venerdì 12 agosto 2011

Storia - Un asburgo sul trono del Messico

Testo e foto di Roberto Di Ferdinando

Nel 1867 in una cittadina messicana le forze repubblicane giustiziavano l’ultimo Imperatore del Messico, Massimiliano I, il cui regno, negli anni precedenti, era stato caratterizzato da importanti eventi storici e singo-lari curiosità, tali da meritarsi l’attenzione dell'allora comunità internazionale.
Massimiliano infatti non era messicano, ma un particolare austriaco: era l’Arciduca d’Asburgo, cioè il fratello di Francesco Giuseppe, l'Imperatore d’Austria-Ungheria. Era salito al trono messicano per volere della Fran-cia, che, invaso il Messico per interessi economici e strategici, volle porvi a capo un regnante amico.
Questo tentativo europeo di espandere la propria influenza oltreoceano, catapultò nella questione messica-na anche gli Stati Uniti, che, visti minacciati i propri interessi, adottarono una politica più decisa nei confronti con il vecchio continente.
Il Messico nell'Ottocento
Il Messico aveva ottenuto l’indipendenza dalla Spagna nel 1820, e subito era scoppiato il confronto politico tra conservatori e liberali per dare al paese un determinato assetto istituzionale. I conservatori (proprietari terrieri, preti, ufficiali dell’esercito), preoccupati che il Messico cadesse nella spirale della rivoluzione, punta-vano alla creazione di un potere centralizzato ed autoritario in mano ad un personaggio autorevole. I liberali (avvocati, commercianti e con ampio consenso tra gli indios), invece miravano a smantellare il sistema so-ciale introdotto dagli spagnoli, fatto di disparità e discriminazioni. Nei successivi trent'anni questo confronto vide l'alternarsi al potere, tramite colpi di stato, di governi conservatori e liberali con la nomina di 73 presi-denti della repubblica. Il paese era caduto nel caos politico ed istituzionale, quando nel 1855 i liberali con-quistarono il potere nominando Presidente il generale liberale Ignacio Comonfort. A far parte del governo fu chiamato anche Benito Juarez, un giovane indios, avvocato, che sarebbe divenuto ben presto un eroe na-zionale. Comonfort però avviò una serie di riforme che limitarono i poteri e privilegi della Chiesa: fu ridotta la presenza ed influenza della Chiesa nella vita sociale messicana e furono nazionalizzate molte proprietà reli-giose. La Chiesa messicana non le accettò e nel dicembre del 1857 appoggiò il golpe guidato da Félix Zulo-aga. Comonfort si dimise mentre i ministri contrari ai militari, tra cui il vicepresidente Juarez, furono arrestati. Dopo alcune settimane Juarez fu liberato e come vicepresidente rivendicò la guida del paese, ma Zuloaga non lo riconobbe. Juarez minacciato si ritirò a Veracruz, roccaforte liberale, proclamandosi Presidente del Messico e formando un proprio governo. Iniziava la guerra civile messicana.
All’epoca di questa guerra civile molti erano i messicani fuoriusciti che vivevano in Europa, e qui molti di essi per interessi spesso anche contrapposti, si mossero per pubblicizzare la drammatica situazione del Messico nella speranza che i governi europei potessero trovare una soluzione rapida. Tra questi messicani, personaggio di spicco fu Don José M. Gutierrez de Estrada, prima liberale, diplomatico e Ministro degli Esteri durante la dittatura di Santa Anna, poi monarchico, che da oltre venti anni viveva in esilio a Roma dove aveva sviluppato l’idea che il modello monarchico costituzionale britannico o francese fosse l’ideale per portare il suo il suo paese fuori dal caos istituzionale. Egli si recò spesso in udienza presso i governi europei (Londra, Parigi, Madrid e Vienna) per trovare un monarca, ma in particolare un sostegno politico e militare per il Messico, ma ricevette solo solidarietà. Dietro a questi rifiuti vi era il timore verso gli Stati Uniti. Infatti dopo la diffusione della dottrina Monroe, (l’America agli americani!"del 1823), questi non avrebbero gradito la presenza europea nel continente americano. Certamente gli USA non preoccupavano come potenza militare, ma sfidarli e combatterli oltreoceano non era strategicamente conveniente per nessuno.
Nel momento in cui sembrava impossibile trovare sostegno in Europa, i fuoriusciti messicani trovarono nella Francia il paese disposto ad aiutarli.
