(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando
Se ne parla da anni, dal 2008, e ritorna prepotente ad ogni vigilia delle elezioni presidenziali negli USA, cioè il possibile attacco di Israele all’Iran. Ma qualcosa sembra essere cambiato, in negativo. Nei precedenti “allarmi”, si parlava che la risposta militare israeliana al progetto nucleare iraniano sarebbe stata attuata entro pochi mesi, e poi passavano anni, adesso, invece, si parla di “attacco imminente”, di “poche settimane”, che in sostanza sarebbero pochi mesi. E la notizia dello scontro è credibile, infatti i futures del greggio nell’ultima settimana sono aumentati, la Banca Centrale d’israele ha indicato realistico, tra gli scenari negativi dell’attuale crisi finanziaria, un attacco all’Iran, ed i media israeliani stanno mettendo la notizia in prima pagina da alcuni giorni. Secondo fonti israeliane e statunitensi (National Intelligence Estimate) le capacità nucleari iraniane sono aumentate e dal 1° ottobre Teheran potrà contare su 250 kg di uranio arricchito al 20%, superando così i limiti consentiti ed ottenendo l’armamento per almeno 4 bombe nucleari da lanciare su territorio israeliano tramite i missili Shahab-3. Israele quindi pensa ad un attacco preventivo, e tre sono le strategie d’offesa: F15I e F16I volerebbero prima verso Nord, chiedendo l’autorizzazione del sorvolo alla Turchia, per poi dirigersi, una volta entrati nel cielo iraniano, verso il sud del paese sciita, oppure i caccia israeliani attraverserebbero Giordania e Iraq, per colpire subito al cuore le centrali iraniani, od ancora attaccherebbero prima gli obiettivi strategici dal sud, passando dall’Arabia Saudita, che però non sembra disposta a concedere autorizzazioni al sorvolo del proprio territorio. Altro dubbio dei politici e militari israeliani è se a fine mandato e con una campagna elettorale in corso Obama appoggerebbe l’attacco israeliano all’Iran? Molti ritengono che non potrebbe non schierarsi a fianco di Israele, ma questo potrebbe costargli la rielezione. Quindi niente è certo, tranne l’instabilità della regione.
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Libero Pensatoio Fiorentino di Politica
Internazionale
“Recinto come barriera fisica, naturale, come le montagne, i fiumi o gli steccati. Ma anche come barriera convenzionale, come una frontiera. Frontiere che sono lentamente sparite, superate dalla politica e dagli scambi economici. Da tante frontiere, ad un'unica frontiera, da tanti recinti ad un unico recinto, internazionale, che avvolge la nostra contemporaneità”
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sabato 18 agosto 2012
martedì 17 luglio 2012
Un minuto di silenzio
(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando
Ilana Romano è la vedova di Yossef Romano, sollevatore di pesi israeliano, ucciso, insieme ad altri dieci suoi compagni, nel settembre del 1972 a Monaco, nel villaggio Olimpico, per mano dei terroristi palestinesi di Settembre Nero. Dal 1976, dalle Olimpiadi di Montreal, Ilana è sempre stata presente ai Giochi Olimpici successivi (non si recò a Mosca nel 1980 perché Israele non vi prendeva parte) per ricordare in silenzio l’eccidio di quegli atleti. E ci sarà anche a Londra, ancora una volta in silenzio e tenendosi per mano con Ankie Spitzer, un’altra vedova di quel settembre 1972. Ed anche a Londra Ilena chiederà un minuto di silenzio ufficiale per quegli undici uomini. Nessun riferimento alla loro nazionalità, ma solo un semplice e rispettoso ricordo di un minuto “come figli delle Olimpiadi, gli sportivi che andarono a Monaco in pace e ritornarono nelle bare”. Un appello che molto probabilmente cadrà ancora una volta nel vuoto, infatti, nonostante Sebastian Coe, presidente del comitato organizzatore di Londra 2012, abbia annunciato di voler celebrare le vittime durante la cerimonia di apertura, un netto e fermo divieto è giunto, invece, dal belga Jacques Rogge, il capo del CIO. Ed all’interno del comitato olimpico anche Alex Gilady, rappresentante israeliano, si è espresso contrario al minuto di silenzio, perché potrebbe “danneggiare lo spirito di armonia e spingere alcune nazioni a boicottare i Giochi”. Eppure, Gilady, fa notare la Romano, in quel settembre del 1972 era anche lui a Monaco quale giornalista sportivo e ritornò in patria con lo stesso aereo che rimpatriò le 11 salme. Ad oggi quindi l’unica celebrazione ufficiale in programma sarà quella del 6 agosto, quando la delegazione israeliana ricorderà, come ha sempre fatto in ogni Olimpiade, gli atleti israeliani uccisi.
Intanto la Romano e la Spitzer si sono attivate in questi anni per raccogliere firme in favore dell’istituzione del minuto di silenzio, chissà se basteranno a far cadere il silenzio-oblio voluto dal CIO.
Anche in Italia è partita un’iniziativa di raccolta firme per il minuto di silenzio: http://www.amicidisraele.org/2012/07/solo-un-minuto-per-favore/ .
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Ilana Romano è la vedova di Yossef Romano, sollevatore di pesi israeliano, ucciso, insieme ad altri dieci suoi compagni, nel settembre del 1972 a Monaco, nel villaggio Olimpico, per mano dei terroristi palestinesi di Settembre Nero. Dal 1976, dalle Olimpiadi di Montreal, Ilana è sempre stata presente ai Giochi Olimpici successivi (non si recò a Mosca nel 1980 perché Israele non vi prendeva parte) per ricordare in silenzio l’eccidio di quegli atleti. E ci sarà anche a Londra, ancora una volta in silenzio e tenendosi per mano con Ankie Spitzer, un’altra vedova di quel settembre 1972. Ed anche a Londra Ilena chiederà un minuto di silenzio ufficiale per quegli undici uomini. Nessun riferimento alla loro nazionalità, ma solo un semplice e rispettoso ricordo di un minuto “come figli delle Olimpiadi, gli sportivi che andarono a Monaco in pace e ritornarono nelle bare”. Un appello che molto probabilmente cadrà ancora una volta nel vuoto, infatti, nonostante Sebastian Coe, presidente del comitato organizzatore di Londra 2012, abbia annunciato di voler celebrare le vittime durante la cerimonia di apertura, un netto e fermo divieto è giunto, invece, dal belga Jacques Rogge, il capo del CIO. Ed all’interno del comitato olimpico anche Alex Gilady, rappresentante israeliano, si è espresso contrario al minuto di silenzio, perché potrebbe “danneggiare lo spirito di armonia e spingere alcune nazioni a boicottare i Giochi”. Eppure, Gilady, fa notare la Romano, in quel settembre del 1972 era anche lui a Monaco quale giornalista sportivo e ritornò in patria con lo stesso aereo che rimpatriò le 11 salme. Ad oggi quindi l’unica celebrazione ufficiale in programma sarà quella del 6 agosto, quando la delegazione israeliana ricorderà, come ha sempre fatto in ogni Olimpiade, gli atleti israeliani uccisi.
Intanto la Romano e la Spitzer si sono attivate in questi anni per raccogliere firme in favore dell’istituzione del minuto di silenzio, chissà se basteranno a far cadere il silenzio-oblio voluto dal CIO.
Anche in Italia è partita un’iniziativa di raccolta firme per il minuto di silenzio: http://www.amicidisraele.org/2012/07/solo-un-minuto-per-favore/ .
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venerdì 25 maggio 2012
Non c'è pace neanche per il caviale
(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando
Sembra che Israele e Iran non riescano proprio a trovare un tema su cui andare d’accordo, perfino sul caviale devono contendersi e confrontarsi aspramente.
Andiamo per ordine. Fino ad alcuni anni fa il 95% del caviale presente sulle tavole di tutto il mondo proveniva dal Mar Caspio e la maggioranza di questo non era d’allevamento. L’Iran era uno dei più importanti esportatori di caviale, era, perché adesso la sua posizione dominante nel mercato mondiale delle uova di storione è minacciata dai nuovi produttori, tra cui Israele che ha visto difatti aumentare del 25% la produzione ed esportazione di questo pregiato alimento. Nei kibbuz del Nord, grazie alle acque montane è fiorita la storionicoltura, agevolata anche dalle conoscenze vendute ad Israele da consulenti russi, curiosamente sono russi anche i tecnici che stanno fornendo (servizio ben remunerato) il know-how al programma atomico iraniano. A rendere sempre più dinamica la produzione israeliana di caviale, anche il divieto, per un ebreo osservante, secondo le regole kosher dell’alimentazione, di mangiare le uova di qualsiasi pesce. Ecco quindi che quasi tutto il caviale israeliano è esportato, divenendo il principale rivale per quello iraniano.
Ma la guerra alimentare tra Israele e Iran non si gioca solo sul caviale, infatti già in passato avevamo denunciato la polemica tra Gerusalemme e Teheran per via dei pistacchi. Infatti Israele ne è un grande importatore dalla Giordania e dall’Egitto, senza però sapere (o far finta di sapere) che quei pistacchi, in verità, provengono dall’Iran. A tal proposito si veda il nostro post: http://recintointernazionale.blogspot.it/2008/06/notizie-dal-medio-oriente-iran-israele.html .
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Sembra che Israele e Iran non riescano proprio a trovare un tema su cui andare d’accordo, perfino sul caviale devono contendersi e confrontarsi aspramente.
