatti nell’intervista a Il Giornale, a cura di Stefano Lorenzetto, dichiara: ““la perizia necroscopica, effettuata dai medici sovietici tra l’8 e l’11 maggio 1945 nella clinica di Buch, alla periferia di Berlino, è un colossale falso storico-scientifico. Nella relazione finale il tenente colonnello Faust Chkaravski e  i suoi tre assistenti annotarono, di proposito, alcuni errori grossolani. Due particolarità anatomiche fasulle: un dente in sovrannumero e un testicolo mancante. I referti dei tre medici tedeschi che avevano visitato Hitler, completamente nudo negli ultimi 12 anni attestavano che i suoi organi genitali erano normali. Quanto alla presenza di un quindicesimo dente nella mascella inferiore, essa contrasta con la precisa testimonianza del dentista personale di Hitler, il dottor Hugo Blaschke. […]Fra i cadaveri trovati nella cancelleria i russi scelsero i due più carbonizzati e li contrassegnarono con i numeri 12 e 13 e dissero che erano quelli di Hitler e Braun. Il primo misurava 1,65 cm, il secondo 1,50 cm. Ma Hitler da vivo misurava 1,73 cm e la sua amante 1,63 cm. Le radiografie eseguite su Hitler nel 1944 dal dottor Erwing Giesing non collimano con quelle ai raggi x mostrate dai sovietici. Inoltre i due corpi trovati nello steso luogo, presentavano bruciature diverse ed accanto a loro erano stati rinvenute le carcasse di due cani che avevano, però mantenuto il loro pelo. […] I testimoni tedeschi presenti nel bunker furono trattenuti e interrogati per i successivi 10/15 anni. I resti di Hitler furono cremati  e dispersi a Mosca il 3 giugno 1945 secondo quanto riporta il controspionaggio dell’Armata Rossa. Resta una porzione della calotta cranica attribuita a Hitler e conservata presso l’Archivio di Stato della Federazioen Russa. L’analisi del professor Nick Bellantoni dell’Università del Connecticut ha rilevato essere i resti di un cranio femminile, mentre la dentatura è custodita nell’archivio della Lubianka e non è mai stata concessa l’autorizzazione per delle analisi genetiche”. Ed ancora, dall’articolo de Il Giornale: “il 15 giugno 1945 il generale Dwight Eisenhower, nel corso di una conferenza stampa presso l’hotel Raphale a Parigi, dichiarò: - le ricerche sovietiche non hanno trovato tracce di resti di Hitler, né la prova positiva della sua morte -. Quando alla conferenza di Potsdam (1945), il presidente americano, Harry Truman chiese a Stalin se Hitler fosse morto, il dittatore sovietico rispose senza mezzi termini:  - no - . E aggiunse che i gerarchi nazisti erano fuggiti in sommergibile in Spagna o Argentina. Il segretario di Stato, James Byrnes, per accertarsi che Truman non avesse capito male, dopo il brindisi ufficiale prese in disparte Stalin, il quale confermò la risposta. La circostanza venne comunicata da Truman in una lettera alla moglie e Byrnes citò il fatto  nel suo libro di memorie Speaking Frankly”.
Quindi anche negli Stati Uniti e fin dall’inizio furono avanzati dubbi sull’effettiva morte di Hitler. Non a caso, Hoover, capo del FBI, inviò agenti in Sudamerica, non credendo della morte di Hitler. Esiste un’informativa del FBI del 21 settembre 1945, che parla dell’aiuto fornito dai funzionari argentini a Hitler, sbarcato da un sottomarino e nascosto ai piedi delle Ande. In una nota classificata segreta della CIA del 3 ottobre 1955 un agente dalla Colombia scrive: “Hitler è ancora vivo”.
Inoltre, De Felice, in supporto della sua teoria chiama in aiuto Patrick Burnside, imprenditore e saggista investigativo, il quale oggi vive a San Carlos de Bariloche dove è ancora attivo il Club Andino, un ritrovo di tedeschi. Burnside dichiara di aver conosciuto negli anni Settanta, padre Cornelius Sicher, amico d’infanzia dell’Ammiraglio Wilhelm Canaris. Sicher rivelò a Burnside che nel 1944 Canaris gli aveva rivelato che esistevano dislocati in Europa dei sommergibili U-boat pronti all’occorrenza a salpare con destinazione Patagonia; e forse proprio su uno di questi Hitler guadagnò la sua fuga. Secondo la ricostruzione di Burnside, dal 28 al 30 aprile la Luftwaffe garantì un corridoio aereo fra Berlino e la Danimarca per la fuga di Hitler. Quindi, il 28 aprile 1945 non vi fu alcun matrimonio nel bunker tra Hitler e Eva, bensì la partenza su un velivolo dalla pista di Hohenzollerndamm, con atterraggio nella German Imperial Zeppelin, base di Tonder, in territorio danese. Da qui  la ricostruzione dei fatti si interrompe e De Felice e Burnside fanno due ipotesi: partenza in sommergibile verso il Sud America, oppure un volo verso Reus, base militare spagnola presso Barcellona, e poi da qui alle Canarie, prima di aver sostato a Moron della Frontera, presso Siviglia, per il carburante. E’ il 29 aprile 1945: con Hilter ci sono Eva, il cognato Hermann Fegelein, sposo della sorella di Eva, Gretl,  e la fedele cagna Blondi. All’arrivo nella base nazista di Villa Winter, a Fuerteventura, vi era ad attenderli un U-boot per il trasferimento in Patagonia (il 10 luglio 1945 un sommergibile U-530 si consegnò agli Alleati in una base navale di Mar del Plata).
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mercoledì 10 ottobre 2012

In Argentina i conti non tornano

(fonte: Sette- Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Sembra che in Argentina la matematica sia un’opinione, un’opinione governativa. Infatti, da alcuni anni i dati “ufficiali” dell’economia argentina non sono più presi sul serio, in quanto ritenuti dalla comunità internazionale poco fedeli alla realtà economica del paese sudamericano. Nel 2007, sotto la presidenza di Nestor Kirchner, il governo di Buenos Aires cambiò i vertici dell’Istituto Governativo di Statistica (INDEC), nominando, secondo alcuni analisti internazionali, esponenti vicini alla presidenza argentina. Quindi da quell’anno l’inflazione argentina, secondo i dati ufficiali, è variata e varia tra il 7 e il 9%, ma i dati delle organizzazioni indipendenti  denunciano un’inflazione intorno al 20% (il 25% nel 2011). Sull’inaffidabilità dei dati “ufficiali” argentini si è espresso anche l’Economist che recentemente li pubblica con tre asterischi, stando ad indicare da legenda che non sono affidabili. Di seguito anche il Fondo Monetario Internazionale ha denunciato le sue perplessità sui dati comunicati da Buenos Aires, invitando l’Argentina ad armonizzare le sue modalità di rilevazione dei dati a quelle internazionali. La presidentessa Cristina Kirchner difende l’autonomia del suo paese in materia, ma qualcosa non sembra tornare, vedendo anche la situazione economica delle famiglie argentine. Difatti, secondo l’INDAC il 6,7% della popolazione è appena sotto la soglia di povertà e l’1,7% è indigente, secondo i calcoli indipendenti i poveri in Argentina sarebbero il 21%!!!!!
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venerdì 13 gennaio 2012

Miniere “umane”

(fonte: La nuova ecologia), a cura di Roberto Di Ferdinando

Da sempre il lavoro delle miniere è duro, logorante, sotto pagato e spesso anche disumano, l’uomo infatti non è fatto per stare sotto terra, almeno da vivo. Eppure esistono delle realtà in cui il lavoro minerario è meno “disumano”, rimanendo, comunque sempre pesante.
Siamo in Colombia, zona occidentale del dipartimento Boyacà, località Maripì, presso Muzo, la capitale colombiana dell’estrazione di smeraldi, i più belli al mondo. Fino a qualche decina di anni fa, qui non esistevano regole, se non quella del più forte, e lo sfruttamento di queste terre era selvaggio, totale (centinaia di bulldozer smuovevano tonnellate di terra per estrarre gli smeraldi), senza alcun rispetto per la Natura e gli uomini. Negli ultimi anni molto è cambiato. Il governo di Bogotà è intervenuto dando una netta regolarizzazione. L’estrazione infatti avviene adesso attraverso le perforazioni delle montagne realizzando tunnel lunghi centinaia di metri (comunque non so quanto sia meno invasiva), da qui i minatori (esmeralderos), tramite scale ed ascensori, scendono alla corte, cioè al taglio dove si presume ci sia la vena ricca d smeraldi. Rispetto ad altre zone minerarie colombiane, qui i minatori sono pagati con un regolare salario (250 euro è lo stipendio mensile minimo), hanno pasti garantiti, assistenza sanitaria, squadre speciali di assistenza in caso di incidenti all’interno della miniera, e nelle ore libere possono frequentare, gratuitamente, corsi di formazione, tra cui imparare l’inglese; inoltre lavorano venti giorni al mese mentre per i restanti dieci rientrano a casa. Per quanto riguarda la Natura, le autorità locali hanno regolarizzato l’estrazione per garantire l’ambiente. Non solo, le acque del Rio Minero (il nome ne ricorda l’impiego nell’attività estrattiva), una volta utilizzate nel giacimento, attraverso un complesso procedimento di purificazione, sono nuovamente immesse nel fiume.
Il controllo perché i minatori non si intaschino gli smeraldi estratti è molto rigido, ma alle volte può capitare che qualche esmeraldero riesca a portare fuori una pietra preziosa che ha estratto dalla vena, un piccolo capitale che spesso va ad esaurirsi subito in “alcol e donne, quasi nessuno è capace di risparmiare o investire”, come dice Mercedes Chaporro, l’unica donna impiegata nella miniera di Santa Rita, responsabile dell’organizzazione del lavoro, intervistata dalla rivista italiana, La nuova ecologia.
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lunedì 9 gennaio 2012

Il record negativo del Brasile

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Nelle settimane scorse il Brasile ha guadagnato i titoli principali della stampa internazionale in quanto nel 2012 si prevede che raggiungerà il 5° posto nella classifica mondiale per PIL prodotto (l’Italia è all’8° posto). Invece, meno evidenza è stata data ad un record, questa volta negativo, che il paese latino americano da alcuni anni ha conquistato, quello della “violenza” di Stato. Recentemente il giornalista del Corriere della Sera, Gian Antonio Stella, noto al pubblico per le quotidiane denunce dei privilegi della casta italiana, in un suo articolo sul quotidiano di via Solferino, ricordava l’uscita nelle librerie di “Crescita economica e violazione dei diritti umani in Brasile”, un libro di Alessandro Monti, docente di politica economica a Camerino, in cui si denuncia, citando testimonianza tratte dai rapporti ufficiali che, per esempio, nei soli stati di Rio de Janeiro e San Paolo, negli ultimi anni, sono stati uccisi 11.010 persone dalla polizia perché “faceva resistenza all’arresto”.
Il Brasile sembra quindi essere un paese dalle mille contraddizioni, in un periodo dinamico economico, aumentano le violenze, i soprusi e le disparità sociali. Ma già in passato il paese aveva conosciuto un forte balzo economico (+14% del PIL), e sembrerà strano, ma avvenne nel periodo più sanguinoso della dittatura militare (1969-1974) di Garrastazu Medici in cui furono sospesi i diritti fondamentali. Non solo, oggi gli investimenti stranieri in Brasile sono 10 volte più numerosi, rispetto a 10 anni fa, la classe media nello stesso periodo di tempo è aumentata da 66 a 95 milioni di persone, ma nonostante questo si è anche allargata la forbice che tiene ancor più distante i ricchi dai poveri (solo nel Sudafrica e nel Botswana l’ingiustizia sociale è più crudele) . Un paese contraddittorio.
In Brasile la popolazione carceraria si compone di 496,251 persone (1 ogni 413 abitanti) e molti di questi vivono in condizioni disumane. Eppure in Brasile i violenti sembrano essere anche coloro che dovrebbero garantire l’ordine ed il rispetto della legalità. Secondo un rapporto di Amnesty International, nel 2009 la polizia avrebbe ucciso in “atti di resistenza” 1.048 persone a Rio de Janeiro e 543 a San Paolo (+ del 41% rispetto al 2008). Il professor Monti ricorda nel suo libro che vittime di violenze da parte delle autorità di polizia sono principalmente i nativi (guarani-kalowà, quilombola) e le popolazioni “afrodiscendenti”. Ed ancora, secondo le indagini dell’Onu, nel 2008 negli USA si è verificato 1 caso di police killing ogni 37.751 persone arrestate, nello stesso anno, nel solo stato di Rio de Janeiro si è verificato un tale caso ogni 348 arresti ed a San Paolo 1 ogni 23 arresti (!). E se non bastasse, Monti cita un'altra statistica-denuncia di ACAT France (Action des Chrétiens pour l’Abolition de la Torture, con sede a Parigi), la Un Monde Tortionnaire 2011, da cui risulta che “la maggior parte delle persone che lottano per il diritto ad un alloggio e alla terra, membri di comunità indigene, contadini senza terra e squatter urbani, è vittima di gravi violazioni dei diritti dell’uomo: torture, assassini, esecuzioni senza processo che, mediamente, si traducono in oltre 50.000 omicidi l’anno commessi ufficialmente per ragioni di sicurezza, il numero più elevato al mondo” (citazione dall’articolo del Corriere della Sera). Spesso, responsabili di tali omicidi le milizia, gruppi paramilitari costituiti da membri delle forze di polizia fuori servizio o in pensione che operano con violenza nelle favelas per conto anche delle organizzazioni di narcotrafficanti.
Dimenticavo, il Brasile è lo stesso paese in cui si è rifugiato l’assassino Cesare Battisti, è sempre lo stesso paese che non consegna all’Italia l’assassino Battisti perché nel nostro paese Battisti sarebbe “ perseguitato per le sue idee politiche”.
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sabato 17 settembre 2011