Nel dicembre 1851 Luigi Bonaparte, nipote di Napoleone Bonaparte, con un referendum popolare era eletto Napoleone III Imperatore di Francia. Consolidato quindi il proprio potere, Napoleone III poté concentrarsi nel dare alla Francia un futuro prestigioso fatto anche di conquiste.
Napoleone III aveva più volte manifestato la propria preoccupazione che l’Europa fosse schiacciata da una parte dalla Prussia e dall’altra, inverosimile, dagli Stati Uniti. L’Imperatore francese nutriva diffidenza verso gli USA in quanto una repubblica che aveva ripudiato la monarchia inglese; inoltre le dottrine repubblicane e democratiche americane avevano trovato sostenitori anche in Francia.
Comunque Washington riguardo il Messico esercitava da anni un non disinteressato protettorato. Nel 1836 infatti il Messico aveva perso il Texas, che dopo nove anni d’indipendenza era entrato a far parte degli Stati Uniti. Nello stesso anno il presidente statunitense, Polk, sfruttò un incidente di frontiera per dichiarare guerra al Messico, e costringere il Messico a firmare una pace dura che previde la cessione agli USA della Califor-nia e di alcuni territori di confine. Il Messico perse allora metà del suo territorio. Tutto ciò aveva contribuito ad aumentare l’ostilità dei fuoriusciti conservatori messicani verso le amministrazioni americane, oltre al fatto che Washington sosteneva i liberali messicani.
Napoleone III però non era ancora convinto di impegnarsi nell'avventura messicana, sebbene vi riconosces-se vantaggi economici e strategici.
Per sciogliere le riserve dell'Imperatore, Guiterrez ricorse ad ex dittatori messicani che in esilio potevano vantare influenti conoscenze presso le cancellerie europee, e di José M. Hidalgo, un ex diplomatico messi-cano con contatti a Londra e Madrid, ma intimo amico della contessa di Montijo, madre della cattolicissima Eugenia, la moglie di Napoleone III. Non solo, tramite sua suocera, marchesa francese poteva vantare la conoscenza dell’Aciduca d’Austria Massimiliano e di sua moglie Carlotta.
Nel settembre del 1857 Hidalgo incontrò l’Imperatrice Eugenia a Bayonne, presso Biarritz, in Francia. In quel incontro le parlò del Messico, e di come i liberali trattassero il clero. Eugenia, interessata ed impressionata della vicenda, invitò Hidalgo per un secondo incontrò, questa volta a Parigi, alla presenza di Napoleone III. Durante questo incontro fu ribadita la drammatica situazione messicana, ma l’Imperatore ritenne i tempi ancora immaturi per favorire una monarchia messicana. Gli USA continuavano a preoccupare.
Internazionalizzazione del conflitto
In Messico i conservatori vollero chiudere la partita contro i liberali il più presto possibile, anche perché non tutti erano favorevoli all'interessamento degli europei alla causa messicana. A tal fine nel marzo 1859 i con-servatori convinsero Zuloaga a dimettersi e lo sostituirono con il suo abile comandante in seconda, il generale Miguel Miramón. Intanto Juarez resistendo ancora a Veracruz, cotrollava il commercio con l’Europa potendo emettere dazi per finanziarsi la guerra. Ii governo militare invece era in crisi nonostante il sostegno economico della Chiesa ed i finanziamenti europei.
La questione finanziaria internazionalizzò la guerra civile messicana. Il conflitto in Messico penalizzava il commercio di Londra e gli interessi inglesi e scozzesi presso le miniere d'argento di Guanajuato, Zacatecas e San Luis Potosí. Inoltre molti dei titoli di stato emessi dal Messico di Comonfort, erano in mano a rispar-miatori britannici, i quali erano preoccupati per il loro mancato rimborso. Il governo Miramón non era inten-zionato a rimborsare i capitali delle obbligazioni ed i loro interessi, in quanto non da lui sottoscritti. Al Foreign Office si pensò così, come riparazione, di annettere il Messico all'Impero, ma nel 1859 la nomina a Primo Ministro britannico di Lord Palmerston e di segretario agli esteri di Lord John Russel, più inclini al dialogo, ridusse la pressione sul Messico.