Andiamo per ordine. Fino ad alcuni anni fa il 95% del caviale presente sulle tavole di tutto il mondo proveniva dal Mar Caspio e la maggioranza di questo non era d’allevamento. L’Iran era uno dei più importanti esportatori di caviale, era, perché adesso la sua posizione dominante nel mercato mondiale delle uova di storione è minacciata dai nuovi produttori, tra cui Israele che ha visto difatti aumentare del 25% la produzione ed esportazione di questo pregiato alimento. Nei kibbuz del Nord, grazie alle acque montane è fiorita la storionicoltura, agevolata anche dalle conoscenze vendute ad Israele da consulenti russi, curiosamente sono russi anche i tecnici che stanno fornendo (servizio ben remunerato) il know-how al programma atomico iraniano. A rendere sempre più dinamica la produzione israeliana di caviale, anche il divieto, per un ebreo osservante, secondo le regole kosher dell’alimentazione, di mangiare le uova di qualsiasi pesce. Ecco quindi che quasi tutto il caviale israeliano è esportato, divenendo il principale rivale per quello iraniano.
Ma la guerra alimentare tra Israele e Iran non si gioca solo sul caviale, infatti già in passato avevamo denunciato la polemica tra Gerusalemme e Teheran per via dei pistacchi. Infatti Israele ne è un grande importatore dalla Giordania e dall’Egitto, senza però sapere (o far finta di sapere) che quei pistacchi, in verità, provengono dall’Iran. A tal proposito si veda il nostro post: http://recintointernazionale.blogspot.it/2008/06/notizie-dal-medio-oriente-iran-israele.html .
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mercoledì 2 maggio 2012
Ma Netanyahu dice la verità?
(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando
Nei giorni scorsi, Yuval Diskin, l’ex responsabile dello Shin Bet, l'agenzia di intelligence per gli affari interni dello stato di Israele, ha rilevato alla stampa israeliana di non credere più alle dichiarazioni del governo di Israele in riferimento al programma nucleare dell’Iran. Diskin, infatti, ha denunciato che il premier israeliano Netanyahu e il ministro della Difesa, Barak, stanno diffondendo notizie false sull’Iran e le sue capacità nella costruzione della bomba atomica per giustificare un prossimo attacco israeliano a Teheran (circa 200 caccia-bombardieri israeliani sono pronti per decollare all’istante). Anzi, Diskin afferma che proprio la politica aggressiva dell’attuale governo israeliano sta spingendo l’Iran a realizzare effettivamente un programma atomico, unico deterrente difensivo per il paese degli ayatollah. Il governo ha accusato Diskin di essere un clown e di agire solo per rabbia e frustrazione. Rabbia o pagliaccio, Diskin però non è il primo ex collaboratore dell’attuale governo israeliano ad accusare Netanyahu e compagnia di falsità. Già l’ex capo di Stato maggiore Ashenazi, l’ex capo del Mossad, Dagan, l’ex capo degli 007 militari, Yadlin, l’ex consigliere della sicurezza del governo, Arad…, avevano denunciato il governo di Israele di ingannare l’opinione pubblica sulla questione della bomba atomica iraniana. Dov’è la verità?
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Nei giorni scorsi, Yuval Diskin, l’ex responsabile dello Shin Bet, l'agenzia di intelligence per gli affari interni dello stato di Israele, ha rilevato alla stampa israeliana di non credere più alle dichiarazioni del governo di Israele in riferimento al programma nucleare dell’Iran. Diskin, infatti, ha denunciato che il premier israeliano Netanyahu e il ministro della Difesa, Barak, stanno diffondendo notizie false sull’Iran e le sue capacità nella costruzione della bomba atomica per giustificare un prossimo attacco israeliano a Teheran (circa 200 caccia-bombardieri israeliani sono pronti per decollare all’istante). Anzi, Diskin afferma che proprio la politica aggressiva dell’attuale governo israeliano sta spingendo l’Iran a realizzare effettivamente un programma atomico, unico deterrente difensivo per il paese degli ayatollah. Il governo ha accusato Diskin di essere un clown e di agire solo per rabbia e frustrazione. Rabbia o pagliaccio, Diskin però non è il primo ex collaboratore dell’attuale governo israeliano ad accusare Netanyahu e compagnia di falsità. Già l’ex capo di Stato maggiore Ashenazi, l’ex capo del Mossad, Dagan, l’ex capo degli 007 militari, Yadlin, l’ex consigliere della sicurezza del governo, Arad…, avevano denunciato il governo di Israele di ingannare l’opinione pubblica sulla questione della bomba atomica iraniana. Dov’è la verità?
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giovedì 5 aprile 2012
Israele: il paese più verde
(fonte: Sette-Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando
Lo stato di Israele è l’unico paese al mondo in cui la concentrazione di verde è più alta rispetto a 100 anni fa. Infatti, in Israele nell’ultimo secolo sono cresciuti 230 milioni di piante, le foreste hanno ricoperto 160 mila ettari e sono stati costituiti oltre mille parchi naturali. Questo verde è curato da 220 dighe e bacini costruiti negli ultimi 60 anni che contribuiscono al recupero di 260 milioni di metri cubi d’acqua l’anno. Merito di tutta questa attenzione alla natura è anche del Keren Kayemeth LeIsrael (KKL), la più antica organizzazione ambientalistica al mondo. La KKL, infatti, dal 1959 svolge la funzione di raccogliere fondi nel mondo da destinare alle coltivazioni in Israele; si possono donare da 15 euro (adozione di un albero) a 4.000 euro (adozione di una foresta) oltre ad acquistare con un massimo di 75 euro una quota idrica per il recupero delle acque. Circa 170 milioni di alberi presenti sul territorio israeliano sono stati donati dal KKL che punta nei prossimi 10 anni a piantare 7 milioni di piante, l’equivalente dell’attuale popolazione israeliana. Una filosofia non solo ecologica, ma che tiene conto anche delle particolari esigenze del piccolo stato medio orientale. Infatti, le conifere piantate a ridosso del deserto israeliano garantiscono una maggiore cattura di carbonio con un impiego minimo di acqua; si pensi (dati tratti dall’articolo di Sette-Corriere della Sera) che un albero di 10 metri di altezza, in 70-100 anni di vita, richiedendo annualmente 285 mm di acqua piovana, può annullare tra i 500 e gli 800 kg di carbonio, tre volte la quantità di quella catturata dalle foreste Occidentali, inoltre le nuove piantagioni favoriranno l’aumento dell’umidità e quindi la diminuzione anche di 4 gradi delle calde temperature del deserto del Negev. Non solo, in Israele è all’avanguardia anche la ricerca nell’ambito del recupero delle acque dato chenella zona le risorse idriche sono scarse ed anche strategiche. Israele deve difatti appoggiarsi sui paesi confinanti per il proprio fabbisogno idrico. Ecco quindi la costruzione di grandi bacini idrici per la raccolta di acqua piovana ed il riciclo di quella usata. Ad esempio ogni 500 metri cubi d’acqua sporca, 400 rientrano in circolo in tempi brevi e molto diffuso è l’uso di desalinizzatori.
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Lo stato di Israele è l’unico paese al mondo in cui la concentrazione di verde è più alta rispetto a 100 anni fa. Infatti, in Israele nell’ultimo secolo sono cresciuti 230 milioni di piante, le foreste hanno ricoperto 160 mila ettari e sono stati costituiti oltre mille parchi naturali. Questo verde è curato da 220 dighe e bacini costruiti negli ultimi 60 anni che contribuiscono al recupero di 260 milioni di metri cubi d’acqua l’anno. Merito di tutta questa attenzione alla natura è anche del Keren Kayemeth LeIsrael (KKL), la più antica organizzazione ambientalistica al mondo. La KKL, infatti, dal 1959 svolge la funzione di raccogliere fondi nel mondo da destinare alle coltivazioni in Israele; si possono donare da 15 euro (adozione di un albero) a 4.000 euro (adozione di una foresta) oltre ad acquistare con un massimo di 75 euro una quota idrica per il recupero delle acque. Circa 170 milioni di alberi presenti sul territorio israeliano sono stati donati dal KKL che punta nei prossimi 10 anni a piantare 7 milioni di piante, l’equivalente dell’attuale popolazione israeliana. Una filosofia non solo ecologica, ma che tiene conto anche delle particolari esigenze del piccolo stato medio orientale. Infatti, le conifere piantate a ridosso del deserto israeliano garantiscono una maggiore cattura di carbonio con un impiego minimo di acqua; si pensi (dati tratti dall’articolo di Sette-Corriere della Sera) che un albero di 10 metri di altezza, in 70-100 anni di vita, richiedendo annualmente 285 mm di acqua piovana, può annullare tra i 500 e gli 800 kg di carbonio, tre volte la quantità di quella catturata dalle foreste Occidentali, inoltre le nuove piantagioni favoriranno l’aumento dell’umidità e quindi la diminuzione anche di 4 gradi delle calde temperature del deserto del Negev. Non solo, in Israele è all’avanguardia anche la ricerca nell’ambito del recupero delle acque dato chenella zona le risorse idriche sono scarse ed anche strategiche. Israele deve difatti appoggiarsi sui paesi confinanti per il proprio fabbisogno idrico. Ecco quindi la costruzione di grandi bacini idrici per la raccolta di acqua piovana ed il riciclo di quella usata. Ad esempio ogni 500 metri cubi d’acqua sporca, 400 rientrano in circolo in tempi brevi e molto diffuso è l’uso di desalinizzatori.
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martedì 14 febbraio 2012
I veti della Russia sulla vicenda della Siria
(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando
Sono molti i motivi per i quali la Russia si sia opposta, nella sede del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, alle sanzioni contro il governo siriano che sta, con la violenza e il sangue, annientando la protesta della popolazione locale.
Difatti, la Russia, appoggiata dalla Cina e dall’India, è contraria ad alcune iniziative degli organismi internazionali, denunciandoli quali interferenze nelle questioni interne dei paesi. La paura di Mosca è che tali interferenze potrebbero essere usate in futuro contro la stessa Russia, se Putin decidesse di contrastare con mano pesante l’opposizione interna.