Battisti non poteva che scegliere il Brasile

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

L’assassino, terrorista ed evaso Cesare Battisti, non poteva scegliere miglior luogo, il Brasile, per rifugiarsi. Infatti, l’Alta Corte brasiliana respinse l’estradizione dell’assassino Battisti, motivandola, in soldoni, che egli fu vittima, nelle sentenze della giurisdizione italiana, di un clima di odio politico e di persecuzione.
Ovviamente queste conclusioni della corte brasiliana non sono vere, ma l’assassino Battisti resta libero in Brasile. Quel Brasile dove il 13 agosto scorso è stata uccisa Patricia Acioli, giudice del Tribunale penale di Rio de Janeiro, da anni impegnata nello smascherare i poliziotti corrotti e le squadre della morte (milicias), reparti illegali della polizia che seminano morte e terrore nelle favelas. Dalle indagini sull’omicidio della Acioli è risultato che il commando assassino era composto da 12 membri, che ha utilizzato armi che in Brasile sono in dotazione solo alle forze armate e di polizia, e che ha operato subito dopo che al giudice è stata rimossa la scorta armata, nonostante avesse subito numerose minacce di morte, in particolare dopo aver condannato 4 poliziotti risultati responsabili dell’omicidio su commissione di 11 persone.
In Brasile si aggiunge al problema dei police killings anche quello del record, negativo, delle violazioni dei diritti umani. L’Human Rights Council dell’ONU, Amnesty International, Human Rights Watch e le Pastorali della Conferenza Episcopale brasiliana hanno denunciato l’uso crescente di lavoro in schiavitù, l’aumento di arresti arbitrari e di esecuzioni extragiudiziali. Il fenomeno è sottovalutato, in quanto i mezzi di informazione subiscono una censura forte su questi argomenti, mentre alcuni giornalisti che si occupano di questi casi sono stati anche minacciati di morte o perfino uccisi.
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giovedì 1 settembre 2011

Gli Hezbollah al sole dei Caraibi

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Sono in tre e sono sbarcati a Cuba in questi giorni, non per godersi il caldo sole dell’isola, ma per tessere nuovi legami e rapporti con il mondo (rivoluzionario?) del mondo del Centro America e dell’America Latina. Sono tre rappresentanti dell’apparato operazioni “esterne” dell’Hezbollah, il movimento libanese filo-iraniano ostile ad Israele. La loro presenza preoccupa i servizi segreti di mezzo mondo. Infatti essi si sono già spostati in Messico e rappresentano l’avamposto di un altro gruppo, composto da 23 membri che si attendono prossimamente a Cuba. Gli Hezbollah infatti hanno deciso di aprire una sede stabile a Cuba e sono stati stanziati per l’operazione Dosseir Caraibi già un milione e mezzo di dollari. Non è una novità la presenza in questa regione degli Hezbollah, che da anni vi operano sempre per conto dell’Iran. Cellule operative sono difatti presenti a Ciudad del Este (Paraguay), in Brasile e nel Venezuela dell’amico Chavez. Compito di queste unità è raccogliere fondi, esercitarsi e studiare gli obiettivi da colpire con la violenza. Hanno già operato in Argentina, colpendo l’ambasciata israeliana ed la sede culturale ebraica. La sede cubana invece dovrebbe avere un ruolo più logistico: creare punti di appoggio, acquisire informazioni e documenti nella regione, reclutare informatori ed entrare in contatto con le locali organizzazioni criminali che in America Latina hanno un peso importante ed operano nel traffico di materiali più o meno leciti, in alcune zone, indisturbate. RDF