Il governo francese si dimostrò invece estremamente ostile ai liberali messicani, così come la Spagna; men-tre solo gli Stati Uniti sembravano aiutare i liberali, favorevoli anche alla loro lotta per l’emancipazione degli indios, ma anche interessati per motivi economici al Messico. Il Presidente americano, James Buchanan, preoccupato che la questione degli indios messicani fomentasse la già tesa situazione della schiavitù in A-merica, propose di riconoscere il governo di Juarez ed inviare in Messico un corpo di spedizione militare per rovesciare Miramón e porre fine alla guerra. In cambio Juarez avrebbe ceduto agli USAla bassa California, e favorito l’accordo che permetteva ad una società americana di costruire una ferrovia che collegasse l’Atlantico con il Pacifico. Ma Juarez non gradiva, 5tale accordo infatti sarebbe apparso che i liberali, pur di ottenere il potere, sarebbero stati disposti a cedere territori del proprio paese. Ma l’alleanza con gli USA era troppo importante per i liberali, in un momento in cui la guerra non sembrava a loro favorevole. Il 14 dicem-bre 1859 fu firmato un trattato con gli Stati Uniti. Il Senato americano però non lo ratificò, infatti negli USA la tensione riguardo la questione della schiavitù stava alzandosi, ed in questo momento d’incertezza e instabili-tà, a Washington si ritenne poco saggio avventurarsi nella spedizione messicana. Le forze politiche anti-schiaviste vedevano inoltre in questa iniziativa del Presidente un modo per allargare le zone della schiavitù anche a quelle messicane. Anche senza la formalizzazione della ratifica, i liberali ricevettero comunque l’aiuto dagli USA.
Grazie all’aiuto americano i liberali riuscirono ad invertire l’andamento della guerra civile. Juarez, dopo aver respinto l’assedio di Veracruz, spinse il proprio esercito verso il centro del paese, puntando verso la capitale. Il 22 dicembre 1860 Città del Messico cadeva in mano ai liberali. Due giorni prima, negli Stati Uniti l’elezione presidenziale avevano visto la vittoria di Abramo Lincoln e del partito antischiavista. In risposta a questo evento la Carolina del Sud, si staccava dalla Federazione, dando vita alla Confederazione degli Stati del Sud. Finita la guerra civile messicana iniziava quella america.
La questione dei debiti
Il primo gennaio 1861 Juarez fu eletto Presidente della Repubblica costringendo Miramón a rifugiarsi a Cu-ba. La principale preoccupazione di Juarez fu la questione del rimborso dei creditori stranieri e di tranquilliz-zare i loro governi; la Gran Bretagna infatti rivendicava un credito di 70 milioni di dollari, la Spagna 10 e la Francia 2,8, ma il Messico era in bancarotta e non aveva fondi. Quindi lo scoppio della la guerra di Seces-sione che avrebbe eluso qualsiasi reazione statunitense in Messico e la decisione, nel luglio del 1861, del Congresso messicano di sospendere il pagamento degli interessi a tutti i creditori stranieri, portò i governi europei a forzare la mano contro Juarez.
Nel settembre 1861 Hidalgo si recò a Biarritz per incontrare nuovamente Eugenia, riferendole che, secondo informazioni confidenziali, la Gran Bretagna e la Spagna erano intenzionate ad inviare a Veracruz una forza navale per prendere il controllo della dogana ed incassare i diritti doganali come rimborso. Del tema dell’incontro fu informato anche Napoleone III, che, con la guerra civile americana in atto, vedeva sotto un’ottica più favorevole l’avventura messicana. Ma Napoleone III andava oltre, pensava infatti che l'iniziativa europea avrebbe fatto cadere il governo Juarez ed allora la Francia avrebbe posto sul trono messicano un principe europeo che riconoscendo gli interessi francesi avrebbe condotto il Messico sotto il controllo di Parigi.
Da questo momento l'Imperatore francese si preoccupò di trovare quella figura idonea al trono messicano. Non poteva essere uno spagnolo perché non sarebbe stato accettato dai messicani, non un Bonaparte per-ché la Gran Bretagna non avrebbe gradito un ulteriore esponente di quella famiglia a capo di un paese. Il candidato ideale doveva essere un conservatore ed un cattolico. Si pensò così, anche per migliorare i rap-porti tra Francia ed Austria, a Massimiliano d’Asburgo (già nel 1821, i conservatori messicani avevano offerto invano il titolo d'Imperatore del Messico ad un esponente della casa d'Asburgo, il principe Carlo Luigi, Arciduca d’Austria).