Inizialmente la Russia si era opposta anche all’operazione ONU-NATO in Libia, per poi chiudere un occhio, convinta che l’azione si sarebbe limitata a separare e pacificare le parti in guerra, invece, alla fine Mosca si è trovata ad un cambio di potere e la perdita di un alleato commerciale importante quale Gheddafi.
E difatti sono gli affari che hanno spinto la Russia a porre il veto sulle sanzioni alla Siria. Da decenni Mosca commercia con Damasco, i russi hanno appena fornito armi (jet e missili avanzati)ad Assad per il valore di 4 miliardi di dollari. Non solo, la Russia ha dato il via libera all’investimento in Siria di 20 miliardi di dollari nel settore delle infrastrutture, dell’energia e del turismo.
Infine un’altra forte motivazione e che Putin ha strappato un accordo con Assad per ottenere l’utilizzo del porto siriano di Tartus, l’ideale sbocco sul Meditarenneo per la nuova visione geopolitica e di difesa (?) della Russia.
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lunedì 16 gennaio 2012
E’ l’ora della guerra?
(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando
Dell’attacco israeliano all’Iran se ne parla dal 2008, ogni volta sembra di essere sul punto che scoppi, poi la diplomazia, il dialogo e le alternative al conflitto, fortunatamente, prevalgono, ma oggi la pace sembra essere più lontana. I piani di attacco di Israele ci sono, sono pronti da anni e continuamente aggiornati. Manca solo il consenso dell’Occidente, ma Israele è pronto all’impiego della forza anche senza l’appoggio e l’”autorizzazione” degli amici europei e degli USA, difatti un Iran con la bomba atomica è un rischio troppo grande per gli israeliani. In questi giorni il generale statunitense, Martin Dempsey, consigliere militare del presidente Obama, sarà a Gerusalemme ed a Tel Aviv, proprio per sondare il campo e vedere i piani di attacco israeliani. Gli Stati Uniti sono rassegnati all’operazione militare israeliana (sono stati allertati i 15.000 militari USA in Iraq), ma sperano che gli iraniani diano seguito alle deboli, ma pur presenti, aperture degli ultimi giorni. Per Gerusalemme si tratterebbe invece solo di decidere il quando, a primavera adesso od a novembre dopo le elezioni presidenziali USA. Già nel 2008, anno di elezioni di Obama, gli israeliani avevano programmato l’attacco, sperando che i repubblicani americani mantenessero la guida del paese e che la dottrina Bush Jr continuasse, invece ci fu la vittoria di Obama, e prevalse la linea del dialogo. Ma adesso, curiosamente, sotto la presidenza democratica di Obama (Obama non ha mai reso visita a Israele, non era mai successo negli ultimi trent’anni per un presidente USA), e con un consenso strappato di malavoglia agli americani, Israele potrebbe attaccare l’Iran, cioè fare ciò che non poté fare sotto la presidenza di guerra di Bush Jr.
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Dell’attacco israeliano all’Iran se ne parla dal 2008, ogni volta sembra di essere sul punto che scoppi, poi la diplomazia, il dialogo e le alternative al conflitto, fortunatamente, prevalgono, ma oggi la pace sembra essere più lontana. I piani di attacco di Israele ci sono, sono pronti da anni e continuamente aggiornati. Manca solo il consenso dell’Occidente, ma Israele è pronto all’impiego della forza anche senza l’appoggio e l’”autorizzazione” degli amici europei e degli USA, difatti un Iran con la bomba atomica è un rischio troppo grande per gli israeliani. In questi giorni il generale statunitense, Martin Dempsey, consigliere militare del presidente Obama, sarà a Gerusalemme ed a Tel Aviv, proprio per sondare il campo e vedere i piani di attacco israeliani. Gli Stati Uniti sono rassegnati all’operazione militare israeliana (sono stati allertati i 15.000 militari USA in Iraq), ma sperano che gli iraniani diano seguito alle deboli, ma pur presenti, aperture degli ultimi giorni. Per Gerusalemme si tratterebbe invece solo di decidere il quando, a primavera adesso od a novembre dopo le elezioni presidenziali USA. Già nel 2008, anno di elezioni di Obama, gli israeliani avevano programmato l’attacco, sperando che i repubblicani americani mantenessero la guida del paese e che la dottrina Bush Jr continuasse, invece ci fu la vittoria di Obama, e prevalse la linea del dialogo. Ma adesso, curiosamente, sotto la presidenza democratica di Obama (Obama non ha mai reso visita a Israele, non era mai successo negli ultimi trent’anni per un presidente USA), e con un consenso strappato di malavoglia agli americani, Israele potrebbe attaccare l’Iran, cioè fare ciò che non poté fare sotto la presidenza di guerra di Bush Jr.
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domenica 15 gennaio 2012
Ancora sulla strage di Bologna
(fonte: Sette-Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando
Beirut, 2 settembre 1980, Italo Toni, 50 anni, e Graziella De Paolo, 24 anni, giornalisti del Paese Sera, escono dal loro hotel, il Triumph e salgono su una jeep del FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina), da quel momento di loro non se ne saprà più nulla.
Toni e De Paolo erano partiti da Roma il 22 agosto, destinazione Damasco, da lì avrebbero raggiunto in auto Beirut. La De Paolo aveva organizzato la missione prendendo contatto con la sede romana dell’OLP, ottenendo la “protezione” di Al Fatah, guidata da Yasser Arafat. I due inviati di Paese Sera giungono a Beirut il 24 agosto e prendono alloggio al Triumph di Beirut, albergo dove l’OLP accoglie i propri ospiti. Ma in questi pochi giorni che ci separano dalla loro scomparsa, Toni e De Paolo sicuramente vengono a conoscenza di qualche notizia clamorosa: di un presunto traffico di armi tra Italia e Libano? Dell’dentità di neofascisti rifugiati a Beirut Est? Oppure di qualcosa di scottante sulla pista palestinese per la strage di Bologna, avvenuta solo un mese prima? Certamente qualcosa di importante era successo in quei giorni, infatti i due giornalisti il 1° settembre si presentarono all’ambasciata italiana in Libano per chiedere protezione. Il giorno dopo i due scomparvero, gli addetti dell’albergo raccontarono agli investigatori che l’ultima volta che li avevano visti era mentre salivano su una jeep guidata da membri del FPLP.
Nel 1984 il governo Craxi (filo palestinese) pone sulla vicenda il segreto di Stato. Nel 1985 il sostituto procuratore, Giancarlo Armati, che seguì le indagini, concluse che il responsabile dell’omicidio fu George Habbash, leader del FPLP, e che a depistare le stesse indagini furono (si legge dall’articolo di Sette) il generale Giuseppe Santovito, direttore del Sismi dal 1978 al 1981 e Stefano Giovannone, capo del centro Sismi di Beirut. I due alti ufficiali dei nostri servizi segreti erano finiti nell’indagini anche per la strage di Bologna. Ancora una volta, servizi segreti, palestinesi e strage di Bologna.
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Beirut, 2 settembre 1980, Italo Toni, 50 anni, e Graziella De Paolo, 24 anni, giornalisti del Paese Sera, escono dal loro hotel, il Triumph e salgono su una jeep del FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina), da quel momento di loro non se ne saprà più nulla.
Toni e De Paolo erano partiti da Roma il 22 agosto, destinazione Damasco, da lì avrebbero raggiunto in auto Beirut. La De Paolo aveva organizzato la missione prendendo contatto con la sede romana dell’OLP, ottenendo la “protezione” di Al Fatah, guidata da Yasser Arafat. I due inviati di Paese Sera giungono a Beirut il 24 agosto e prendono alloggio al Triumph di Beirut, albergo dove l’OLP accoglie i propri ospiti. Ma in questi pochi giorni che ci separano dalla loro scomparsa, Toni e De Paolo sicuramente vengono a conoscenza di qualche notizia clamorosa: di un presunto traffico di armi tra Italia e Libano? Dell’dentità di neofascisti rifugiati a Beirut Est? Oppure di qualcosa di scottante sulla pista palestinese per la strage di Bologna, avvenuta solo un mese prima? Certamente qualcosa di importante era successo in quei giorni, infatti i due giornalisti il 1° settembre si presentarono all’ambasciata italiana in Libano per chiedere protezione. Il giorno dopo i due scomparvero, gli addetti dell’albergo raccontarono agli investigatori che l’ultima volta che li avevano visti era mentre salivano su una jeep guidata da membri del FPLP.
Nel 1984 il governo Craxi (filo palestinese) pone sulla vicenda il segreto di Stato. Nel 1985 il sostituto procuratore, Giancarlo Armati, che seguì le indagini, concluse che il responsabile dell’omicidio fu George Habbash, leader del FPLP, e che a depistare le stesse indagini furono (si legge dall’articolo di Sette) il generale Giuseppe Santovito, direttore del Sismi dal 1978 al 1981 e Stefano Giovannone, capo del centro Sismi di Beirut. I due alti ufficiali dei nostri servizi segreti erano finiti nell’indagini anche per la strage di Bologna. Ancora una volta, servizi segreti, palestinesi e strage di Bologna.