venerdì 12 agosto 2011

Storia - Un asburgo sul trono del Messico

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Nel 1867 in una cittadina messicana le forze repubblicane giustiziavano l’ultimo Imperatore del Messico, Massimiliano I, il cui regno, negli anni precedenti, era stato caratterizzato da importanti eventi storici e singo-lari curiosità, tali da meritarsi l’attenzione dell'allora comunità internazionale.
Massimiliano infatti non era messicano, ma un particolare austriaco: era l’Arciduca d’Asburgo, cioè il fratello di Francesco Giuseppe, l'Imperatore d’Austria-Ungheria. Era salito al trono messicano per volere della Fran-cia, che, invaso il Messico per interessi economici e strategici, volle porvi a capo un regnante amico.
Questo tentativo europeo di espandere la propria influenza oltreoceano, catapultò nella questione messica-na anche gli Stati Uniti, che, visti minacciati i propri interessi, adottarono una politica più decisa nei confronti con il vecchio continente.
Il Messico nell'Ottocento
Il Messico aveva ottenuto l’indipendenza dalla Spagna nel 1820, e subito era scoppiato il confronto politico tra conservatori e liberali per dare al paese un determinato assetto istituzionale. I conservatori (proprietari terrieri, preti, ufficiali dell’esercito), preoccupati che il Messico cadesse nella spirale della rivoluzione, punta-vano alla creazione di un potere centralizzato ed autoritario in mano ad un personaggio autorevole. I liberali (avvocati, commercianti e con ampio consenso tra gli indios), invece miravano a smantellare il sistema so-ciale introdotto dagli spagnoli, fatto di disparità e discriminazioni. Nei successivi trent'anni questo confronto vide l'alternarsi al potere, tramite colpi di stato, di governi conservatori e liberali con la nomina di 73 presi-denti della repubblica. Il paese era caduto nel caos politico ed istituzionale, quando nel 1855 i liberali con-quistarono il potere nominando Presidente il generale liberale Ignacio Comonfort. A far parte del governo fu chiamato anche Benito Juarez, un giovane indios, avvocato, che sarebbe divenuto ben presto un eroe na-zionale. Comonfort però avviò una serie di riforme che limitarono i poteri e privilegi della Chiesa: fu ridotta la presenza ed influenza della Chiesa nella vita sociale messicana e furono nazionalizzate molte proprietà reli-giose. La Chiesa messicana non le accettò e nel dicembre del 1857 appoggiò il golpe guidato da Félix Zulo-aga. Comonfort si dimise mentre i ministri contrari ai militari, tra cui il vicepresidente Juarez, furono arrestati. Dopo alcune settimane Juarez fu liberato e come vicepresidente rivendicò la guida del paese, ma Zuloaga non lo riconobbe. Juarez minacciato si ritirò a Veracruz, roccaforte liberale, proclamandosi Presidente del Messico e formando un proprio governo. Iniziava la guerra civile messicana.
All’epoca di questa guerra civile molti erano i messicani fuoriusciti che vivevano in Europa, e qui molti di essi per interessi spesso anche contrapposti, si mossero per pubblicizzare la drammatica situazione del Messico nella speranza che i governi europei potessero trovare una soluzione rapida. Tra questi messicani, personaggio di spicco fu Don José M. Gutierrez de Estrada, prima liberale, diplomatico e Ministro degli Esteri durante la dittatura di Santa Anna, poi monarchico, che da oltre venti anni viveva in esilio a Roma dove aveva sviluppato l’idea che il modello monarchico costituzionale britannico o francese fosse l’ideale per portare il suo il suo paese fuori dal caos istituzionale. Egli si recò spesso in udienza presso i governi europei (Londra, Parigi, Madrid e Vienna) per trovare un monarca, ma in particolare un sostegno politico e militare per il Messico, ma ricevette solo solidarietà. Dietro a questi rifiuti vi era il timore verso gli Stati Uniti. Infatti dopo la diffusione della dottrina Monroe, (l’America agli americani!"del 1823), questi non avrebbero gradito la presenza europea nel continente americano. Certamente gli USA non preoccupavano come potenza militare, ma sfidarli e combatterli oltreoceano non era strategicamente conveniente per nessuno.
Nel momento in cui sembrava impossibile trovare sostegno in Europa, i fuoriusciti messicani trovarono nella Francia il paese disposto ad aiutarli.
Nel dicembre 1851 Luigi Bonaparte, nipote di Napoleone Bonaparte, con un referendum popolare era eletto Napoleone III Imperatore di Francia. Consolidato quindi il proprio potere, Napoleone III poté concentrarsi nel dare alla Francia un futuro prestigioso fatto anche di conquiste.
Napoleone III aveva più volte manifestato la propria preoccupazione che l’Europa fosse schiacciata da una parte dalla Prussia e dall’altra, inverosimile, dagli Stati Uniti. L’Imperatore francese nutriva diffidenza verso gli USA in quanto una repubblica che aveva ripudiato la monarchia inglese; inoltre le dottrine repubblicane e democratiche americane avevano trovato sostenitori anche in Francia.
Comunque Washington riguardo il Messico esercitava da anni un non disinteressato protettorato. Nel 1836 infatti il Messico aveva perso il Texas, che dopo nove anni d’indipendenza era entrato a far parte degli Stati Uniti. Nello stesso anno il presidente statunitense, Polk, sfruttò un incidente di frontiera per dichiarare guerra al Messico, e costringere il Messico a firmare una pace dura che previde la cessione agli USA della Califor-nia e di alcuni territori di confine. Il Messico perse allora metà del suo territorio. Tutto ciò aveva contribuito ad aumentare l’ostilità dei fuoriusciti conservatori messicani verso le amministrazioni americane, oltre al fatto che Washington sosteneva i liberali messicani.
Napoleone III però non era ancora convinto di impegnarsi nell'avventura messicana, sebbene vi riconosces-se vantaggi economici e strategici.
Per sciogliere le riserve dell'Imperatore, Guiterrez ricorse ad ex dittatori messicani che in esilio potevano vantare influenti conoscenze presso le cancellerie europee, e di José M. Hidalgo, un ex diplomatico messi-cano con contatti a Londra e Madrid, ma intimo amico della contessa di Montijo, madre della cattolicissima Eugenia, la moglie di Napoleone III. Non solo, tramite sua suocera, marchesa francese poteva vantare la conoscenza dell’Aciduca d’Austria Massimiliano e di sua moglie Carlotta.
Nel settembre del 1857 Hidalgo incontrò l’Imperatrice Eugenia a Bayonne, presso Biarritz, in Francia. In quel incontro le parlò del Messico, e di come i liberali trattassero il clero. Eugenia, interessata ed impressionata della vicenda, invitò Hidalgo per un secondo incontrò, questa volta a Parigi, alla presenza di Napoleone III. Durante questo incontro fu ribadita la drammatica situazione messicana, ma l’Imperatore ritenne i tempi ancora immaturi per favorire una monarchia messicana. Gli USA continuavano a preoccupare.
Internazionalizzazione del conflitto
In Messico i conservatori vollero chiudere la partita contro i liberali il più presto possibile, anche perché non tutti erano favorevoli all'interessamento degli europei alla causa messicana. A tal fine nel marzo 1859 i con-servatori convinsero Zuloaga a dimettersi e lo sostituirono con il suo abile comandante in seconda, il generale Miguel Miramón. Intanto Juarez resistendo ancora a Veracruz, cotrollava il commercio con l’Europa potendo emettere dazi per finanziarsi la guerra. Ii governo militare invece era in crisi nonostante il sostegno economico della Chiesa ed i finanziamenti europei.
La questione finanziaria internazionalizzò la guerra civile messicana. Il conflitto in Messico penalizzava il commercio di Londra e gli interessi inglesi e scozzesi presso le miniere d'argento di Guanajuato, Zacatecas e San Luis Potosí. Inoltre molti dei titoli di stato emessi dal Messico di Comonfort, erano in mano a rispar-miatori britannici, i quali erano preoccupati per il loro mancato rimborso. Il governo Miramón non era inten-zionato a rimborsare i capitali delle obbligazioni ed i loro interessi, in quanto non da lui sottoscritti. Al Foreign Office si pensò così, come riparazione, di annettere il Messico all'Impero, ma nel 1859 la nomina a Primo Ministro britannico di Lord Palmerston e di segretario agli esteri di Lord John Russel, più inclini al dialogo, ridusse la pressione sul Messico.
Il governo francese si dimostrò invece estremamente ostile ai liberali messicani, così come la Spagna; men-tre solo gli Stati Uniti sembravano aiutare i liberali, favorevoli anche alla loro lotta per l’emancipazione degli indios, ma anche interessati per motivi economici al Messico. Il Presidente americano, James Buchanan, preoccupato che la questione degli indios messicani fomentasse la già tesa situazione della schiavitù in A-merica, propose di riconoscere il governo di Juarez ed inviare in Messico un corpo di spedizione militare per rovesciare Miramón e porre fine alla guerra. In cambio Juarez avrebbe ceduto agli USAla bassa California, e favorito l’accordo che permetteva ad una società americana di costruire una ferrovia che collegasse l’Atlantico con il Pacifico. Ma Juarez non gradiva, 5tale accordo infatti sarebbe apparso che i liberali, pur di ottenere il potere, sarebbero stati disposti a cedere territori del proprio paese. Ma l’alleanza con gli USA era troppo importante per i liberali, in un momento in cui la guerra non sembrava a loro favorevole. Il 14 dicem-bre 1859 fu firmato un trattato con gli Stati Uniti. Il Senato americano però non lo ratificò, infatti negli USA la tensione riguardo la questione della schiavitù stava alzandosi, ed in questo momento d’incertezza e instabili-tà, a Washington si ritenne poco saggio avventurarsi nella spedizione messicana. Le forze politiche anti-schiaviste vedevano inoltre in questa iniziativa del Presidente un modo per allargare le zone della schiavitù anche a quelle messicane. Anche senza la formalizzazione della ratifica, i liberali ricevettero comunque l’aiuto dagli USA.
Grazie all’aiuto americano i liberali riuscirono ad invertire l’andamento della guerra civile. Juarez, dopo aver respinto l’assedio di Veracruz, spinse il proprio esercito verso il centro del paese, puntando verso la capitale. Il 22 dicembre 1860 Città del Messico cadeva in mano ai liberali. Due giorni prima, negli Stati Uniti l’elezione presidenziale avevano visto la vittoria di Abramo Lincoln e del partito antischiavista. In risposta a questo evento la Carolina del Sud, si staccava dalla Federazione, dando vita alla Confederazione degli Stati del Sud. Finita la guerra civile messicana iniziava quella america.
La questione dei debiti
Il primo gennaio 1861 Juarez fu eletto Presidente della Repubblica costringendo Miramón a rifugiarsi a Cu-ba. La principale preoccupazione di Juarez fu la questione del rimborso dei creditori stranieri e di tranquilliz-zare i loro governi; la Gran Bretagna infatti rivendicava un credito di 70 milioni di dollari, la Spagna 10 e la Francia 2,8, ma il Messico era in bancarotta e non aveva fondi. Quindi lo scoppio della la guerra di Seces-sione che avrebbe eluso qualsiasi reazione statunitense in Messico e la decisione, nel luglio del 1861, del Congresso messicano di sospendere il pagamento degli interessi a tutti i creditori stranieri, portò i governi europei a forzare la mano contro Juarez.
Nel settembre 1861 Hidalgo si recò a Biarritz per incontrare nuovamente Eugenia, riferendole che, secondo informazioni confidenziali, la Gran Bretagna e la Spagna erano intenzionate ad inviare a Veracruz una forza navale per prendere il controllo della dogana ed incassare i diritti doganali come rimborso. Del tema dell’incontro fu informato anche Napoleone III, che, con la guerra civile americana in atto, vedeva sotto un’ottica più favorevole l’avventura messicana. Ma Napoleone III andava oltre, pensava infatti che l'iniziativa europea avrebbe fatto cadere il governo Juarez ed allora la Francia avrebbe posto sul trono messicano un principe europeo che riconoscendo gli interessi francesi avrebbe condotto il Messico sotto il controllo di Parigi.
Da questo momento l'Imperatore francese si preoccupò di trovare quella figura idonea al trono messicano. Non poteva essere uno spagnolo perché non sarebbe stato accettato dai messicani, non un Bonaparte per-ché la Gran Bretagna non avrebbe gradito un ulteriore esponente di quella famiglia a capo di un paese. Il candidato ideale doveva essere un conservatore ed un cattolico. Si pensò così, anche per migliorare i rap-porti tra Francia ed Austria, a Massimiliano d’Asburgo (già nel 1821, i conservatori messicani avevano offerto invano il titolo d'Imperatore del Messico ad un esponente della casa d'Asburgo, il principe Carlo Luigi, Arciduca d’Austria).
Ma Massimiliano avrebbe accettato? L'Arciduca, incoraggiato dalla moglie Carlotta, era favorevole all’idea di recarsi in Messico, un paese ancora da esplorare e da sviluppare. Massimiliano si consultò quindi con Papa Pio IX e con il suocero, Leopoldo re del Belgio, il quale interpellò a sua volta la regina Vittoria, sposa del principe Alberto, nipote di Leopoldo, che gli rispose: “Il progetto messicano è pericoloso e pieno d’incertezze […] Poiché viene dalle Tuilleries, ci si deve domandare: qual è il suo scopo?” Massimiliano comunque avrebbe accettato il trono messicano solo se ne fosse stato favorevole anche suo fratello, l'Imperatore Francesco Giuseppe, il quale lo avvertì che nella sua avventura oltreoceano sarebbe stato solo, in quanto il governo austriaco non lo avrebbe potuto sostenere. Per questo l’Imperatore chiese che Massimiliano, prima di dare la propria parola, ottenesse le garanzie politiche e militari da Francia e Gran Bretagna e che inoltre fosse accettato dal popolo messicano come loro Imperatore.
Nell’ottobre 1861 nella sua residenza ufficiale, il castello di Miramare, presso Trieste, Massimiliano accettava ufficiosamente, in attesa delle condizioni indicate dal fratello. La richiesta fu girata a Napoleone III che ne fu soddisfatto, specificando inoltre che al momento della caduta del governo Juarez, un’assemblea di notabili messicani avrebbe offerto il trono a Massimiliano.
Alla vigilia di Natale, Massimiliano ricevette per la prima volta Gutierrez che gli consigliò di attivarsi presso religiosi ed ex politici messicani per preparare la popolazione in suo favore, ma l’Arciduca, senza garanzie, non era ancora convinto di sciogliere le proprie riserve.
La spedizione
La Gran Bretagna sembrava non intenzionata a partecipare alla spedizione, infatti Palmerston giudicava l’operazione destinata a fallire, in quanto pianificata al tavolo da esponenti messicani da troppo tempo lontani dal proprio paese e da quella realtà.
Napoleone III sapeva che senza la Gran Bretagna la missione non sarebbe stata possibile, quindi occorreva convincerla. Facendo leva sulle possibili opportunità economiche e strategiche dell’operazione non fu difficile far cambiare idea al governo britannico.
Il 24 ottobre 1861 fu firmata la Convenzione di Londra. Le tre potenze avrebbero mandato le proprie navi ed un contingente di 10.000 soldati per occupare solo Veracruz, uno dei porti più malsani dell’Atlantico, infesta-to dalla febbre gialla. La Spagna avrebbe contribuito con 7.000 soldati al comando del generale Prim, la Francia con 2.500 guidati dal Contrammiraglio Jurien de la Greviére e la Gran Bretagna con 700 fanti di ma-rina al comando del Commodoro Dunlop. Ben presto però le intese raggiunte dalle tre potenze sarebbero saltate.
Napoleone III, non convinto di questo programma, diede disposizioni a Jurien, una volta giunto in Messico, di tenersi pronto ad ampliare la zona d’intervento spingendosi verso l’interno. Invece Palmerston, su indicazione della regina Vittoria, dette disposizioni che i propri fanti non fossero impiegati sulla terra ferma.
Le tre flotte si sarebbero riunite a Cuba per poi insieme salpare verso Veracruz. Ma gli spagnoli decisero di non attendere le navi francesi e britanniche, e l’8 dicembre raggiunsero Veracruz. Il comando spagnolo in-formò le autorità politiche locali che erano giunti per obbligare il governo messicano a pagare gli impegni assunti con i risparmiatori spagnoli. Il 17 dicembre, senza incontrare resistenza, le forze spagnole sbarcarono, occupando la città. Le navi francesi e britanniche giunsero tutte a Veracruz tra il 6 e l’8 gennaio 1862, contemporaneamente ad altri 1.000 soldati spagnoli.
La reazione messicana all'invasione non si fece attendere. Il 15 dicembre il Congresso messicano concesse a Juarez ampi poteri d’emergenza. Il Presidente diede ordine alla popolazione di non collaborare con gli in-vasori. La città era stata in parte abbandonata e dalle campagne i contadini non inviavano i rifornimenti. Molti soldati contrassero la febbre gialla e per ottenere i viveri ed arginare l’epidemia fu necessario quindi addentrarsi oltre Veracruz.
Intanto iniziarono i negoziati per il rimborso. Il problema era che il blocco dei dazi avrebbe permesso il rim-borso del 70% dei crediti, ma il resto, il Messico non sarebbe stato in grado di restituirlo. La Francia spinse per un ultimatum di 12 milioni di dollari, la Spagna e la Gran Bretagna furono più disponibili ad un negoziato, sapendo infatti che l’ultimatum non sarebbe stato mai accettato dai messicani, e quindi avrebbe rappresen-tato per la Francia il modo migliore per giustificare una presenza in Messico più lunga.
Questa fermezza francese sulla questione dei debiti trovava giustificazione anche in un fatto non noto a molti. Il finanziamento dato al Messico proveniva dal banchiere svizzero Jean-Baptiste Jecker, che li aveva prestati con un tasso d’interesse del 30%. Il fratellastro illegittimo di Napoleone III, il duca di Morny (figlio di Carlo Augusto de Flahaut ed Ortensia di Bauhamais madre di Napoleone III), possedeva oltre il 30% di queste obbligazioni ed esercitò pressioni presso la famiglia imperiale perché venisse tutelato il suo investimento.
Napoleone mostrò i muscoli inviando ulteriori 4.000 soldati a Veracruz, mentre i negoziatori europei raggiun-sero un compromesso con il governo Juarez che concedeva alle forze alleate di trasferirsi da Veracruz al distretto di Orizaba, una zona inospitale. Verso Orizaba si mossero i francesi, mentre gli spagnoli misero base a Cordoba; i britannici invece, come da ordini, rimasero sulle navi nella rada di Veracruz.
I messicani di fronte all’avanzata degli europei, seppur concordata, decisero di formare un esercito di volon-tari, comandato prima da Zaragoza e poi da Ortega, e rifornito tramite il porto di Matamaros sul confine con gli USA.
La Francia all’attacco
Il 20 marzo Napoleone confermò il suo ultimatum: se Juarez non si fosse reso disponibile al rimborso, le truppe francesi avrebbero puntato verso la capitale messicana. La Spagna e la Gran Bretagna, desiderose di disimpegnarsi dal Messico, non avrebbero partecipato a questa operazione, ma si sarebbero ritirate, a-vendo infatti raggiunto un accordo separato con Juarez, che avrebbe pagato 13 milioni di dollari in due rate. Scaduto l’ultimatum, il generale francese Lorencez, che aveva sostituito Jurien, passò all'azione, con 6.000 soldati e l’appoggio dei conservatori locali, marciò verso Città del Messico. Il 24 aprile i francesi si scontra-rono per la prima volta con i liberali, assediando la città fortificata di Puebla, difesa da 14.000 messicani. In un solo pomeriggio i francesi però perdettero 462 uomini, l’esercito francese, giudicato il più forte del mondo, il 5 maggio fu costretto al ritiro da Puebla.
La notizia della sconfitta giunse a Parigi un mese più tardi; Napoleone III, che fino ad allora aveva diffuso ottimismo riguardo la campagna messicana, alla notizia della sconfitta decise di forzare la mano inviando 20.000 soldati e sostituendo Lorencez con il generale Forey. Il maggior sforzo militare voluto da Napoleone III suscitò in patria una maggior attenzione dell’opinione pubblica francese verso il Messico, dove adesso era in gioco il prestigio della Francia.
Per i francesi ai problemi militari si aggiungevano quelli ambientali; numerosi infatti erano i soldati colpiti dalla febbre gialla, quindi si rese necessario impiegare reparti più preparati a difficili condizioni climatiche. Fino ad allora nelle zone più malsane era stata impiegata la Legione Straniera, adesso si pensava di affiancarle truppe formate da soldati di colore, reclutati nei possedimenti africani. Parigi si rivolse quindi all’Egitto, paese politicamente vicino alla Francia, ma non indipendente, in quanto sotto il controllo dell’Impero Ottomano. L’empasse fu superato tramite un accordo segreto tra il viceré locale, che doveva il suo potere alla protezione di Parigi, e la Francia per l’invio in Messico di 1.500 uomini, in verità schiavi. Il primo gennaio 1863 la fregata francese La Seine fece scalo ad Alessandria d’Egitto, imbarcando solo 600 uomini, che, una volta giunti a Veracruz, furono assegnati all’esercito francese.
Contro i francesi Juarez cercò un appoggiò non solo politico in Washington, ma Lincoln, preoccupato che Francia e Gran Bretagna, potessero aiutare gli Stati del Sud come rivalsa al blocco dei porti imposto dall’Unione, evitò di impegnarsi apertamente con i liberali messicani.
Gli Stati dell’Unione decisero così la loro neutralità nel conflitto messicano, vietando l’esportazione di armi ai paesi belligeranti o di arruolare volontari per partecipare a quella guerra. Il divieto di esportare armi fu adot-tato anche per ridurre il rischio che agenti degli Stati Confederati potessero ordire trame per ottenere loro quel materiale bellico. I liberali comunque riuscirono a superare questo divieto attraverso trasporti clandestini che partivano dai porti di New York e San Francisco per quello di Matamaros.
Nel febbraio del 1863 iniziò la campagna militare di Forey, il generale poteva disporre di 18.000 uomini di fanteria, 1.400 di cavalleria, 2.150 artiglieri, 450 genieri, 2.300 amministrativi oltre a 2.000 soldati messicani, 56 cannoni e 2.400.000 cartucce. Contro la guerriglia liberale Foney formò dei reparti speciali chiamati con-tre-guérilla. Non erano soldati francesi, ma specialisti messicani, inglesi, francesi, spagnoli, greci, olandesi, americani, latino-americani e svizzeri, assoldati per la loro spietatezza e temerarietà, che si dimostrarono molto efficaci, terrorizzando le popolazioni locali. Erano giunti in Messico nel passato per fare fortuna, erano ex marinai, disertori, mercanti di schiavi caduti in disgrazia, cacciatori di bisonti del Nord America o predatori della Louisiana rovinati dalla guerra civile americana. A comando di questi reparti fu posto il colonnello de Steklin, ex ufficiale svizzero, mercenario presso l’esercito francese che operò supportato da due navi cannoniere poste a largo di Veracruz.