Ma Massimiliano avrebbe accettato? L'Arciduca, incoraggiato dalla moglie Carlotta, era favorevole all’idea di recarsi in Messico, un paese ancora da esplorare e da sviluppare. Massimiliano si consultò quindi con Papa Pio IX e con il suocero, Leopoldo re del Belgio, il quale interpellò a sua volta la regina Vittoria, sposa del principe Alberto, nipote di Leopoldo, che gli rispose: “Il progetto messicano è pericoloso e pieno d’incertezze […] Poiché viene dalle Tuilleries, ci si deve domandare: qual è il suo scopo?” Massimiliano comunque avrebbe accettato il trono messicano solo se ne fosse stato favorevole anche suo fratello, l'Imperatore Francesco Giuseppe, il quale lo avvertì che nella sua avventura oltreoceano sarebbe stato solo, in quanto il governo austriaco non lo avrebbe potuto sostenere. Per questo l’Imperatore chiese che Massimiliano, prima di dare la propria parola, ottenesse le garanzie politiche e militari da Francia e Gran Bretagna e che inoltre fosse accettato dal popolo messicano come loro Imperatore.
Nell’ottobre 1861 nella sua residenza ufficiale, il castello di Miramare, presso Trieste, Massimiliano accettava ufficiosamente, in attesa delle condizioni indicate dal fratello. La richiesta fu girata a Napoleone III che ne fu soddisfatto, specificando inoltre che al momento della caduta del governo Juarez, un’assemblea di notabili messicani avrebbe offerto il trono a Massimiliano.
Alla vigilia di Natale, Massimiliano ricevette per la prima volta Gutierrez che gli consigliò di attivarsi presso religiosi ed ex politici messicani per preparare la popolazione in suo favore, ma l’Arciduca, senza garanzie, non era ancora convinto di sciogliere le proprie riserve.
La spedizione
La Gran Bretagna sembrava non intenzionata a partecipare alla spedizione, infatti Palmerston giudicava l’operazione destinata a fallire, in quanto pianificata al tavolo da esponenti messicani da troppo tempo lontani dal proprio paese e da quella realtà.
Napoleone III sapeva che senza la Gran Bretagna la missione non sarebbe stata possibile, quindi occorreva convincerla. Facendo leva sulle possibili opportunità economiche e strategiche dell’operazione non fu difficile far cambiare idea al governo britannico.
Il 24 ottobre 1861 fu firmata la Convenzione di Londra. Le tre potenze avrebbero mandato le proprie navi ed un contingente di 10.000 soldati per occupare solo Veracruz, uno dei porti più malsani dell’Atlantico, infesta-to dalla febbre gialla. La Spagna avrebbe contribuito con 7.000 soldati al comando del generale Prim, la Francia con 2.500 guidati dal Contrammiraglio Jurien de la Greviére e la Gran Bretagna con 700 fanti di ma-rina al comando del Commodoro Dunlop. Ben presto però le intese raggiunte dalle tre potenze sarebbero saltate.
Napoleone III, non convinto di questo programma, diede disposizioni a Jurien, una volta giunto in Messico, di tenersi pronto ad ampliare la zona d’intervento spingendosi verso l’interno. Invece Palmerston, su indicazione della regina Vittoria, dette disposizioni che i propri fanti non fossero impiegati sulla terra ferma.
Le tre flotte si sarebbero riunite a Cuba per poi insieme salpare verso Veracruz. Ma gli spagnoli decisero di non attendere le navi francesi e britanniche, e l’8 dicembre raggiunsero Veracruz. Il comando spagnolo in-formò le autorità politiche locali che erano giunti per obbligare il governo messicano a pagare gli impegni assunti con i risparmiatori spagnoli. Il 17 dicembre, senza incontrare resistenza, le forze spagnole sbarcarono, occupando la città. Le navi francesi e britanniche giunsero tutte a Veracruz tra il 6 e l’8 gennaio 1862, contemporaneamente ad altri 1.000 soldati spagnoli.
La reazione messicana all'invasione non si fece attendere. Il 15 dicembre il Congresso messicano concesse a Juarez ampi poteri d’emergenza. Il Presidente diede ordine alla popolazione di non collaborare con gli in-vasori. La città era stata in parte abbandonata e dalle campagne i contadini non inviavano i rifornimenti. Molti soldati contrassero la febbre gialla e per ottenere i viveri ed arginare l’epidemia fu necessario quindi addentrarsi oltre Veracruz.
Intanto iniziarono i negoziati per il rimborso. Il problema era che il blocco dei dazi avrebbe permesso il rim-borso del 70% dei crediti, ma il resto, il Messico non sarebbe stato in grado di restituirlo. La Francia spinse per un ultimatum di 12 milioni di dollari, la Spagna e la Gran Bretagna furono più disponibili ad un negoziato, sapendo infatti che l’ultimatum non sarebbe stato mai accettato dai messicani, e quindi avrebbe rappresen-tato per la Francia il modo migliore per giustificare una presenza in Messico più lunga.