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sabato 3 dicembre 2011
Servizi segreti militari occidentali già presenti in Siria
(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando
Guido Olimpio, firma autorevole del Corriere della Sera ed esperto di Medio Oriente, ieri ha scritto un articolo, citando fonti arabe, in cui si rivela che in Siria, a fianco degli insorti, nella locale guerra civile che ha provocato già 4.000 morti, vi sarebbero di supporto i consiglieri militari britannici, francesi e turchi e dei reparti speciali di alcuni paesi del Golfo. Tale presenza avrebbe favorito i’introduzione in Siria di armi occidentali da fornire ai ribelli che si stanno scontrando con il governo di Assad. Sarebbero presenti sul territorio siriano, in appoggio agli insorti (notizia da verificare), anche 600 guerriglieri repubblicani libici. Elemento di coordinamento tra libici e insorti siriani, l’ex qaedista Belhadj, oggi componente del governo provvisorio libico. Belhadj avrebbe avuto in questi giorni un incontro con il governo turco per studiare come ampliare la collaborazione e l’appoggio ai ribelli siriani. Occidentali e libici avrebbero come base logistica, Iskenderun, in Turchia, e da qui farebbero quotidiane incursioni in Siria, obiettivo di queste operazioni e presenze è quello di evitare che la rivolta siriana sfugga di mano e che possa aprire la strada al terrorismo internazionale. Durante la crisi libica, agli inizi degli scontri, fu massiccia la presenza di consiglieri militari occidentali in Libia, preparando così la strada alle operazioni NATO. Oggi, invece, la presenza degli 007 occidentali in Siria ha una funzione di supporto e “controllo” degli insorti, difatti è impensabile prevedere qui una partecipazione militare della NATO o dell’Occidente sullo stile di quella attuata in Libia. Ma per fortuna qualcosa si muove.
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Guido Olimpio, firma autorevole del Corriere della Sera ed esperto di Medio Oriente, ieri ha scritto un articolo, citando fonti arabe, in cui si rivela che in Siria, a fianco degli insorti, nella locale guerra civile che ha provocato già 4.000 morti, vi sarebbero di supporto i consiglieri militari britannici, francesi e turchi e dei reparti speciali di alcuni paesi del Golfo. Tale presenza avrebbe favorito i’introduzione in Siria di armi occidentali da fornire ai ribelli che si stanno scontrando con il governo di Assad. Sarebbero presenti sul territorio siriano, in appoggio agli insorti (notizia da verificare), anche 600 guerriglieri repubblicani libici. Elemento di coordinamento tra libici e insorti siriani, l’ex qaedista Belhadj, oggi componente del governo provvisorio libico. Belhadj avrebbe avuto in questi giorni un incontro con il governo turco per studiare come ampliare la collaborazione e l’appoggio ai ribelli siriani. Occidentali e libici avrebbero come base logistica, Iskenderun, in Turchia, e da qui farebbero quotidiane incursioni in Siria, obiettivo di queste operazioni e presenze è quello di evitare che la rivolta siriana sfugga di mano e che possa aprire la strada al terrorismo internazionale. Durante la crisi libica, agli inizi degli scontri, fu massiccia la presenza di consiglieri militari occidentali in Libia, preparando così la strada alle operazioni NATO. Oggi, invece, la presenza degli 007 occidentali in Siria ha una funzione di supporto e “controllo” degli insorti, difatti è impensabile prevedere qui una partecipazione militare della NATO o dell’Occidente sullo stile di quella attuata in Libia. Ma per fortuna qualcosa si muove.
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martedì 22 novembre 2011
Israele continua la sua guerra non dichiarata
(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando
Circa 15 giorni fa nella base militare di Bigdaneh, in Iran, è avvenuto un incidente che ha provocato la morte di 17 persone, tra cui il generale Hassan Moghaddam, il responsabile dei programmi missilistici iraniani. Secondo alcune fonti di intelligence, non si tratterebbe di un incidente, ma di un vero e proprio sabotaggio, messo in atto dai servizi segreti israeliani. E’ noto che se l’Iran dovesse riuscire a dotarsi di un arsenale nucleare il paese più esposto ad un aggressione missilistica iraniana sarebbe Israele, il quale non credendo molto sul fatto che le istituzioni internazionali condannino e sanzionino l’Iran per il suo progetto nucleare non pacifico, ha deciso di continuare nella sua strategia di guerra non dichiarata a Teheran. Infatti non è la prima volta che accadono misteriose esplosioni nelle basi missilistiche iraniane o che militari o tecnici che operano al progetto nucleare degli ayatollah muoiano in circostante ed attentati misteriosi. Non solo, due virus informatici (Stuxnet e Duqu) avrebbero infettato gli impianti nucleari iraniani rallentandone i lavori. Tutti questi attacchi sarebbero opera del Mossad, appoggiato dai servizi segreti Usa e britannici. Nessuna conferma, ma la portata e le modalità operative degli attentati farebbero pensare ad Israele. E questa serie di incidenti sta mettendo in confusione le gerarchie iraniane, mai certe dinanzi ad un incidente se sia un sabotaggio od un fatto casuale. Non a caso le autorità iraniane stanno indagando sulle cause della morte a Dubai di Ahmad Rezai, figlio di Mohsen, ex capo dei Pasdaran. La morte di Ahmad sarebbe avvenuta per motivi naturali, ma essendo Dubai un centro di traffici e di spionaggio non è da escludere un’”eliminazione mirata”.
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Circa 15 giorni fa nella base militare di Bigdaneh, in Iran, è avvenuto un incidente che ha provocato la morte di 17 persone, tra cui il generale Hassan Moghaddam, il responsabile dei programmi missilistici iraniani. Secondo alcune fonti di intelligence, non si tratterebbe di un incidente, ma di un vero e proprio sabotaggio, messo in atto dai servizi segreti israeliani. E’ noto che se l’Iran dovesse riuscire a dotarsi di un arsenale nucleare il paese più esposto ad un aggressione missilistica iraniana sarebbe Israele, il quale non credendo molto sul fatto che le istituzioni internazionali condannino e sanzionino l’Iran per il suo progetto nucleare non pacifico, ha deciso di continuare nella sua strategia di guerra non dichiarata a Teheran. Infatti non è la prima volta che accadono misteriose esplosioni nelle basi missilistiche iraniane o che militari o tecnici che operano al progetto nucleare degli ayatollah muoiano in circostante ed attentati misteriosi. Non solo, due virus informatici (Stuxnet e Duqu) avrebbero infettato gli impianti nucleari iraniani rallentandone i lavori. Tutti questi attacchi sarebbero opera del Mossad, appoggiato dai servizi segreti Usa e britannici. Nessuna conferma, ma la portata e le modalità operative degli attentati farebbero pensare ad Israele. E questa serie di incidenti sta mettendo in confusione le gerarchie iraniane, mai certe dinanzi ad un incidente se sia un sabotaggio od un fatto casuale. Non a caso le autorità iraniane stanno indagando sulle cause della morte a Dubai di Ahmad Rezai, figlio di Mohsen, ex capo dei Pasdaran. La morte di Ahmad sarebbe avvenuta per motivi naturali, ma essendo Dubai un centro di traffici e di spionaggio non è da escludere un’”eliminazione mirata”.
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sabato 12 novembre 2011
Togliete il Nobel all’Aiea
(fonte: Corriere della Sera e Il Giornale)
In settimana l’AIEA (Agenzia internazionale dell’energia atomica), presieduta da Yukiya Amano, ha certificato che l’Iran dal 2003 sta lavorando alla bomba atomica. Ed a confermare, da almeno due anni, questa notizia sono i servizi segreti di almeno 10 paesi. Eppure fino a due anni fa, curiosamente, ma non tanto curiosamente, cioè fino a quando a capo dell’AIEA c’era stato l’egiziano Mohamed El Baradei, i rapporti dell’agenzia indicavano che lo sviluppo nucleare iraniano era solo pacifico. Non solo El Baradei, in quanto presidente AIEA fu insignito con la sua agenzia del premio Nobel del 2005 (una clamorosa topica). Al di là del premio buttato via (dovremmo interrogarci anche sull’effettiva importanza ed autorevolezza di questi premi) la preoccupazione oggi si sposta sull’Egitto. Infatti El Baradei è candidato alla guida del paese, che tra 15 giorni andrà al voto per le presidenziali. El Baradei ha annunciato in campagna elettorale di aprire ai Fratelli Musulmani e di rivedere il rapporto con Israele, forse auspica di tesserlo con i suoi amici iraniani, anche se sciiti? Che gioco faceva all’Aiea e fa oggi El Baradei?
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In settimana l’AIEA (Agenzia internazionale dell’energia atomica), presieduta da Yukiya Amano, ha certificato che l’Iran dal 2003 sta lavorando alla bomba atomica. Ed a confermare, da almeno due anni, questa notizia sono i servizi segreti di almeno 10 paesi. Eppure fino a due anni fa, curiosamente, ma non tanto curiosamente, cioè fino a quando a capo dell’AIEA c’era stato l’egiziano Mohamed El Baradei, i rapporti dell’agenzia indicavano che lo sviluppo nucleare iraniano era solo pacifico. Non solo El Baradei, in quanto presidente AIEA fu insignito con la sua agenzia del premio Nobel del 2005 (una clamorosa topica). Al di là del premio buttato via (dovremmo interrogarci anche sull’effettiva importanza ed autorevolezza di questi premi) la preoccupazione oggi si sposta sull’Egitto. Infatti El Baradei è candidato alla guida del paese, che tra 15 giorni andrà al voto per le presidenziali. El Baradei ha annunciato in campagna elettorale di aprire ai Fratelli Musulmani e di rivedere il rapporto con Israele, forse auspica di tesserlo con i suoi amici iraniani, anche se sciiti? Che gioco faceva all’Aiea e fa oggi El Baradei?