L’esercito liberale si componeva invece di 22.000 volontari concentrati prevalentemente a Puebla; ne face-vano parte anche soldati spagnoli disertori, avventurieri britannici, volontari americani e liberali europei. I soldati messicani non avevano uniformi ufficiali, ma tutti vestivano ampie camice e pantaloni bianchi, mentre negli spostamenti erano sempre seguiti dalle loro donne.
Il 16 marzo i francesi iniziarono l’assedio di Puebla, cannoneggiandola fino al 27 marzo quando fu deciso di far intervenire la fanteria. Furono impiegati anche dei minatori per l’utilizzo di esplosivi. La città fu isolata ed il 17 maggio, affamata, cadde.
La notizia della conquista di Puebla giunse a Parigi il 10 giugno, per Napoleone III era un ottima notizia, gli permetteva infatti di isolare l’intraprendente opposizione interna sempre più critica verso l’Imperatore.
Juarez, potendo porre a difesa della capitale solo 6.000 uomini, decise di spostare il governo a San Louis Potosí, a 300 km più a nord, lasciando indifesa Città del Messico che il 7 giugno fu occupata dai francesi. L’aristocrazia e la borghesia locali furono entusiaste, mentre il popolo taceva.
Napoleone III inviò un ordine a Foney:” Lei deve essere padrone a Città del Messico, ma senza dare l’impressione di esserlo.” Il 10 luglio Foney nominò una junta, composta da notabili locali, che adottò quattro provvedimenti: 1) la nazione si dà come forma di governo la monarchia ereditaria costituzionale sotto un principe cattolico, 2) il sovrano deve portare il titolo d’Imperatore, 3) l’offerta del trono è fatta a Massimiliano, 4) se Massimiliano dovesse rinunciare il trono andrà ad un principe scelto da Napoleone III. I messicani non avevano più dubbi, l’autorità in Messico era in mano ai francesi.
Nonostante i successi, i francesi controllavano solo la zona tra Veracruz e Città del Messico ed anche in queste zone la guerriglia messicana era ancora attiva. Napoleone III comunque tranquillizzò l’Arciduca con-fermandogli che in breve tempo il Messico sarebbe stato liberato; Massimiliano comunque attendeva ancora la garanzia presentata dall’alleanza tra Messico, Francia e Gran Bretagna.
Nelle settimane successive il generale Foney fu sostituito dal generale Bazaine, che usò il pugno di ferro contro i liberali e contrastò i conservatori e la Chiesa promotori di una politica reazionaria. Bazaine interferì anche nell’amministrazione locale, tanto che il generale fu scomunicato dall’arcivescovo di Città del Messico. Foney nel rientrare a Parigi cercò di illustrare a Napoleone III i pericoli della spedizione, ma l’Imperatore, influenzato da sua moglie che per lui in Messico vedeva ambiziosi progetti, non se ne preoccupò.
Il 3 ottobre ci fu a Trieste il primo incontro tra la delegazione messicana e Massimiliano, durante il quale gli venne ufficialmente offerto il trono messicano. L’Arciduca rispose che le condizioni, richieste due anni prima per accettare il trono, non era state ancora soddisfatte.
L’offensiva militare fu quindi più decisa e portò i francesi a controllare ampie zone del paese, tanto da poter bandire un referendum popolare sulla salita al trono di Massimiliano, che, nonostante il boicottaggio dei liberali, fu favorevole a Massimiliano Imperatore del Messico. I dubbi di Massimiliano iniziarono ad allontanarsi. Napoleone III inoltre gli confermò che la Francia avrebbe mantenuto in Messico 25.000 soldati almeno per altri tre anni ed 8.000 legionari per i successivi dieci anni, Inoltre fu raggiunto un accordo ufficioso tra Parigi ed Washington, autorizzato dal confermato Presidente Lincoln, in cui si stabiliva che la Francia non avrebbe riconosciuto od aiutato gli Stati Confederati ed in cambio gli Stati del Nord sarebbero rimasti estranei al conflitto messicano.
Ma un nuovo problema si presentò il 27 marzo, quando Francesco Giuseppe impose a Massimiliano di fir-mare il Patto di Famiglia, una sorta di contratto in cui l’Arciduca si impegnava a rinunciare al trono d’Austria. Massimiliano si rifiutò di firmarlo, rinunciando invece al trono del Messico; Napoleone III alla notizia si trovò spiazzato ed intervenne presso l’Imperatore d’Austria perché trovasse un compromesso.
Il compromesso fu raggiunto, nel caso in cui Massimiliano avesse abdicato dal trono del Messico, Vienna avrebbe salvaguardato le posizioni di Massimiliano nell’Impero d’Austria, compatibili però con gli interessi del medesimo. L’Imperatore si sarebbe preso cura del fratello della moglie e degli eredi; oltre a corrispondergli una rendita ed autorizzare il reclutamento in Austria, di volontari per l’esercito messicano. Francesco Giuseppe si recò a Trieste per la firma del Patto che avvenne il 9 aprile 1864, quella fu l’ultima volta che i due si videro.Tutti gli ostacoli alla salita al trono del Messico erano stati rimossi o quasi.
L’Imperatore Massimiliano I
Il 10 aprile 1864 al castello di Miramare, l’Arciduca Max (come lo chiamavano amichevolmente i triestini) ri-ceveva la delegazione messicana, guidata da Gutierrez, che lo avrebbe proclamato Imperatore del Messico. Gutierrez elogiò la coppia reale per la loro scelta, confermandoli che il Messico era da sempre legato al cat-tolicesimo ed alla monarchia, ma nel suo discorso non citò mai Juarez e la guerra civile. Massimiliano, rin-graziando, lesse un testo preparato, discusso, corretto e censurato da suo fratello e dai ministri austriaci che indicava che i documenti che gli erano stati sottoposti lo avevano convinto ad accettare in quanto Imperatore, non solo dalla junta, ma dalla grande maggioranza del popolo messicano. Promise di regnare da monarca costituzionale e di concedere una costituzione liberale non appena fossero terminati i disordini. Massimiliano firmò solennemente l’accettazione del trono, come Massimiliano I, prestando inoltre giuramento di difendere l’indipendenza del Messico, l’inviolabilità del suo territorio e di vegliare sul benessere del popolo messicano. In quel momento sul tetto del castello si issava il tricolore messicano. Il neo Imperatore sottoscrisse anche un trattato con la Francia, e nominò i propri ambasciatori presso le varie corti europee. L’Impero messicano fu subito riconosciuto da Francia, Austria, Belgio, Svizzera, Svezia, Prussia, Portogallo, Spagna, Russia e dall’Italia (provocando la reazione negativa di Garibaldi e dei liberali italiani), la Gran Bretagna, più cauta attese l’autunno prima di riconoscerlo, mentre gli USA si rifiutarono di farlo.
Il 14 aprile 1864 la coppia imperiale partì da Trieste sulla fregata Novara, mentre una folla si accalcò sui moli per salutarla. Il Novara, scortato dalla nave da guerra francese Thenis, scese l’Adriatico, risalì il Tirreno per giungere a Civitavecchia; qui la coppia scese per raggiungere Roma ed ottenere la benedizione dal Papa, dopo alcuni giorni riprese il mare per il Messico.
Il Novara giunse a Veracruz il 27 maggio, gli imperatori sbarcarono la mattina successiva, accolti da un fan-tastico ricevimento voluto dalle autorità locali, mentre la popolazione riservò un’accoglienza molto fredda che li accompagnò fino a Città del Messico. Ad Orizaba furono perfino accolti con manifesti e grida inneggianti alla repubblica ed all’indipendenza. I più entusiasti nell’accogliere Massimiliano furono invece gli indios, i quali, come i loro avi che avevano ben accolto il conquistador Cortés, videro in Massimiliano il dio dalla pelle chiara, che secondo il mito sarebbe giunto dal mare per salvarli.
Il 12 giugno il corteo imperiale giunse a Città del Messico accolto da una numerosa e festante folla. La cop-pia prese alloggio presso il Palazzo di Chapultepec, costruito sulle rovine di quello di Montezuma, poco fuori dalla città.
Massimiliano si alzava ogni mattina alle 4 e nelle tre ore successive sbrigava la corrispondenza, alle 7 usciva per una passeggiata a cavallo ed alle nove rientrava per fare colazione, poi dava inizio alla giornata con le incombenze ufficiali (riunioni di gabinetto, udienze e cerimonie di stato), per le quali dimostrava di annoiarsi. Alle 20 dopo una frugale cena andava a letto. Nei mesi successivi, in un viaggio nello stato di Michoacán contrasse la malaria.
Le difficoltà si presentarono subito a Massimiliano, mancavano i soldi per pagare i soldati contro l’attivissima guerriglia liberale, la corruzione era endemica, mentre il debito del paese da 120 milioni di dollari passò, nei due anni successivi, a 210 milioni.
Inoltre c’era da sanare la disputa sulle proprietà messicane della Chiesa e le altre questioni in sospeso tra la Chiesa e lo Stato. L’inviato vaticano, Monsignor Meglia, giunse in Messico con un ultimatum papale che esi-geva che fosse ripristinato lo stato di cose esistenti al tempo della conquista spagnola, in aggiunta dovevano essere abolite le riforme introdotte dal governo Juarez, non si doveva incorporare nel patrimonio statale le proprietà ecclesiastiche ne si doveva concedere la libertà di culto alle altre religioni. Massimiliano non accettò e si inimicò la Chiesa fino ad essere accusato dal clero di massoneria. Difficili erano anche i rapporti con il comando francese, Massimiliano infatti criticava l’interferenze di Bazaine nell’amministrazione del paese.
La strategia francese
La guerra contro i liberali nel frattempo proseguiva. Nel settembre 1865 la flotta francese conquistava Mata-maros, mentre la fanteria, guidata da Bazaine, occupava Monterrey e Saltello, costringendo Juarez a rifu-giarsi a Chihuahua, a 700 km a nord-ovest dalla capitale, abbandonato da molti suoi fedeli che passavano a collaborare con i francesi. Nonostante ciò l’esercito francese trovò ancora resistenze, in particolare al sud, a Oaxaca, città fortificata, difesa da 3.000 volontari messicani guidati dal Porfirio Diaz. Il 15 gennaio 1865 i francesi assediarono Oaxaca, il 4 febbraio, per sbloccare la situazione, decisero di bombardare per 24 ore la città provocando vittime e defezioni tra i messicani. Diaz fu così costretto ad arrendersi. Arrestato riuscì clamorosamente ad evadere ed a raggiungere Juarez. Ormai quasi tutto il Messico era sotto il controllo dell’Impero, Massimiliano controllava 24 stati contro i quattro (Guerreo, Chihuahua, Sonora e Bassa Califor-nia) sotto l’autorità di Juarez, in cui viveva solo il 7% degli otto milioni di messicani.
L’esercito francese aveva ormai conquistato tutto il paese, Napoleone III pensava quindi adesso possibile una riduzione della presenza militare francese, sebbene fosse interessato alla presa dello stato di Sonora, ricco di miniere, per annetterlo alla Francia come ricompensa per il proprio contributo alla causa imperiale. La preoccupazione per una reazione americana portò i francesi a conquistare Sonora però senza annetterla.
A Parigi l’opposizione liberare e parte dell’opinione pubblica iniziava a chiedere il rientro delle truppe francesi dal Messico; l’operazione militare aveva infatti raggiunto i suoi obiettivi e l’avventura messicana iniziava a non essere più popolare.
La possibilità del ritiro francese era nell’aria, non a caso giunsero dall’Europa ulteriori rinforzi per l’Impero, ma principalmente per sostituire le truppe francesi. Tra il dicembre 1864 ed il gennaio 1865 arrivarono 1543 belgi (dopo la richiesta dell’Imperatrice Carlotta al padre) e 7.000 austriaci, che operarono nella zona di Puebla, oltre a volontari ungheresi, italiani, croati e polacchi. Una parte dei volontari austriaci andò a formare reparti antiguerriglia. La guerriglia liberale infatti continuava ad essere attiva nelle zone del nord-ovest (Tam-pico, Tuxpán) e presso Michoacán, a 150 km dalla capitale, tra vette altissime ricoperte da fitti boschi e nebbia, dove i francesi non si avventuravano.
In primavera iniziarono manifestazioni popolari contro la presenza (occupazione) francese, la provincia di Tamaulipas insorse. Juarez riescì a far infiltrare propri uomini tra i reparti di volontari che appoggiavano i francesi e nelle retrovie francesi oppure accedendo al sistema di telegrafia che i francesi avevano realizzato per comunicare con le province più lontane; il controllo del paese diventava molto difficile. Le iniziali certezze di Napoleone III, vittoria degli Stati del Sud degli USA, rapida affermazione di Massimiliano in Messico ed eliminazione della resistenza liberale, erano naufragate; occorreva quindi disimpegnarsi dal Messico per evitare conseguenze peggiori.
Gli Stati Uniti
L’avanzata francese era coincisa con la scelta di Washington di porsi neutrale riguardo la guerra messicana, una scelta imposta dalla guerra di Secessione. Ma il 9 aprile 1865 gli Stati Confederati si arrendevano con-segnando la vittoria agli Stati del Nord, una vittoria pagata cara con l’uccisione, il 14 aprile, di Lincoln. Dopo tutto ciò come avrebbero continuato gli Stati Uniti a vedere la presenza europea in Messico? Il neo presiden-te, Andrei Johnson ed il Segretario di Stato, già di Lincoln, William H. Seward, confermarono la neutralità.
Ma sull’argomento l’amministrazione americana era divisa; il generale Grant, eroe nordista, vincitore della guerra civile e futuro Presidente, e numerosi ministri simpatizzavano per i liberali messicani, tanto che 40.000 soldati statunitensi, comandati dal generale maggiore Philip Sheridan, furono inviati sul confine messicano, per far credere ai francesi di una prossima invasione. Tale operazione era stata voluta autonomamente dal generale Grant, il quale aveva avuto la disponibilità all’utilizzo dei militari da Johnson, ma solo perché questi sapeva che i soldati dovevano essere impiegati per pattugliare il confine dagli sbandati sudisti.
Nonostante gli americani Bazaine decise di attaccare Juarez per eliminare il problema dei liberali e conse-gnare a Massimiliano il Messico intero e quindi ritirarsi. L’offensiva francese costrinse Jaurez, rimasto con solo 800 uomini, a ripiegare ancora più a nord, al El Paso, a 1.700 km dalla capitale; qui i francesi non osa-rono stanarlo preoccupati della reazione di Washington; ad El Paso Juarez ricevette infatti la visita di ufficiali statunitensi, di base poco dopo il confine.
Ulteriori aiuti a Juarez provennero sempre da Grant che ordinò a Sheridan di fornire ai messicani 30.000 moschetti oltre a cannoncini Weitzel, prelevandoli dai magazzini lungo il Rio Grande e di inviare oltre confine piccoli reparti di soldati americani, composti solo da uomini di colore. Il 5 gennaio 1866 agli ordini del gene-rale Crawford i reparti di colore attaccarono la guarnigione francese di Mejía, alla foce del Rio Grande, riti-randosi solo due giorni dopo. Anche i congedati dell’esercito dell’Unione si recarono in Messico come volontari per combattere a fianco dei liberali, attratti anche dalle paghe promesse da Romero, l’ambasciatore di Juarez a Washington. A New York nella 10^ Avenue fu istituito un ufficio di arruolamento per chi avesse voluto combattere a fianco di Juarez.
Napoleone III si convinse che gli USA avrebbero potuto ben presto abbandonare la loro neutralità. Il 21 gen-naio l’Imperatore francese prese la decisione ormai da tempo scritta, di fronte all’Assemblea Nazionale pro-clamò il ritiro delle truppe francesi dal Messico. Il piano di rientro prevedeva che ad ottobre 9.000 soldati francesi sarebbero partiti ed altri 9.000 lo avrebbero fatto nel marzo 1867. Massimiliano non informato da Napoleone III protestò per il mancato rispetto delle garanzie promesse; mentre Bazaine, avuta la conferma del prossimo ritiro, per limitare i danni, evacuò Chihuahua e concentrò più a sud i propri reparti, molti legio-nari invece scelsero di passare dalla parte dei liberali.
Si allentava così l’assedio a Juarez, che iniziò a marciare verso sud, riconquistando le località lasciate dai francesi; questi infatti si ritiravano e combattevano solo se attaccati, mentre i messicani non li attaccavano sapendo del loro imminente ritiro.
L’isolamento di Massimiliano
Massimiliano poteva contare adesso solo sui volontari europei, una forza però troppo esigua per controllare il paese, inviò così propri agenti in Europa per arruolare altri uomini. 4.000 furono presi in Austria, ma il 15 maggio 1866, alla vigilia della partenza per il Messico dal porto di Trieste, questi volontari furono bloccati dalle minacce di Seward di rompere i rapporti con l’Austria, questa allora proibì che agenti messicani svol-gessero attività di arruolamento sul proprio territorio. Non solo, ritirò la propria forza dal Messico, coloro che vi rimasero lo fecero come volontari.
L’isolamento diplomatico di Massimiliano aumentò in seguito ad altri eventi: era morto il duca di Morny, Lord Palmerston era stato sostituito da Lord Russell che non avrebbe mai appoggiato la Francia contro gli USA in un’eventuale guerra per il Messico, infine era deceduto anche re Leopoldo di Belgio. Intanto gli Stati Uniti revocavano la loro posizione di neutralità perché l’opinione pubblica mal tollerava l’atteggiamento europeo in Messico, e Seward, saputo del ritiro francese adottò un atteggiamento più fermo verso la Francia e Massimiliano.
Il 9 luglio l’Imperatrice Carlotta decise quindi di lasciare il Messico per recarsi prima a Parigi e poi a Roma, per cercare di ottenere nuovi aiuti per Massimiliano. Non sarebbe più tornata. In seguito ai rifiuti ricevuti in Europa in lei si manifestarono i primi segni di pazzia, infatti dopo poche settimane le sue condizioni di salute peggiorarono tanto che Leopoldo II, suo fratello, decise di farla rientrare in Belgio. Massimiliano perdeva così anche gli affetti più cari.
In estate Napoleone III, decise di fare rientrare tutte le truppe a marzo del 1867, anche quelle che dovevano abbandonare il paese ad ottobre 1866, tranquillizzando Washington sul fatto che la scelta del rinvio era do-vuta ad evitare che lo scaglionamento indebolisse troppo la forza francese lasciandola indifesa alla vendetta liberale. A conferma di ciò Napoleone III informò Seward che avrebbe svolto attività di convincimento presso Massimiliano perché abdicasse, e per evitare che il Messico cadesse nel caos propose invano che gli USA occupassero il paese, tutelando però gli interessi degli stranieri. Comunque nelle prime settimane del 1867 i francesi iniziano a smobilitare da Città del Messico.
Il 25 novembre Massimiliano rifiutò di abdicare e decise di rimanere a capo del suo esiguo esercito, 21.000 soldati contro i 70.000 di Juarez. il 13 febbraio partì con 9.000 uomini verso nord per affrontare Juarez rag-giungendo il 9 febbraio la cittadina di Querétaro. I liberali, informati dell’azione imperiale, il 6 marzo con 35.000 uomini assediarono la città. Massimiliano avrebbe avuto una via di salvezza, infatti a Veracruz una nave era ad attenderlo per portarlo in Europa, ma l’Imperatore decise di non approfittarne. I francesi che sta-vano concludendo le operazioni d’imbarco a Veracruz, non intervennero in suo aiuto, il 13 marzo tutti i solda-ti francesi avevano abbandonato il paese. Bazaine rientrò in Francia, a Tolone, a fine aprile senza che fosse accolto da alcuna particolare ed ufficiale riconoscenza; Napoleone III voleva dimenticare al più presto l’Impero del Messico.
I liberali nel frattempo riconquistavano Puebla, Diaz puntava a Città del Messico, mentre Querétaro non a-vrebbe resistito a lungo; infatti il 14 maggio i liberali entrarono in città. Massimiliano fu arrestato e rinchiuso nel locale convento dei frati cappuccini. Qui fu informato che una corte marziale lo avrebbe processato con l’imputazione di tradimento ai danni della repubblica messicana. Il 13 giugno, presso il teatro cittadino, si svolse il processo, Massimiliano malato non si presentò in aula, presenti invece i suoi coimputati, Miramón ed il generale Tomás Mejía. Il giorno successivo la corte emanò la sentenza: condanna a morte tramite fuci-lazione per i tre da eseguirsi il giorno 16 giugno, in quanto vi era fretta di eliminare la minaccia Massimiliano. Gli avvocati difensori chiesero la grazia a Juarez, il quale concesse solo il rinvio dell’esecuzione al 19 giu-gno. Nell’attesa della sua esecuzione Massimiliano lesse la Storia d’Italia di Cesare Cantù, scrisse a sua madre, e stabilì che avrebbe affrontato la morte avendo alla sua destra Miramón, in riconoscenza del suo valore, ed alla sua sinistra Mejía.
Il tragico epilogo
Nei giorni precedenti l’esecuzione alcuni paesi si mossero per salvare la vita all’Imperatore, sebbene nessun paese avesse rapporti diplomatici con il Messico di Juarez. Pertanto le suppliche furono avanzate agli USA per poi girarle al governo liberale messicano. Garibaldi dall’Italia e Victor Hugo dalla Francia, sostenitori del-la causa liberale, scrissero a Juarez di graziare Massimiliano; anche la stampa statunitense si mosse per sostenerne la grazia. Ma Juarez era convinto che rimanendo in vita Massimiliano avrebbe continuato a pre-tendere il trono del Messico e sarebbe stato sempre un punto di riferimento per i conservatori messicani. L’esecuzione andava eseguita. Alle ore 6 del 19 giugno Massimiliano, indossando una rendigote nera ed un cappello bianco, fu condotto sul colle di Cerro del las Campanas, dove ad attenderlo vi erano 3.000 soldati e 50 spettatori. Scendendo di carrozza consegnò al suo inserviente il cappello ed il fazzoletto perché li consegnasse a sua madre. I tre condannati furono riuniti e posti di fronte al plotone d’esecuzione, ma in maniera diversa da come stabilito alla vigilia: Massimiliano a sinistra, Miramón al centro e Mejía a destra. Massimiliano chiese se fosse possibile regalare a ciascuno dei sei componenti del plotone una moneta d’oro e nel consegnarle li pregò di prendere bene la mira e colpire al cuore e non al viso in modo che sua madre potesse vederlo per l’ultima volta. Come ultima volontà invece fece un breve discorso in spagnolo che si concluse con “Viva il Messico!”; dopo di che fu dato l’ordine di sparare. Sei colpi, tre mortali, centrarono l’ex Imperatore, Miramón e Mejía furono colpiti in un secondo momento mentre gridavano: “Dio benedica l’Imperatore!” Alle 6.40 tutto era finito.
Il 21 giugno cadeva Città del Messico, il 15 luglio Juarez fece il suo ingresso trionfale nella capitale.
Dopo due mesi, la salma di Massimiliano fu imbarcata sul Novara per essere condotta in patria. Giunse pri-ma a Trieste e poi a Vienna dove fu seppellita nella cripta della Cappella dei Cappuccini; Francesco Giusep-pe non si abbandonò a grandi dimostrazioni di dolore, mentre Carlotta, alienata dalla pazzia, non fu in grado di assistere alla cerimonia.
Il destino tragico si accanì anche su gli altri protagonisti: Juarez eletto Presidente morì d’infarto nel 1872, la stessa sorte che era toccata a Gutierrez, deceduto a Città del Messico solo poche settimane dopo Massimi-liano. Napoleone III invece morì in esilio, la guerra persa contro la Prussia nel 1870 aveva posto fine definiti-vamente anche alla monarchia francese.
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-- APPROFONDIMENTI--


Massimiliano e Carlotta
Ferdinando Giuseppe Massimiliano nacque il 6 luglio 1832 a Schönbrunm (Austria) da Sofia di Baviera e da Francesco Carlo, Arciduca d'Asburgo. Il fratello di Massimiliano, Francesco Giuseppe, nato nel 1830, sareb-be diventato Imperatore d'Austria-Ungheria nel 1848, all'abdicazione dello zio Ferdinando I, che non aveva eredi, ed alla rinuncia del padre.
Francesco Giuseppe era ordinato, metodico ed interessato alle vicende militari; Massimiliano invece era un sognatore, con inclinazioni artistiche, un cattolico praticante con un alto senso dell'onore e nutriva una gran-de ammirazione verso il fratello Imperatore. Credeva nella monarchia assoluta, ma non escludeva la possibi-lità di costituire assemblee popolari e per questo criticò la politica repressiva del cugino Ferdinando II, re di Napoli, e quella austriaca nei Balcani. Massimiliano era alto e snello, con una carnagione chiara, occhi az-zurri, capelli e barba biondi dorati, usava portare, secondo la moda del periodo, la barba lunga divisa nel mezzo ed a punta ai lati. Nel 1850 entrò in Marina in forza al comando della flotta dell'Adriatico; visitò l'Alba-nia, la Grecia, la Turchia, la Spagna e la Francia. Qui, a Parigi, fece il suo primo incontro con Napoleone III. L'impressione fu negativa; Massimiliano giudicava l'Imperatore di Francia privo di d'alcuna nobiltà. Visitò il Belgio di re Leopoldo, di cui conobbe la figlia, la sedicenne Carlotta che sposò nel 1857. Nello stesso anno Francesco Giuseppe, intenzionato a adottare in Italia una politica più liberale ed a sostituire il novantenne Radetzsky, nominò il fratello viceré del Lombardo-Veneto. Durante questa carica, Massimiliano cercò invano di conquistarsi la simpatia dei sudditi con promesse di maggior autonomia, ma con lo scoppio della guerra del 1859 (Francia e Piemonte contro l'Austria), Massimiliano fu inviato a Venezia al comando della flotta. Alla fine della guerra si recò prima a Madera e poi in Brasile per studi naturalistici, la sua passione; al rientro si occupò della costruzione del castello di Miramare, presso Trieste, un esotico edificio, mai completato, che divenne la residenza ufficiale della coppia fino alla loro partenza per il Messico. Dal 1861 il loro rapporto matrimoniale entrò in crisi, Carlotta, insistette perché Massimiliano accettasse il trono messicano, auspicando per il marito potere e gloria; Massimiliano invece era più interessato ai viaggi di studio. In Messico il rapporto naufragò, Massimiliano tradì la moglie con altre donne, contraendo anche la sifilide; alcune cronache riportano infatti che nel 1917, a Parigi, fu fucilato un messicano, biondo e di carnagione chiara, di nome Sedano, con l'accusa di essere una spia tedesca. Sedano, da un'indagine sarebbe risultato essere il figlio che Massimiliano avrebbe avuto da una giardiniera del palazzo imperiale di Città del Messico, con la quale l'Imperatore aveva intrattenuto una lunga relazione.
Carlotta inoltre non poteva avere figli, quindi per dare un erede all'Impero, nel 1865, Massimiliano decise di adottare Augustín Iturbide, il nipote di un ex Imperatore messicano, in seguito ad un accordo con la madre del piccolo, la statunitense Alice Green. Questa però, al momento di consegnare il figlio, si rifiutò inutilmente di cederlo e fu espulsa. Massimiliano riconsegnò il piccolo alla madre naturale solo nel febbraio del 1867, quando l'Impero messicano, in dissoluzione, non avrebbe più avuto bisogno di principi.
Carlotta soffrì molto il difficile rapporto instauratosi con il marito tanto che, negli ultimi mesi della sua permanenza in Messico, iniziarono a manifestarsi in lei segni di squilibrio che si sarebbero scatenati in pazzia al suo rientro in Europa. Nel soggiorno a Roma, nell'autunno del 1867, si sentiva minacciata, vedeva ovunque nemici che volevano avvelenarla. Si recò in udienza dal Papa senza essere stata invitata e si rifiutò di abbandonare la sede papale per paura di essere assassinata. Il Papa mosso a compassione fece dormire Carlotta in un convento di suore, per la prima volta una donna dormiva in Vaticano. Fatta rientrare immediatamente in Belgio, dopo aver vissuto isolata per sessant'anni in un castello di campagna, morì pazza nel 1927 ad 86 anni.
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Gli eroi di Camerone
Gli eroi di Camerone
Il 29 aprile 1863, il comando francese in Messico ordinò alla 3^ Compagnia del I° Battaglione della Legione Straniera di scortare da Veracruz a Puebla una carovana, costituita da 60 carri e 150 muli, che trasportava rifornimenti e 3 milioni di franchi d'oro. La Compagnia, normalmente composta da 112 legionari e 3 ufficiali, decimata dalla febbre gialla poté impiegare solo 62 uomini, in prevalenza polacchi, italiani, tedeschi e spa-gnoli, senza nessun ufficiale. Il capitano Danjou, eroe di Crimea, dove aveva perso la mano destra, sostituita da una protesi di legno sempre coperta da un guanto bianco, si offrì volontario per il comando della missione, rifiutando i rinforzi.
Il 30 aprile, al fine di perlustrare il percorso della marcia, la Compagnia si mise in movimento precedendo la carovana. Alle ore 7, con gli uomini schierati in doppia fila lungo i lati della strada, la colonna attraversò le rovine del piccolo villaggio abbandonato di Camerone. Appena fuori il villaggio, sulle alture circostanti, Dan-jou vide apparire numerosi soldati messicani a cavallo, questi erano stati informati della missione francese dall'efficiente rete spionistica allestita dal governo di Juarez. Il capitano decise di far ripiegare i propri uomini presso le rovine di Camerone, schierando la Compagnia in un rettangolo presso della vegetazione, in modo da impedire alla cavalleria nemica di caricare. Strategia questa usata dalla Legione in Africa contro le tribù locali, ma mai adottata contro un così numeroso avversario; i messicani infatti erano 2.000 (800 cavalieri e 1.200 fanti). Nel ripiegamento i francesi persero 16 uomini. I legionari inoltre conquistarono una buona posizione difensiva tra le rovine, riuscendo a respingere i successivi attacchi della cavalleria. Dopo un ora i legionari erano senza acqua e con poche munizioni a disposizione, infatti i muli con l'equipaggiamento erano caduti in mano ai messicani, mentre la carovana con l'oro, che per sicurezza durante la marcia era rimasta più indietro, nel momento in cui udì gli spari messicani, ripiegò in fretta verso la base, salvando il prezioso carico. Lo scontro si protrasse fino al pomeriggio, i messicani mossero continui assalti postazione francese senza mai sfondarla. Alle ore 11 Danjou era stato colpito mortalmente da un cecchino, mentre alle 14 moriva il suo vice-comandnate, il tenente Villain. Il comando passò al sottotenente Maudet che alle ore 17 era rimasto solo con 12 legionari. I messicani cercarono di stanare i francesi dando fuoco alla zona, ma i legionari riuscirono a spegnere il fuoco. Un ora dopo resistevano Maudet, il caporale francese Maine ed i soldati semplici Wenzel, tedesco, Katan, polacco, Constatin, austriaco e Leonhart, svizzero, ognuno con una sola cartuccia a disposizione.. Rimaneva quindi una sola possibilità, la carica suicida. Maudet ordinò il fuoco al suo ordine e poi di seguirlo nella breccia per la carica finale. Maine, Katan, assieme ad un ferito, gli unici superstiti, furono fatti prigionieri.
All'alba del giorno successivo un reparto di soccorso francese entrò in Camerone ormai troppo tardi; furono seppelliti i morti, ma mancò all'appello il corpo del capitano Danjou, di cui fu rinvenuta solo la protesi di le-gno, che raccolta fu inviata al quartier generale della Legione a Sidi-bel-Ablès, in Algeria, divenendo la reli-quia più sacra del Corpo. Dal 1962, dopo il trasferimento della Legione dall'Algeria alla Francia, la mano di Danjou è conservata nel museo del Comando della Legione Sraniera ad Aubagne, presso Marsiglia; ogni anno il 30 aprile la Francia commemora solennemente gli eroi di Camerone.
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Bibliografia Orientativa:
J. Ridley, Massimiliano e il sogno del Messico, Rizzoli, Milano, 1993.
C. Bruni, Massimiliano: Sangue e orrori di una rivoluzione messicana, De Vecchi, Milano, 1966.
R. O’Condor, Il trono di cactus: la tragedia di Massimiliano e Carlotta, Club degli Editori, Milano, 1973.
L.R. Loseri (a cura di), Massimiliano: rilettura di un’esistenza-Atti del Convegno, Trieste 4-6 marzo 1987, E-dizioni della Laguna, Monfalcone, 1992.
J. Haslip, Massimiliano e Carlotta, Longanesi, Milano, 1982.