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lunedì 7 novembre 2011
Tensioni tra Israele e Turchia per colpa del gas
(fonte: Espansione), a cura di Roberto Di Ferdinando
Ormai sono due paesi ex amici ed alleati Israele e Turchia. Recenti vicissitudini hanno portato alla rottura del loro strategico rapporto di “vicinanza”. Quindi nessun scalpore se oggi litigano, con forti tensioni, anche per il gas. Per il gas del Mar Egeo. Infatti a grande profondità marine esistono i più ricchi giacimenti di gas metano scoperti negli ultimi 10 anni. Le trivelle israeliane hanno iniziato a lavorare a circa 130 km dalle coste di Israele e quasi alla stessa distanza dalle coste di Cipro, che ha autorità sui giacimenti. Gerusalemme ha ottenuto il loro sfruttamento grazie ad un accordo stipulato con la repubblica greca-cipriota, storica “avversaria” della Turchia (Erdogan ha chiesto che i proventi siano condivisi anche con la parte turco-cipriota). Lo sfruttamento israeliano sarà completo nei prossimi anni e garantirà a Israele un’autosufficienza energetica (fondamentale visto l’accerchiamento ostile in cui deve vivere), non solo, potrà perfino esportare gas.
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Ormai sono due paesi ex amici ed alleati Israele e Turchia. Recenti vicissitudini hanno portato alla rottura del loro strategico rapporto di “vicinanza”. Quindi nessun scalpore se oggi litigano, con forti tensioni, anche per il gas. Per il gas del Mar Egeo. Infatti a grande profondità marine esistono i più ricchi giacimenti di gas metano scoperti negli ultimi 10 anni. Le trivelle israeliane hanno iniziato a lavorare a circa 130 km dalle coste di Israele e quasi alla stessa distanza dalle coste di Cipro, che ha autorità sui giacimenti. Gerusalemme ha ottenuto il loro sfruttamento grazie ad un accordo stipulato con la repubblica greca-cipriota, storica “avversaria” della Turchia (Erdogan ha chiesto che i proventi siano condivisi anche con la parte turco-cipriota). Lo sfruttamento israeliano sarà completo nei prossimi anni e garantirà a Israele un’autosufficienza energetica (fondamentale visto l’accerchiamento ostile in cui deve vivere), non solo, potrà perfino esportare gas.
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Scenari di guerra in Medio Oriente
(fonte: Il Giornale), a cura di Roberto Di Ferdinando
Non si fa che parlarne, infatti sembra prossimo l’attacco israeliano all’Iran. Motivo del conflitto, tra i tanti secondo Gerusalemme, l’ormai certa disponibilità di Teheran di un armamento nucleare. Secondo gli analisti e gli strateghi militari Israele sarebbe in grado di portare un attacco aereo all’Iran per almeno 24 ore, un attacco che però non impedirebbe una risposta dura dell’Iran. Gli ayatollah potrebbero utilizzare vettori armati con testate convenzionali, chimiche, batteriologiche ed anche nucleari, per colpire Israele e le regioni meridionali dell’Europa (qualora l’attacco israeliano fosse appoggiato da paesi occidentali). Ma dinanzi all’utilizzo di armi di distruzioni di massa, Israele non avrebbe remore ad impiegare i missili balistici Jericho (gittata di 4 mila km) e le testate nucleari miniaturizzate che possono essere lanciate dai sottomarini che sono operativi nel Golfo dell’Oman. A questo punto, se in difficoltà, Teheran a sua volta amplierebbe il suo raggio d’attacco, colpendo obiettivi statunitensi e Nato in Irak ed Afghanistan (primo obiettivo colpire la base aerea Shindad) e qui inoltre verrebbero attivate le cellule dei locali miliziani che da anni sono finanziati ed armati dall’Iran. Un attacco all’Iran inoltre mettere in agitazione le piazze arabe, in particolare in quei paesi dove la “primavera” non ha avuto voce. Minacciata quindi l’apparente stabilità dell’Arabia Saudita e della penisola arabica. Ad aumentare le tensioni i continui proclami iraniani con cui si rivendica lo stato del Bahrain, sede del comando della Quinta flotta Usa, quale provincia iraniana. Non solo, Teheran controlla lo stretto di Hormuz e quindi le vie di trasporto del petrolio. Per ritorsione l’Iran potrebbe chiudere lo stretto e quindi bloccare circa il 50% delle forniture mondiali del greggio. Ed ancora, l’Iran ha una rete di pasdaran presente in vari paesi stranieri pronta ad attivarsi per colpire con attentati ambasciate e centri ebraici. Infine, come anticipato nel precedente post, l’Iran potrebbe colpire Israele attraverso gli Hezbollah in Libano; i missili forniti loro dalla Siria permetterebbero nei primi giorni del conflitto di lanciare almeno 1.000 missili (oltre a quelli forniti ad Hamas a Gaza) sul territorio israeliano. Una Terza Guerra Mondiale?
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Non si fa che parlarne, infatti sembra prossimo l’attacco israeliano all’Iran. Motivo del conflitto, tra i tanti secondo Gerusalemme, l’ormai certa disponibilità di Teheran di un armamento nucleare. Secondo gli analisti e gli strateghi militari Israele sarebbe in grado di portare un attacco aereo all’Iran per almeno 24 ore, un attacco che però non impedirebbe una risposta dura dell’Iran. Gli ayatollah potrebbero utilizzare vettori armati con testate convenzionali, chimiche, batteriologiche ed anche nucleari, per colpire Israele e le regioni meridionali dell’Europa (qualora l’attacco israeliano fosse appoggiato da paesi occidentali). Ma dinanzi all’utilizzo di armi di distruzioni di massa, Israele non avrebbe remore ad impiegare i missili balistici Jericho (gittata di 4 mila km) e le testate nucleari miniaturizzate che possono essere lanciate dai sottomarini che sono operativi nel Golfo dell’Oman. A questo punto, se in difficoltà, Teheran a sua volta amplierebbe il suo raggio d’attacco, colpendo obiettivi statunitensi e Nato in Irak ed Afghanistan (primo obiettivo colpire la base aerea Shindad) e qui inoltre verrebbero attivate le cellule dei locali miliziani che da anni sono finanziati ed armati dall’Iran. Un attacco all’Iran inoltre mettere in agitazione le piazze arabe, in particolare in quei paesi dove la “primavera” non ha avuto voce. Minacciata quindi l’apparente stabilità dell’Arabia Saudita e della penisola arabica. Ad aumentare le tensioni i continui proclami iraniani con cui si rivendica lo stato del Bahrain, sede del comando della Quinta flotta Usa, quale provincia iraniana. Non solo, Teheran controlla lo stretto di Hormuz e quindi le vie di trasporto del petrolio. Per ritorsione l’Iran potrebbe chiudere lo stretto e quindi bloccare circa il 50% delle forniture mondiali del greggio. Ed ancora, l’Iran ha una rete di pasdaran presente in vari paesi stranieri pronta ad attivarsi per colpire con attentati ambasciate e centri ebraici. Infine, come anticipato nel precedente post, l’Iran potrebbe colpire Israele attraverso gli Hezbollah in Libano; i missili forniti loro dalla Siria permetterebbero nei primi giorni del conflitto di lanciare almeno 1.000 missili (oltre a quelli forniti ad Hamas a Gaza) sul territorio israeliano. Una Terza Guerra Mondiale?
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sabato 5 novembre 2011
Prossimo obiettivo l’Iran?
(fonti: Corriere della Sera e Il Giornale)
Se ne parla ormai da alcuni anni, ma adesso sembra proprio prossimo un attacco militare all’Iran. Infatti non è stata smentita una notizia apparsa su un quotidiano israeliano di un attacco, in inverno od a primavera prossimi contro Teheran. Notizia poi confermata da un ufficiale inglese, rimasto anonimo, al Guardian. L’attacco difatti non vedrebbe l’intervento solo degli israeliani, ma esiste un piano più complesso dell’operazione, studiato dal Pentagono. I governi inglesi e francesi avrebbero già garantito ad Obama la loro disponibilità ad offrire l’utilizzo di propri reparti militari speciali, sottomarini e missili Tomahawk. Martedì prossimo l’Agenzia Internazionale sull’energia atomica (AIEA) presenterà un rapporto in cui sarà dimostrato che l’Iran entro il 2014 sarà in possesso della sua prima arma nucleare. Ma l’Iran comunque è già oggi una minaccia militare per Israele e la regione, infatti Teheran dispone di centinaia di missili Shibab 3 e Shibab 3b che possono raggiungere obiettivi a 2.100 km di distanza contenendo fino a 1.150 chili di dinamite o sostanze chimiche. La politica della mano tesa voluta da Obama e delle sole sanzioni sembra non funzionare, Teheran continua i suoi programmi nucleari, con il rischio che una volta che l’Iran ottenga l’arma nucleare anche l’Arabia Saudita e l’Egitto spingano per ottenerla, in tal modo la regione diventerebbe ancora più calda. Israele quindi non si fida ed ecco che la settimana scorsa gli israeliani hanno testato presso la base di Palmahim, vicino a Tel Aviv un nuovo missile a lungo raggio, mentre sul cielo di Sardegna si sono addestrati simulando attacchi a distanza aerei israeliani con Eurofighters italiani, Tornado tedeschi e F-16 olandesi. Ovviamente la scelta di attaccare l’Iran non sarà facile e leggera. Israele sta difatti studiando una operazione militare che metta subito Tehran in ginocchio impedendole una risposta efficace, la paura israeliana è che avviato l’attacco, potrebbe essere a sua volta obiettivo di circa 100.000 missili che le potrebbero essere sparati dall’Iran, dagli Hezbollah dal Libano, da Hamas dai territori di Gaza e dalla Siria. Infine Israele non crede fino in fondo ad un appoggio USA a questa operazione, e senza un avvallo di Washington sarebbe più dura far digerire all’opinione pubblica internazionale tale intervento militare. Infatti, Il governo Netanyahu non è convinto che Obama autorizzi un'altra guerra in un anno di elezioni presidenziali; non a caso nei giorni scorsi l’amministrazione statunitense ha mandato in Israele Leon Panetta, il capo del Pentagono, per sapere le reali intenzioni israeliane. Forse, però, questa volta Israele potrebbe anche agire da sola. Ancora poca pace in Medio Oriente.
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Se ne parla ormai da alcuni anni, ma adesso sembra proprio prossimo un attacco militare all’Iran. Infatti non è stata smentita una notizia apparsa su un quotidiano israeliano di un attacco, in inverno od a primavera prossimi contro Teheran. Notizia poi confermata da un ufficiale inglese, rimasto anonimo, al Guardian. L’attacco difatti non vedrebbe l’intervento solo degli israeliani, ma esiste un piano più complesso dell’operazione, studiato dal Pentagono. I governi inglesi e francesi avrebbero già garantito ad Obama la loro disponibilità ad offrire l’utilizzo di propri reparti militari speciali, sottomarini e missili Tomahawk. Martedì prossimo l’Agenzia Internazionale sull’energia atomica (AIEA) presenterà un rapporto in cui sarà dimostrato che l’Iran entro il 2014 sarà in possesso della sua prima arma nucleare. Ma l’Iran comunque è già oggi una minaccia militare per Israele e la regione, infatti Teheran dispone di centinaia di missili Shibab 3 e Shibab 3b che possono raggiungere obiettivi a 2.100 km di distanza contenendo fino a 1.150 chili di dinamite o sostanze chimiche. La politica della mano tesa voluta da Obama e delle sole sanzioni sembra non funzionare, Teheran continua i suoi programmi nucleari, con il rischio che una volta che l’Iran ottenga l’arma nucleare anche l’Arabia Saudita e l’Egitto spingano per ottenerla, in tal modo la regione diventerebbe ancora più calda. Israele quindi non si fida ed ecco che la settimana scorsa gli israeliani hanno testato presso la base di Palmahim, vicino a Tel Aviv un nuovo missile a lungo raggio, mentre sul cielo di Sardegna si sono addestrati simulando attacchi a distanza aerei israeliani con Eurofighters italiani, Tornado tedeschi e F-16 olandesi. Ovviamente la scelta di attaccare l’Iran non sarà facile e leggera. Israele sta difatti studiando una operazione militare che metta subito Tehran in ginocchio impedendole una risposta efficace, la paura israeliana è che avviato l’attacco, potrebbe essere a sua volta obiettivo di circa 100.000 missili che le potrebbero essere sparati dall’Iran, dagli Hezbollah dal Libano, da Hamas dai territori di Gaza e dalla Siria. Infine Israele non crede fino in fondo ad un appoggio USA a questa operazione, e senza un avvallo di Washington sarebbe più dura far digerire all’opinione pubblica internazionale tale intervento militare. Infatti, Il governo Netanyahu non è convinto che Obama autorizzi un'altra guerra in un anno di elezioni presidenziali; non a caso nei giorni scorsi l’amministrazione statunitense ha mandato in Israele Leon Panetta, il capo del Pentagono, per sapere le reali intenzioni israeliane. Forse, però, questa volta Israele potrebbe anche agire da sola. Ancora poca pace in Medio Oriente.
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venerdì 14 ottobre 2011
Il modello turco per l’Africa
(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando
Il premier turco Erdogan recentemente ha visitato ufficialmente i paesi nordafricani, registrando un buon consenso dalle locali popolazioni. Negli stessi territori africani, una volta sotto il controllo del Sultano di Istanbul, oggi la Turchia è presente, con una dinamica attività diplomatica ed economica (si vedano i precedenti post dedicati da RI alla Turchia). Ma la presenza turca nell’africa musulmana sta provocando malumore in alcune capitali arabe. Infatti l’Arabia Saudita e il Qatar ambiscono ad un ruolo primario nella fase post “primavera araba”, ed ancora l’Iran (paese comunque non arabo) che vede nella caduta dei vecchi tiranni nord africani la possibilità di sfruttare il vuoto politico per appoggiare i locali partiti religiosi e radicali ed essere il protagonista nella regione. Ma il modello islamista laico proposto dalla Turchia (che attrae anche per la sua forte crescita economica) è un pericolo per le ambizioni geopolitiche dell’Iran sciita ed del wahabismo saudita, un motivo in più, perché l’Occidente sostenga la politica, non solo africana, della Turchia.
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Il premier turco Erdogan recentemente ha visitato ufficialmente i paesi nordafricani, registrando un buon consenso dalle locali popolazioni. Negli stessi territori africani, una volta sotto il controllo del Sultano di Istanbul, oggi la Turchia è presente, con una dinamica attività diplomatica ed economica (si vedano i precedenti post dedicati da RI alla Turchia). Ma la presenza turca nell’africa musulmana sta provocando malumore in alcune capitali arabe. Infatti l’Arabia Saudita e il Qatar ambiscono ad un ruolo primario nella fase post “primavera araba”, ed ancora l’Iran (paese comunque non arabo) che vede nella caduta dei vecchi tiranni nord africani la possibilità di sfruttare il vuoto politico per appoggiare i locali partiti religiosi e radicali ed essere il protagonista nella regione. Ma il modello islamista laico proposto dalla Turchia (che attrae anche per la sua forte crescita economica) è un pericolo per le ambizioni geopolitiche dell’Iran sciita ed del wahabismo saudita, un motivo in più, perché l’Occidente sostenga la politica, non solo africana, della Turchia.
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giovedì 29 settembre 2011
Google a Gerusalemme
(fonte: Sette-Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando
Dopo quattro anni il governo israeliano e Google sono arrivati ad un accordo. Google infatti prossimamente potrà attivare il servizio Street View a Gerusalemme, cioè la mappatura tramite foto e fruibile on line di tutte le vie della città. Il governo di Israele ha sciolto la sua riserva su questa iniziativa dopo che ha ottenuto tutte le garanzie sulla sicurezza; non a caso è vietato ai turisti fare fotografie dall’aereo. Non tutti gli abitanti di Gerusalemme però hanno accolto la notizia positivamente. Ad esempio gli ebrei ortodossi del quartiere di Mea Sharim che si oppongono fermamente alla riproduzioni di immagine della loro zona, e ritengono i turisti che si addentrano al loro quartiere degli intrusi, e spesso gli “accolgono” a sassate. Invece il comune di Gerusalemme vede in Google Street View un servizio utile per i turisti. Israele è il primo paese del Medio Oriente in cui verrà attivato tale servizio.
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Dopo quattro anni il governo israeliano e Google sono arrivati ad un accordo. Google infatti prossimamente potrà attivare il servizio Street View a Gerusalemme, cioè la mappatura tramite foto e fruibile on line di tutte le vie della città. Il governo di Israele ha sciolto la sua riserva su questa iniziativa dopo che ha ottenuto tutte le garanzie sulla sicurezza; non a caso è vietato ai turisti fare fotografie dall’aereo. Non tutti gli abitanti di Gerusalemme però hanno accolto la notizia positivamente. Ad esempio gli ebrei ortodossi del quartiere di Mea Sharim che si oppongono fermamente alla riproduzioni di immagine della loro zona, e ritengono i turisti che si addentrano al loro quartiere degli intrusi, e spesso gli “accolgono” a sassate. Invece il comune di Gerusalemme vede in Google Street View un servizio utile per i turisti. Israele è il primo paese del Medio Oriente in cui verrà attivato tale servizio.
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giovedì 25 agosto 2011
Stato della Palestina
Salve, Le Amiche e gli Amici dell'Associazione Le Mafalde di Prato mi hanno inoltrato una mail con il testo che segue qui sotto. E' l'appello pubblico per la dichiarazione d'indipendenza della Palestina che sta girando in questi giorni sul Web. Non condivido alcuni passaggi del video, ma credo che se decidessi di non pubblicare su RI questa notizia e video, alcuni nostri lettori, che potranno convenire, invece, sul contenuto di questo video, subirebbero una censura. Sono libero di pubblicarlo, anche se non lo apprezzo in molte sue parti.
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Cari amici,
Fra 24 ore il Consiglio di Sicurezza dell'ONU si riunirà di nuovo per discutere la dichiarazione d'indipendenza della Palestina, che si candida a diventare il 194° stato nel mondo.
Già 700.000 di noi hanno aderito a questa campagna. Ma abbiamo bisogno di più forze per convincere i paesi chiave a votare a favore.
Avaaz ha prodotto un video breve ed efficace, che racconta la vera storia e spiega perché questa è la migliore opportunità che abbiamo per ottenere la pace.
Clicca per guardarlo e invialo a tutti quelli che conosci raggiungiamo il traguardo di 1 milione di firmatari adesso:
http://www.avaaz.org/it/middle_east_peace_now/?cl=1239936079&v=10059
La nostra campagna per lo stato palestinese sta montando, con quasi 700.000 persone tra noi che hanno risposto alla chiamata nel giro di pochi giorni! La campagna è stata sulle prime pagine dei principali giornali, citata all’interno del Consiglio di Sicurezza dell'ONU e diffusa via Twitter dal Presidente palestinese in persona. Il Consiglio di Sicurezza discuterà nuovamente la questione questa settimana, ma alcuni governi chiave non hanno ancora preso posizione.
Alti diplomatici hanno dichiarato ad Avaaz che l’opinione pubblica gioca un ruolo chiave per incanalare il sostegno all’indipendenza. Molte persone però hanno la sensazione di non comprendere a fondo la situazione tanto da attivarsi. Avaaz ha prodotto un nuovo breve video, che racconta la vera storia del conflitto. Se saremo in tanti a vedere il video e a firmare la petizione, potremo creare un’ondata di pressione enorme e influenzare così il voto.