(Nella foto il Castello di Miramare, presso Trieste)

mercoledì 22 giugno 2011

Chiarezza anche sulla morte di Pablo Neruda

(fonte: La Stampa), a cura di Roberto Di Ferdinando

Il giudice cileno Mario Carroza, lo stesso che alcune settimana fa ha fatto riesumare la salma dell’ex presidente Allende per fare chiarezza sulla sua morte (suicidio od omicidio? – vedi il post del 30 maggio 2011), ha acquisito le cartelle cliniche ed i documenti sanitari del poeta cileno Pablo Neruda, premio Nobel per la letteratura nel 1971 e morto di tumore nel 1973. Carozza anche in questo caso vuole indagare se Neruda morì per cause naturali o il regime di Pinochet fu responsabile della sua morte. Neruda infatti era amico intimo di Salvator Allende e suo ambasciatore a Parigi, e fu proprio Allende a convincere Neftali Ricardo Reyes (il vero nome di Neruda) a rientrare in patria per curarsi il tumore alla prostata. Successivamente al suo rientro si verificò il golpe di Pinochet, era l’11 settembre 1973. Neruda in quelle ore fu condotto per motivi di sicurezza in clinica, qui la versione fino ad ora conosciuta ci racconta che Neruda morì il 23 settembre a causa della gravità della sua malattia. Ma due testimoni diretti hanno raccontato che le cose andarono diversamente. Manuel Araya, ex autista ed assistente di Neruda, ha riferito che il poeta quando giunse in clinica era in buone condizioni, ed il 22 settembre gli disse che poco prima era entrato un medico che gli aveva fatto un’iniezione allo stomaco. Il giorno dopo Neruda morì. Avvelenato? A confermare la versione di Araya, anche Gonzalo Martinez, ex ambasciatore messicano nel Cile di Allende, che fu molto presente negli ultimi giorni di vita del poeta. Infatti il Messico stava programmando da giorni la fuga di Neruda, il presidente messicano, Echevarria, attivò il suo diplomatico perché portasse in salvo a Città del Messico il poeta e sua moglie. Ma la loro partenza fu ritardata di due giorni ed il poeta nel frattempo morì. Secondo Araya, Pinochet, preoccupato che Neruda, rifugiandosi all’estero, potesse diventare il leader dell’opposizione al suo regime, lo fece uccidere con un’iniezione letale. Adesso anche la salma di Neruda sarà riesumata per le indagini del caso. Oggi in Cile si cerca di fare luce su 727 morte sospette del primo periodo della dittatura dei militari, anche sulla fine dell’ex presidente democristiano, Eduardo Frey, deceduto nella stessa clinica di Neruda, nel 1980).
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sabato 4 giugno 2011