Troppo spesso i media non ci dicono veramente quello che abbiamo bisogno di sapere per agire. Quasi 10 milioni di persone stanno ricevendo questa e-mail e potranno guardare questo video. Se lo inoltriamo ora a un numero notevole di persone, DIVENTIAMO noi stessi i media, e possiamo determinare l’opinione pubblica. Clicca in basso per vedere il video, firma la petizione se non lo hai già fatto, e inoltra questa e-mail a ogni tuo contatto, specialmente nei paesi europei ancora incerti – raggiungiamo l’obiettivo di 1 milione di firmatari prima che si tenga l’incontro dell'ONU questa settimana:
http://www.avaaz.org/it/middle_east_peace_now/?vl
Lo scorso mese i Palestinesi hanno presentato la loro dichiarazione d'indipendenza al Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Più di 120 paesi li sostengono, ma gli Stati Uniti respingono la proposta e hanno mandato un chiaro messaggio ai loro alleati europei: il sostegno alla legittima dichiarazione palestinese si ripercuoterà duramente nelle relazioni bilaterali. Ora tocca a noi far capire ai principali leader europei che l’opinione pubblica è in favore di questa spinta diplomatica nonviolenta e che dovremmo essere noi la base per le scelte politiche, non importa se questo farà “arrabbiare gli americani”.
Mentre la maggioranza dei palestinesi e degli israeliani vuole la soluzione del conflitto basata sui due stati, il governo estremista israeliano continua ad appoggiare la costruzione degli insediamenti nelle aree contese. E nonostante i ripetuti sforzi, i decenni spesi in negoziati di pace patrocinati dagli Stati Uniti non sono riusciti a frenare le violenze da entrambe le parti e a far raggiungere un accordo.
Proprio adesso questa dichiarazione d'indipendenza potrebbe rivelarsi la migliore opportunità che abbiamo per superare lo stallo, evitare un’altra spirale di violenza e spianare il campo da gioco tra le due parti per favorire i negoziati. La nostra campagna sta esplodendo in tutto il mondo – assicuriamoci che arrivi alle orecchie dei principali leader europei il cui appoggio è di cruciale importanza. Clicca in basso per vedere il video, firma la petizione se non lo hai già fatto e inoltra questa e-mail a ogni tuo contatto – raggiungiamo il traguardo di 1 milione di firmatari:
http://www.avaaz.org/it/middle_east_peace_now/?vl
C’è molta disinformazione sul conflitto israelo-palestinese e molti di noi non se la sentono di partecipare in prima persona. Ma questo breve video spiega la situazione in modo chiaro e può cambiare le cose. In quanto network globale di quasi 10 milioni di persone sparse in ogni paese del mondo, noi abbiamo l’opportunità d'influenzare un voto che potrebbe ribaltare una situazione di decenni di violenza. Tutto quello che dobbiamo fare è condividere questo filmato e incoraggiare le persone che conosciamo a unirsi a questa campagna fondamentale per la pace.
Con speranza,
Alice, Pascal, Emma, Ricken, David, Rewan e il team di Avaaz.
PIU' INFORMAZIONI:
Battaglia (diplomatica) per la Palestina (La Repubblica)
http://feluche.blogautore.repubblica.it/2011/08/14/battaglia-diplomatica-per-la-palestina/
I palestinesi presenteranno la dichiarazione d'indipendenza all'Assemblea generale dell'ONU, in inglese (Guardian)
http://www.guardian.co.uk/world/2011/aug/14/palestinian-statehood-un-general-assembly
Il ministro israeliano: Tagliate tutti i rapporti con i palestinesi, in inglese (Associated Press)
http://www.google.com/hostednews/ap/article/ALeqM5ibKJgqvlCr_xCGw5Xb0kXhOiagjQ?docId=0b01e969e8504d42823abd51c2abf8fc
L'ONU chiede a Israele di non costruire nuovi insediamenti a Gerusalemme est, in inglese (Ha'aretz)
http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/un-calls-on-israel-not-to-build-new-settlements-in-east-jerusalem-1.378218
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Le Mafalde - Associazione interculturale
Via Palasaccio, 39/A - 59100 Prato
e-mail: associazionelemafalde@gmail.com
sito: www.lemafalde.org
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Cari amici,
Fra 24 ore il Consiglio di Sicurezza dell'ONU si riunirà di nuovo per discutere la dichiarazione d'indipendenza della Palestina, che si candida a diventare il 194° stato nel mondo.
Già 700.000 di noi hanno aderito a questa campagna. Ma abbiamo bisogno di più forze per convincere i paesi chiave a votare a favore.
Avaaz ha prodotto un video breve ed efficace, che racconta la vera storia e spiega perché questa è la migliore opportunità che abbiamo per ottenere la pace.
Clicca per guardarlo e invialo a tutti quelli che conosci raggiungiamo il traguardo di 1 milione di firmatari adesso:
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La nostra campagna per lo stato palestinese sta montando, con quasi 700.000 persone tra noi che hanno risposto alla chiamata nel giro di pochi giorni! La campagna è stata sulle prime pagine dei principali giornali, citata all’interno del Consiglio di Sicurezza dell'ONU e diffusa via Twitter dal Presidente palestinese in persona. Il Consiglio di Sicurezza discuterà nuovamente la questione questa settimana, ma alcuni governi chiave non hanno ancora preso posizione.
Alti diplomatici hanno dichiarato ad Avaaz che l’opinione pubblica gioca un ruolo chiave per incanalare il sostegno all’indipendenza. Molte persone però hanno la sensazione di non comprendere a fondo la situazione tanto da attivarsi. Avaaz ha prodotto un nuovo breve video, che racconta la vera storia del conflitto. Se saremo in tanti a vedere il video e a firmare la petizione, potremo creare un’ondata di pressione enorme e influenzare così il voto.
Troppo spesso i media non ci dicono veramente quello che abbiamo bisogno di sapere per agire. Quasi 10 milioni di persone stanno ricevendo questa e-mail e potranno guardare questo video. Se lo inoltriamo ora a un numero notevole di persone, DIVENTIAMO noi stessi i media, e possiamo determinare l’opinione pubblica. Clicca in basso per vedere il video, firma la petizione se non lo hai già fatto, e inoltra questa e-mail a ogni tuo contatto, specialmente nei paesi europei ancora incerti – raggiungiamo l’obiettivo di 1 milione di firmatari prima che si tenga l’incontro dell'ONU questa settimana:
http://www.avaaz.org/it/middle_east_peace_now/?vl
Lo scorso mese i Palestinesi hanno presentato la loro dichiarazione d'indipendenza al Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Più di 120 paesi li sostengono, ma gli Stati Uniti respingono la proposta e hanno mandato un chiaro messaggio ai loro alleati europei: il sostegno alla legittima dichiarazione palestinese si ripercuoterà duramente nelle relazioni bilaterali. Ora tocca a noi far capire ai principali leader europei che l’opinione pubblica è in favore di questa spinta diplomatica nonviolenta e che dovremmo essere noi la base per le scelte politiche, non importa se questo farà “arrabbiare gli americani”.
Mentre la maggioranza dei palestinesi e degli israeliani vuole la soluzione del conflitto basata sui due stati, il governo estremista israeliano continua ad appoggiare la costruzione degli insediamenti nelle aree contese. E nonostante i ripetuti sforzi, i decenni spesi in negoziati di pace patrocinati dagli Stati Uniti non sono riusciti a frenare le violenze da entrambe le parti e a far raggiungere un accordo.
Proprio adesso questa dichiarazione d'indipendenza potrebbe rivelarsi la migliore opportunità che abbiamo per superare lo stallo, evitare un’altra spirale di violenza e spianare il campo da gioco tra le due parti per favorire i negoziati. La nostra campagna sta esplodendo in tutto il mondo – assicuriamoci che arrivi alle orecchie dei principali leader europei il cui appoggio è di cruciale importanza. Clicca in basso per vedere il video, firma la petizione se non lo hai già fatto e inoltra questa e-mail a ogni tuo contatto – raggiungiamo il traguardo di 1 milione di firmatari:
http://www.avaaz.org/it/middle_east_peace_now/?vl
C’è molta disinformazione sul conflitto israelo-palestinese e molti di noi non se la sentono di partecipare in prima persona. Ma questo breve video spiega la situazione in modo chiaro e può cambiare le cose. In quanto network globale di quasi 10 milioni di persone sparse in ogni paese del mondo, noi abbiamo l’opportunità d'influenzare un voto che potrebbe ribaltare una situazione di decenni di violenza. Tutto quello che dobbiamo fare è condividere questo filmato e incoraggiare le persone che conosciamo a unirsi a questa campagna fondamentale per la pace.
Con speranza,
Alice, Pascal, Emma, Ricken, David, Rewan e il team di Avaaz.
PIU' INFORMAZIONI:
Battaglia (diplomatica) per la Palestina (La Repubblica)
http://feluche.blogautore.repubblica.it/2011/08/14/battaglia-diplomatica-per-la-palestina/
I palestinesi presenteranno la dichiarazione d'indipendenza all'Assemblea generale dell'ONU, in inglese (Guardian)
http://www.guardian.co.uk/world/2011/aug/14/palestinian-statehood-un-general-assembly
Il ministro israeliano: Tagliate tutti i rapporti con i palestinesi, in inglese (Associated Press)
http://www.google.com/hostednews/ap/article/ALeqM5ibKJgqvlCr_xCGw5Xb0kXhOiagjQ?docId=0b01e969e8504d42823abd51c2abf8fc
L'ONU chiede a Israele di non costruire nuovi insediamenti a Gerusalemme est, in inglese (Ha'aretz)
http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/un-calls-on-israel-not-to-build-new-settlements-in-east-jerusalem-1.378218
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giovedì 11 agosto 2011
Gli indignados israeliani
(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando
Le proteste di piazza dei giovani e delle classi medie si stanno moltiplicando nel mondo. Gli indignados (il movimento di protesta è nato nella primavera di quest’anno in Spagna) ormai stanno occupando le vie delle principali capitali mondiali, manifestando la loro rabbia contro la classe politica ed i governi accusati di non essere stati in grado di prevenire od affrontare e superare la crisi con adeguate riforme, capaci solo di chiedere oggi ai loro cittadini solo dei sacrifici economici. Recentemente gli indignados sono apparsi anche per le strade di Tel Aviv e di Gerusalemme, e qui vederli fa un certo effetto. Infatti, Israele nasce su un “un accordo non scritto - come scrive Ari Shavit dalle pagine di Haaretz (qui tratto dall’articolo di Davide Frattini del Corriere della Sera)- che recitava così: questo è un luogo di vita e di morte. Nessuno qui resterà senza un tetto sopra la testa. Nessuno senza un lavoro. Nessuno dovrà rinunciare all’educazione e alla sicurezza finanziaria”. Oggi queste sacre parole sembrano perdersi di significato, infatti la disparità sociale è aumentata. Negli ultimi anni gli stipendi degli israeliani medi non reggono il continuo aumento dei prezzi delle case e dei prodotti alimentari, mentre “gli stipendi degli alti dirigenti sono triplicati […], i guadagni delle società quotate in Borsa sono aumentati del 300% negli ultimi 10 anni”. Uno sviluppo economico senza equità sociale, senza la tradizionale distribuzione del benessere è questo rende gli israeliani indignados, più indignados degli altri.
RDF
Le proteste di piazza dei giovani e delle classi medie si stanno moltiplicando nel mondo. Gli indignados (il movimento di protesta è nato nella primavera di quest’anno in Spagna) ormai stanno occupando le vie delle principali capitali mondiali, manifestando la loro rabbia contro la classe politica ed i governi accusati di non essere stati in grado di prevenire od affrontare e superare la crisi con adeguate riforme, capaci solo di chiedere oggi ai loro cittadini solo dei sacrifici economici. Recentemente gli indignados sono apparsi anche per le strade di Tel Aviv e di Gerusalemme, e qui vederli fa un certo effetto. Infatti, Israele nasce su un “un accordo non scritto - come scrive Ari Shavit dalle pagine di Haaretz (qui tratto dall’articolo di Davide Frattini del Corriere della Sera)- che recitava così: questo è un luogo di vita e di morte. Nessuno qui resterà senza un tetto sopra la testa. Nessuno senza un lavoro. Nessuno dovrà rinunciare all’educazione e alla sicurezza finanziaria”. Oggi queste sacre parole sembrano perdersi di significato, infatti la disparità sociale è aumentata. Negli ultimi anni gli stipendi degli israeliani medi non reggono il continuo aumento dei prezzi delle case e dei prodotti alimentari, mentre “gli stipendi degli alti dirigenti sono triplicati […], i guadagni delle società quotate in Borsa sono aumentati del 300% negli ultimi 10 anni”. Uno sviluppo economico senza equità sociale, senza la tradizionale distribuzione del benessere è questo rende gli israeliani indignados, più indignados degli altri.
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giovedì 28 luglio 2011
Eccesso di sicurezza
(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando
L’associazione della stampa estera a Gerusalemme ha ufficialmente protestato nei confronti del governo israeliano per denunciare l’umiliante trattamento riservato ad alcune giornaliste accreditate alle conferenze stampa ed all’ufficio del premier Benjamin Netanyahu. Infatti per motivi di sicurezza, alle giornaliste in queste occasioni, prima di accedere alla sala stampa od all’ufficio del premier, si chiede di sottoporsi a dei controlli rigorosi, compreso togliersi il reggiseno dietro ad una tenda per farlo passare ai raggi x. E questo capita ormai da oltre un anno. Naia Simri Diab, reporter di Al Jazeera così racconta la perquisizione di alcuni mesi fa (dal Corriere della Sera): “Mi hanno detto di togliermi la maglietta.[…] Sono rimasta con la biancheria intima e i pantaloni. L’agente, una donna mi ha palpeggiato per 15 minuti. Le ho spiegato che ero incinta e le ho chiesto di non passare lo scanner manuale, ma ho ceduto anche su quello”.
Oren Helman, direttore dell’ufficio stampa governativo, si è scusato a nome del governo, ma sembra non cambiare la procedura dei controlli.
RDF
L’associazione della stampa estera a Gerusalemme ha ufficialmente protestato nei confronti del governo israeliano per denunciare l’umiliante trattamento riservato ad alcune giornaliste accreditate alle conferenze stampa ed all’ufficio del premier Benjamin Netanyahu. Infatti per motivi di sicurezza, alle giornaliste in queste occasioni, prima di accedere alla sala stampa od all’ufficio del premier, si chiede di sottoporsi a dei controlli rigorosi, compreso togliersi il reggiseno dietro ad una tenda per farlo passare ai raggi x. E questo capita ormai da oltre un anno. Naia Simri Diab, reporter di Al Jazeera così racconta la perquisizione di alcuni mesi fa (dal Corriere della Sera): “Mi hanno detto di togliermi la maglietta.[…] Sono rimasta con la biancheria intima e i pantaloni. L’agente, una donna mi ha palpeggiato per 15 minuti. Le ho spiegato che ero incinta e le ho chiesto di non passare lo scanner manuale, ma ho ceduto anche su quello”.
Oren Helman, direttore dell’ufficio stampa governativo, si è scusato a nome del governo, ma sembra non cambiare la procedura dei controlli.
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lunedì 25 luglio 2011
La guerra non dichiarata tra Israele e Iran
(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando
Israele e Iran com’è ben noto non si possono vedere, e se non fosse per la diplomazia e le nefaste conseguenze si sarebbero già fronteggiati militarmente. Anche se una guerra non dichiarata tra i due paesi , a colpi di attentati ed omicidi mirati, è già in atto da alcuni anni. La settimana scorsa il governo iraniano ha denunciato l’uccisione di Daryoush Rezaei, docente universitario ed esperto dell’organizzazione Atomica iraniana (Iao), che lavorava al progetto nucleare (militare?) iraniano. Il professore è stato ucciso, freddato da alcuni colpi di arma da fuoco sparati da due persone in moto, che lo hanno aspettato mentre usciva di casa. Una tecnica già usata nell’uccisione di un altro scienziato nucleare, Majid Shariari, a Teharan nel novembre scorso, ed ancora nel gennaio 2010, allora fu assassinato Massud Ali-Mohammadi, docente di fisica ed uno di responsabili del programma nucleare iraniano; in quell’occasione fu una moto bomba ad esplodere ed uccidere lo scienziato. Il governo iraniano sta attribuendo la responsabilità di queste uccisioni al Mossad, il servizio segreto israeliano. In effetti spesso gli 007 israeliani per colpire personalità ritenute pericolose per la sicurezza di Israele, in barba a qualsiasi norma di diritto internazionale, operano in territori stranieri e nemici con unità operative e para-militari costituite da due o tre persone, motorizzate, alle volte collaboratori reclutati in loco; non a caso negli ultimi mesi l’Iran ha arrestato numerose spie. Ma Teharan non si sta muovendo solo con il controspionaggio, il 17 luglio scorso il console israeliano ad Istanbul è scampato ad un attentato (in questo caso è stato utilizzata una bicicletta carica di esplosivo), gli investigatori turchi pensano che sia stata opera dei servizi segreti iraniani che si sono avvalsi della collaborazione sul campo di agenti siriani e libanesi, scopo dell’operazione colpire Isarele e vendicare gli attacchi agli scienziati iraniani di questi mesi.
RDF
Israele e Iran com’è ben noto non si possono vedere, e se non fosse per la diplomazia e le nefaste conseguenze si sarebbero già fronteggiati militarmente. Anche se una guerra non dichiarata tra i due paesi , a colpi di attentati ed omicidi mirati, è già in atto da alcuni anni. La settimana scorsa il governo iraniano ha denunciato l’uccisione di Daryoush Rezaei, docente universitario ed esperto dell’organizzazione Atomica iraniana (Iao), che lavorava al progetto nucleare (militare?) iraniano. Il professore è stato ucciso, freddato da alcuni colpi di arma da fuoco sparati da due persone in moto, che lo hanno aspettato mentre usciva di casa. Una tecnica già usata nell’uccisione di un altro scienziato nucleare, Majid Shariari, a Teharan nel novembre scorso, ed ancora nel gennaio 2010, allora fu assassinato Massud Ali-Mohammadi, docente di fisica ed uno di responsabili del programma nucleare iraniano; in quell’occasione fu una moto bomba ad esplodere ed uccidere lo scienziato. Il governo iraniano sta attribuendo la responsabilità di queste uccisioni al Mossad, il servizio segreto israeliano. In effetti spesso gli 007 israeliani per colpire personalità ritenute pericolose per la sicurezza di Israele, in barba a qualsiasi norma di diritto internazionale, operano in territori stranieri e nemici con unità operative e para-militari costituite da due o tre persone, motorizzate, alle volte collaboratori reclutati in loco; non a caso negli ultimi mesi l’Iran ha arrestato numerose spie. Ma Teharan non si sta muovendo solo con il controspionaggio, il 17 luglio scorso il console israeliano ad Istanbul è scampato ad un attentato (in questo caso è stato utilizzata una bicicletta carica di esplosivo), gli investigatori turchi pensano che sia stata opera dei servizi segreti iraniani che si sono avvalsi della collaborazione sul campo di agenti siriani e libanesi, scopo dell’operazione colpire Isarele e vendicare gli attacchi agli scienziati iraniani di questi mesi.
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