I gemelli di Candido Godoi

(fonte: Sette-Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Candido Godoi è una cittadina brasiliana del Rio Grande do Soul, lontano dagli itinerari del tradizionale turismo che ha due particolarità: l’80% della popolazione è di origine tedesca, l’altra, più sorprendente, l’alta percentuale di parti gemellari. Infatti nel mondo si verifica un parto gemellare ogni cento, a Candido Godoi, dagli anni Sessanta, invece, la percentuale di nascita di gemelli è uno ogni 5 parti, quindi altissima. Non solo, i gemelli nati sono in stragrande maggioranza, biondi e con gli occhi azzurri. Ad oggi non vi è una spiegazione scientifica di questo fenomeno, ma nel frattempo le autorità locali stanno sfruttando il fatto per promuovere la città, qui infatti ogni anno in febbraio si celebra la festa internazionale dei gemelli e si vendono ai turisti le bottigliette dell’Agua de Fertilidade di una fonte del luogo. Ma qualcosa si sta muovendo alla ricerca della verità. Il dottor Da Silva e lo storico giornalista argentino, Jorge Camarasa, hanno avanzato un’ipotesi. Negli anni in cui il fenomeno dei parti gemellari si è manifestato nella città brasiliana, era qui presente Joseph Mengele, il medico di Auschwitz, che aveva trovato rifugio in America Latina dopo la liberazione della Germania e la caduta del Reich. Infatti, Mengele ad Auschwitz aveva effettuato esperimenti genetici, con esiti sempre mortali, su 226 coppie di gemelli tra i due e gli otto anni. Lo scopo di questi esperimenti era quello di trovare il segreto per permettere alle donne tedesche di partorire gemelli per fornire così più soldati alla Germania e creare a tavolino la razza perfetta. Non vi è comunque, oggi, nessuna conferma del legame tra Mengele e l’alta percentuale di parti gemellari a Candido Godoi, ma solo terribili supposizioni.
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lunedì 30 maggio 2011

Allende, suicidio od omicidio?

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

La settimana scorsa a Santiago del Cile è stata riesumata la salma dell’ex presidente cileno Salvador Allende, morto l’11 settembre 1973, il giorno del golpe militare. La riesumazione è stata decisa dal giudice cileno Mario Carroza che sta portando avanti le indagini sulle violenze e le violazioni dei diritti umani commessi dal regime Pinochet. Il giudice vuole fare chiarezza sulle ultime ore di Allende. Secondo la versione ufficiale, basata anche sulla testimonianza diretta del dottor Patricio Guijon, l’ultima persona a vedere in vita il presidente, Allende si suicidò pur di non cadere nelle mani dei militari. Dopo l’inizio del golpe, infatti, Allende si ritirò nel palazzo presidenziale della Moneda e chiese a tutti di abbandonare l’edificio. Guijon entrò per caso nella sala del presidente mentre Allende, con il mitra stretto tra le ginocchia, si sparò il colpo in viso. Guijon fu arrestato dal regime militare e rilasciato solo un anno più tardi. Ma molti non hanno mai creduto al suo racconto, c’è, infatti, chi sostiene che furono i militari golpisti ad assassinare Allende, od altri ancora raccontano che l’ex presidente avrebbe sì cercato di uccidersi, ma non riuscendoci avrebbe chiesto ad un suo collaboratore di sparare il colpo mortale. L’indagine adesso cercherà di fare chiarezza.
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sabato 23 aprile 2011

Cuba: la dittatura dei novantenni

(fonte: Corriere della Sera) a cura di Roberto Di Ferdinando

Nel recente 6° Congresso del Partito Comunista Cubano (PCC), il primo dopo 14 anni, i dirigenti del partito hanno stabilito nuove regole per le cariche elettive statali e del partito stesso, difatti non potranno durare per più di dieci anni. A capo del PCC oggi vi è Raul Castro, fratello di Fidel, che lo sostituisce da tre anni, quando il Leader Maximo si dimise per problemi di salute. Raul ha 80 anni e quindi potrà stare in sella al partito e guidare il paese, dietro le indicazioni del fratello Fidel (84 anni), per ancora dieci anni, cioè quando sarà novantenne; se invece la regola sarà retroattiva, e quindi saranno scalati i tre anni già trascorsi, Raul rimarrà in carica fino a 2018, cioè fino ad 87 anni. Se Raul dovesse dimettersi nei prossimi anni, lo sostituirebbero, salvo indicazioni diverse di Fidel, José Ramòn Machado, 80 anni, Primo vicepresidente del partito e, terzo nella linea di successione, Ramiro Valdés, 79 anni, Secondo Vicepresidente, che rimarrebbero al potere per ulteriori 10 anni, oltrepassando i novant’anni di età. Una dittatura della quarta età. La sensazione, non molto celata è che i protagonisti della rivoluzione cubana non vogliano lasciare la guida (il potere) del paese che hanno creato. Difatti, non esiste una nuova generazione di leader pronta a sostituire i vecchi barbudos, o meglio, non è mai stato consentito che alcuni giovani politici potessero uscire allo scoperto; nel 2009, Carlos Lage e Felipe Pérez Roque, designati quali delfini di Fidel, furono esautorati ed i “vecchi” ripresero la guida del partito e del paese.
Il proseguimento dei lavori del Congresso si è svolto a porte chiuse, i risultati trascurabili: il socialismo a partito unico rimane inamovibile, le aperture all’iniziativa privata minime e poi si è parlato di molta economia, teorica ovviamente.
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giovedì 24 marzo 2011

Su la testa, Argentina! - Desaparecidos e recupero della memoria storica - 2^ Edizione


Esaurita la prima tiratura, l’autore ha preparato questa nuova edizione aggiornata al 31 dicembre 2010: dai desaparecidos al ritorno alla democrazia, dalla condanna dell’impunità al
recupero della memoria storica ai grandi processi contro i torturatori

Il Libro
Il libro affronta molti argomenti: analizza i meccanismi repressivi della dittatura più feroce della storia argentina, quella degli anni 1976-1983 (campi di concentramento clandestini, torture, desaparecidos); traccia un profilo storico dell’atteggiamento tenuto da società civile e istituzioni nei confronti dei desaparecidos, dal ritorno della democrazia nel 1983 fino ai giorni nostri; documenta la situazione in corso in Argentina per quanto riguarda la tutela dei diritti umani, la lotta contro l’impunità e il recupero della memoria storica.
Esplora, inoltre, un fenomeno del tutto dimenticato della storia italiana: la tragedia di migliaia di nostri connazionali desaparecidos in Argentina negli anni della dittatura militare, tra il silenzio indifferente di società e Stato italiani e i collegamenti con la Loggia P2. Focalizza l’attenzione su questo dramma italiano, anche tramite le testimonianze dirette dei familiari e di alcuni sopravvissuti e analizzando i tre processi svolti dalla magistratura
italiana tra il 1997 e il 2010

L’AUTORE
ORLANDO BARONCELLI, laureato in Giurisprudenza, è redattore di «Testimonianze», per cui scrive di politica estera e diritti umani, e collaboratore di «Diario»: per entrambe le riviste ha seguito soprattutto le storie dei desaparecidos italoargentini e la lunga lotta dei familiares per scoprire la verità e ottenere giustizia. Su questi argomenti è stato relatore in numerose conferenze e convegni. Docente di diritti umani e diritti dei popoli nel progetto Scuola-Territorio della Provincia di Firenze rivolto alle medie superiori, nel 2004 è stato curatore del libro Percorsi per minori stranieri. Problemi e prospettive edito dal Comune di Firenze. Dal 1996 è il responsabile dell’Argentina per il “Centro Studi e Iniziative America Latina” di Firenze.
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E' RECINTO INTERNAZIONALE che ringrazia Orlando Baroncelli per averci inserito nei ringraziamenti del suo libro. Grazie Orlando!!!!!

lunedì 24 gennaio 2011

Il mistero dell’isola che non c’era

Nel Golfo del Messico sembra scomparsa un piccolissima isola, ma dall’importanza strategica enorme
(fonte. Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

venerdì 22 ottobre 2010

Il miracolo cileno

Le operazioni di recupero ed il salvataggio dei 33 minatori hanno confermato l’efficienza e lo sviluppo del Cile, ormai da alcuni anni un modello per il Sudamerica.
(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

martedì 5 ottobre 2010

Notizie dai Caraibi: Santa Lucia, non solo case ma anche stadi di cricket.

Pensavate che Santa Lucia fosse nota solo per le case di Montecarlo? Per noi italiani certamente, ma i cinesi non la pensano allo stesso modo. A cura di Francesco Della Lunga

venerdì 10 settembre 2010

Cuba: il comunismo in soffitta

Fidel Castro: “il comunismo non funziona più nemmeno da noi”
(fonte: Il Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

lunedì 1 marzo 2010

25 consigli per vivere bene

Il ministro degli esteri della Bolivia suggerisce 25 consigli per “Vivere bene”
Dal giornale LA RAZON, LA PAZ.-
http://www.la- razon.com/ versiones/ 20100131_ 006989/nota_ 247_946416. htm

"In un’intervista, il ministro delle Relazioni Estere, David Choquehuanca, esperto in Cosmovisione Andina, spiega in dettaglio un nuovo paradigma in cui situa la vita e la natura come asse centrale dell’esistenza.
Il Vivere Bene, il modello che desidera implementare il governo di Evo Morales, si può riassumere come il vivere in armonia con la natura, definizione che riprende i principi ancestrali delle culture della regione. Esse considerano che l’essere umano si trova in secondo piano al medio ambiente.
Il cancelliere David Choquehuanca studioso di questo modello ed un rappresentante Aymaras, esperto in cosmovisione andina, conversarono con il giornale LA RAZÓN per un’ora e mezza e spiegarono i dettagli dei principi riconosciuti nell’articolo 8 della Constitución Política del Estado (CPE) .
“Vogliamo ritornarne a Vivere Bene, il che significa che ora iniziamo a valorizzare la nostra storia, la nostra musica, i nostri abiti, la nostra cultura, il nostro idioma, le nostre risorse naturali, e oltre a dar valore a tutto questo abbiamo deciso di recuperare tutto ciò che è nostro, tornare ad essere quel che siamo stati”.
L’articolo 8 della CPE stabilisce che: “ Lo Stato assume e promuove come principi etici-morali della società plurale: ama qhilla, ama llulla, ama suwa ( non essere pigri, non essere bugiardi, non rubare), suma qamaña ( vivere bene), ñandereko (vita armoniosa), teko kavi (vita buona), ivi maraei (terra senza male) e qhapaj ñan (cammino alla vita nobile).
Il Cancelliere ha rimarcato la sua distanza dal socialismo e ancora di più dal capitalismo. Il primo lo definisce come pura ricerca della soddisfazione delle necessità dell’uomo, mentre asserisce che per il secondo la cosa più importante è il denaro e la plusvalenza.
Secondo D. Choquehuanca, il Vivere Bene è un processo che inizia ora e che a poco a poco si divulgherà.
“Per coloro che appartengono alla cultura della vita la cosa più importante non è il denaro né l’oro, né l’uomo, poiché egli si trova all’ultimo posto. La cosa più importante sono i fiumi, l’aria, le montagne, le stelle, le formiche, le farfalle(..) . L’uomo è all’ultimo posto. Per noi la cosa più importante è la vita.”.
Le culture Aymara • Anticamente coloro che popolavano le comunità Aymaras in Bolivia aspiravano a diventare qamiris (persone che vivono bene).
I Quechuas • Ugualmente le persone di questa cultura anelavano diventare un qhapaj (gente che vive bene). Un benessere che non è quello economico.
I Guaraníes • Il guaraní sempre aspira di diventare una persona che si muove in armonia con la natura, ossia che spera un giorno diventare un yambae.
Il Vivere Bene dà priorità alla natura e non all'essere umano.
Queste sono le caratteristiche che poco a poco si implementeranno nel nuovo Stato Plurinazionale:

Dare priorità alla vita -
Vivere bene è ricercare la vita in comunità dove tutti gli integranti si preoccupino per tutti. La cosa più importante non è l'essere umano (come definisce il socialismo), né il denaro (come precisa il capitalismo), bensì la vita. Esso richiede implementare una vita più semplice.
Il cammino è quello di creare armonia tra tutte le forme di vita, con l’obiettivo di salvare il pianeta dalle priorità dell’umanità.
Giungere ad accordi attraverso il consenso –
Vivere bene significa cercare il consenso tra tutti. Questo implica che a prescindere dalle differenze, quando le persone dialogano si può arrivare ad un punto neutrale, in cui tutti possono riconoscersi e dove non si provocano conflitti. “ Non siamo contro la democrazia, quel che desideriamo è approfondirla, perché oggi la democrazia include la sottomissione, e sottomettere il prossimo non è “Vivere bene” chiarificò il Cancelliere David Choquehuanca.
Rispettare le differenze –
“Vivere bene” significa rispettare l’altro, saper ascoltare chiunque desideri parlare, senza discriminazione o sottomissione. Non si parla di tolleranza ma di rispetto; per Vivere Bene e in armonia è necessario rispettare le differenze, anche se ogni cultura, o regione, ha una forma diversa di pensare,. Questa responsabilità include tutti gli esseri umani che abitano il pianeta, gli animali e le piante.
Vivere in complementarietà –
Vivere Bene è dare la priorità alla complementarietà, questo significa che tutti gli esseri viventi sul pianeta si relazionano l’uno con l’altro. Nelle comunità, il bimbo è complementare al nonno, l’uomo alla donna, etc… In uno dei suoi esempi, David Choquehuanca specifica che l’uomo non deve uccidere le piante perché esse sono fondamentali per la sua esistenza e lo aiutano a sopravvivere.
Equilibrio con la natura -
Vivere Bene è condurre una vita in equilibrio con tutti gli esseri viventi della comunità. La giustizia, come la democrazia, è considerata escludente perché prende in considerazione esclusivamente le persone dentro una comunità e non quello che è più importante, cioè la vita e l’armonia dell’uomo con la natura. E’ per questo che Vivere Bene aspira a realizzare una società equa e senza esclusioni.
Difendere la identità -
Vivere Bene è dar valore e recuperare la propria identità. In questo nuovo modello, l’identità di un popolo è molto più importante che la stessa dignità. L’identità implica il godere pienamente di una vita basata su valori che hanno resistito da più di 500 anni (dalla conquista spagnola) e che sono stati ereditati dalle famiglie e dalle comunità che hanno vissuto in armonia con la natura e con il cosmo. Uno degli obiettivi principali del Vivere Bene è riprendere l’unità di tutti i popoli.
Il Ministro di Relazioni Estere, David Choquehuanca, spiegò che saper mangiare, bere, danzare, comunicare e lavorare sono alcuni degli aspetti fondamentali.
Accettare le differenze -
Vivere Bene è rispettare le somiglianze e le differenze tra gli esseri che vivono sullo stesso pianeta. Va molto più in là del concetto della diversità. “Non c’è unità nella diversità, c’è solo somiglianza e differenza, perché quando si parla di diversità si parla solo delle persone” dice il Cancelliere. Il nuovo paradigma sottolinea che gli esseri somiglianti o differenti non devono mai farsi del male.
Dare la priorità ai diritti cosmici -
Vivere Bene è dare la priorità ai diritti cosmici prima che ai Diritti Umani. Quando il Governo parla di cambio climatico si riferisce anche ai diritti cosmici, assicura il Ministro delle Relazioni Estere. Per questo il Presidente (Evo Morales) dice che è più importante parlare dei diritti della Madre Terra piuttosto che parlare dei diritti umani.
Saper mangiare –
Vivere Bene è saper alimentarsi, saper combinare il cibo adeguato durante le stagioni dell’anno (alimenti secondo l’epoca dell’anno). Il Ministro delle Relazioni Estere, David Choquehuanca, spiega che questo tema deve affrontarsi in base alla pratica adottata dai nostri antenati che si alimentavano di un unico prodotto durante tutta una stagione. Commenta anche che alimentarsi bene garantisce la salute.
Saper bere -
Vivere Bene è bere alchool con moderazione. Nelle comunità indigene ogni festa ha un suo significato e l’alchool è presente nelle cerimonie, ma si consuma senza esagerare e senza fare del male a nessuno. “Dobbiamo imparare a bere, nelle nostre comunità celebravamo feste relazionate alle epoche stagionali. E’ molto diverso da recarsi in un locale e avvelenarsi di birra e uccidere i nostri neuroni.”
Saper danzare –
Vivere Bene è saper danzare, non semplicemente saper ballare. La danza si relaziona con alcuni atti concreti come la semina o il raccolto. Le comunità continuano ad onorare con danza e musica la Pachamama soprattutto durante le epoche agricole; nelle città le danze originarie sono considerate come espressioni folcloriche. Nel nuovo paradigma si rinnoverà il vero significato della danza.
Saper lavorare –
Vivere Bene è considerare il lavoro come una festa. “Il lavoro per noi è felicità” dice David Choquehuanca che sottolinea che a differenza del capitalismo dove si paga per lavorare, nel nuovo modello dello Stato Plurinazionale, si riprende il pensiero ancestrale che considera il lavoro come una festa. Esso è una forma di crescita, per questo nelle culture indigene si lavora sin da piccoli.
Riprendere il abya laya –
Vivere Bene è promuovere che i popoli si uniscano in una grande famiglia. Per il Ministro questo implica che tutte le regioni del paese si ricostituiscano in ciò che ancestralmente era considerata una grande comunità. “Questo deve essere esteso a tutti i paesi, noi vediamo buoni semi in tutti quei capi di stato che desiderano unire i popoli e ritornare a formare l’ Abya Laya che siamo stati.
Rincorporare la agricultura –
Vivere Bene è incorporare l’agricoltura alle comunità. Parte di questo nuovo paradigma del nuovo Stato Plurinazionale sta nel recuperare le forme di vita in comunità, come il lavoro della terra, coltivando prodotti che coprano le necessità basiche per il sostentamento.
Verranno devolute le terre alle comunità in maniera che generino economie locali.
Saper comunicare –
Vivere Bene è saper comunicarsi. Nel nuovo Stato Plurinazionale si pretende ripristinare la comunicazione che esisteva nelle comunità ancestrali. Il dialogo è il risultato di questa buona comunicazione che menziona il Ministro. “Dobbiamo imparare a comunicare come lo facevano i nostri padri che riuscivano a risolvere i conflitti che si presentavano, non dobbiamo perdere questa capacità”. Il Vivere Bene non è “vivere meglio” come propone il capitalismo. Tra i principi che sostengono lo Stato Plurinazionale troviamo il controllo sociale, la reciprocità e il rispetto per la donna e per l’anziano.
Controllo sociale -
Vivere Bene è realizzare un controllo obbligatorio tra gli abitanti di una comunità. “questo controllo è diverso da quello proposto dalla Partecipazione Popolare, che fu rifiutato (da alcune comunità) perché riduce la vera partecipazione delle persone” disse Choquehuanca. Nei tempi antichi “tutti si incaricavano di controllare le funzioni che realizzavano le loro principali autorità”.
Lavorare in reciprocità –
Vivere Bene è riprendere la reciprocità del lavoro nelle comunità. Nei popoli indigeni questa pratica si denomina ayni, che significa restituire in lavoro l’aiuto prestato da una famiglia in una attività agricola, come la semina e il raccolto. “Questo sarà uno dei principi o codice che ci garantirà l’equilibrio davanti ai tempi della grande siccità” spiega il Ministro di Relazioni Esteriori.
Non rubare e non mentire –
Vivere Bene è basarsi nel ama sua y ama qhilla (non rubare e non mentire, in lingua quechua). Questo è uno dei precetti inclusi nella nuova Costituzione Politica dello Stato e che il Presidente promise di rispettare. Per il Ministro è fondamentale che dentro le comunità si rispettino questi principi per raggiungere il benessere e la fiducia dei suoi abitanti. “Questi sono codici che si devono rispettare per poter vivere bene nel futuro”.
Proteggere i semi -
Vivere Bene è proteggere e conservare i semi affinché nel futuro si eviti l’uso di prodotti transgenici. Il libro “Vivere Bene, una risposta alla crisi globale”, della Cancelleria della Bolivia, specifica che una delle caratteristiche di questo nuovo modello è di preservare la ricchezza ancestrale agricola con la creazione di banche di semi che evitino la utilizzazione di prodotti transgenici per incrementare la produttività, poiché si dice che questa miscela a base di chimici danneggia e uccide inesorabilmente i semi millenari.
Rispettare la donna -
Vivere bene è rispettare la donna, poiché ella rappresenta la Pachamama, la Madre Terra che possiede la vita e cura tutti i suoi frutti. Per questa ragione, dentro le comunità, la donna è valorizzata ed è presente in tutte le attività che si occupano della vita, dei bambini, l’educazione e la vitalità della cultura. Coloro che abitano le comunità indigene danno valore alla donna come base dell’organizzazione sociale poiché è lei che trasmette ai suoi figli la conoscenza della sua cultura.
Vivere Bene e NON meglio -
Vivere Bene è differente di vivere meglio come lo descrive il capitalismo. Per il nuovo paradigma dello Stato Plurinazionale, vivere meglio si traduce in egoismo, disinteresse per gli altri, individualismo e solamente pensare al lucro. Esso considera che la dottrina capitalistica spinge allo sfruttamento delle persone per arricchirsi in pochi, mentre il Vivere Bene suggerisce una vita semplice che mantenga una produzione equilibrata.
Recuperare le risorse –
Vivere Bene è recuperare la ricchezza naturale del paese e permettere che tutti possano beneficiarsene in forma equilibrata ed equa. La finalità della dottrina del Vivere Bene è anche di nazionalizzare e recuperare le imprese strategiche del paese per realizzare equilibrio e convivenza tra gli uomini e la natura in contrapposizione a uno sfruttamento irrazionale delle risorse naturali. “Prima di tutto c’è la natura” afferma il Ministro.
Esercitare il potere –
Vivere Bene è costruire, dalle comunità, la reggenza delle comunità nel paese. Questo significa secondo il libro “Vivere Bene come risposta alla crisi globale” che si raggiungerà il comando del paese attraverso il consenso comunale e si costituirà la unità e la responsabilità a favore del bene comune, senza che nessuno manchi. E’ in questo contesto che si costituiranno le comunità e le nazioni per creare una società sovrana che si amministrerà in armonia con l’individuo, la natura e il cosmo.
Far buon uso dell’acqua –
Vivere Bene è distribuire razionalmente l’acqua e goderne in maniera corretta Il Ministro delle Relazioni Estere commenta che l’acqua è il latte degli esseri che abitano il pianeta. “Abbiamo tanto, risorse naturali, acqua... La Francia, per esempio, non ha la stessa quantità di acqua e di terra che ha il nostro paese, ma vediamo che non esiste nessun Movimento Senza Terra, così che dobbiamo valorizzare ciò che abbiamo e preservarlo più che possiamo, questo è Vivere Bene.
Ascoltare gli anziani –
Vivere Bene è leggere le rughe degli anziani per poter riprenderne il cammino.
Il Ministro spiega che una delle principali fonti di conoscenza sono gli anziani delle comunità che conservano le storie e le abitudini che col passare degli anni vengono dimenticate. “I nostri antenati” menziona” sono biblioteche che seguono il cammino, sempre dobbiamo imparare da loro.”. Ecco perché gli anziani sono rispettati e consultati nelle comunità indigene del paese".