Questa fermezza francese sulla questione dei debiti trovava giustificazione anche in un fatto non noto a molti. Il finanziamento dato al Messico proveniva dal banchiere svizzero Jean-Baptiste Jecker, che li aveva prestati con un tasso d’interesse del 30%. Il fratellastro illegittimo di Napoleone III, il duca di Morny (figlio di Carlo Augusto de Flahaut ed Ortensia di Bauhamais madre di Napoleone III), possedeva oltre il 30% di queste obbligazioni ed esercitò pressioni presso la famiglia imperiale perché venisse tutelato il suo investimento.
Napoleone mostrò i muscoli inviando ulteriori 4.000 soldati a Veracruz, mentre i negoziatori europei raggiun-sero un compromesso con il governo Juarez che concedeva alle forze alleate di trasferirsi da Veracruz al distretto di Orizaba, una zona inospitale. Verso Orizaba si mossero i francesi, mentre gli spagnoli misero base a Cordoba; i britannici invece, come da ordini, rimasero sulle navi nella rada di Veracruz.
I messicani di fronte all’avanzata degli europei, seppur concordata, decisero di formare un esercito di volon-tari, comandato prima da Zaragoza e poi da Ortega, e rifornito tramite il porto di Matamaros sul confine con gli USA.
La Francia all’attacco
Il 20 marzo Napoleone confermò il suo ultimatum: se Juarez non si fosse reso disponibile al rimborso, le truppe francesi avrebbero puntato verso la capitale messicana. La Spagna e la Gran Bretagna, desiderose di disimpegnarsi dal Messico, non avrebbero partecipato a questa operazione, ma si sarebbero ritirate, a-vendo infatti raggiunto un accordo separato con Juarez, che avrebbe pagato 13 milioni di dollari in due rate. Scaduto l’ultimatum, il generale francese Lorencez, che aveva sostituito Jurien, passò all'azione, con 6.000 soldati e l’appoggio dei conservatori locali, marciò verso Città del Messico. Il 24 aprile i francesi si scontra-rono per la prima volta con i liberali, assediando la città fortificata di Puebla, difesa da 14.000 messicani. In un solo pomeriggio i francesi però perdettero 462 uomini, l’esercito francese, giudicato il più forte del mondo, il 5 maggio fu costretto al ritiro da Puebla.
La notizia della sconfitta giunse a Parigi un mese più tardi; Napoleone III, che fino ad allora aveva diffuso ottimismo riguardo la campagna messicana, alla notizia della sconfitta decise di forzare la mano inviando 20.000 soldati e sostituendo Lorencez con il generale Forey. Il maggior sforzo militare voluto da Napoleone III suscitò in patria una maggior attenzione dell’opinione pubblica francese verso il Messico, dove adesso era in gioco il prestigio della Francia.
Per i francesi ai problemi militari si aggiungevano quelli ambientali; numerosi infatti erano i soldati colpiti dalla febbre gialla, quindi si rese necessario impiegare reparti più preparati a difficili condizioni climatiche. Fino ad allora nelle zone più malsane era stata impiegata la Legione Straniera, adesso si pensava di affiancarle truppe formate da soldati di colore, reclutati nei possedimenti africani. Parigi si rivolse quindi all’Egitto, paese politicamente vicino alla Francia, ma non indipendente, in quanto sotto il controllo dell’Impero Ottomano. L’empasse fu superato tramite un accordo segreto tra il viceré locale, che doveva il suo potere alla protezione di Parigi, e la Francia per l’invio in Messico di 1.500 uomini, in verità schiavi. Il primo gennaio 1863 la fregata francese La Seine fece scalo ad Alessandria d’Egitto, imbarcando solo 600 uomini, che, una volta giunti a Veracruz, furono assegnati all’esercito francese.
Contro i francesi Juarez cercò un appoggiò non solo politico in Washington, ma Lincoln, preoccupato che Francia e Gran Bretagna, potessero aiutare gli Stati del Sud come rivalsa al blocco dei porti imposto dall’Unione, evitò di impegnarsi apertamente con i liberali messicani.
Gli Stati dell’Unione decisero così la loro neutralità nel conflitto messicano, vietando l’esportazione di armi ai paesi belligeranti o di arruolare volontari per partecipare a quella guerra. Il divieto di esportare armi fu adot-tato anche per ridurre il rischio che agenti degli Stati Confederati potessero ordire trame per ottenere loro quel materiale bellico. I liberali comunque riuscirono a superare questo divieto attraverso trasporti clandestini che partivano dai porti di New York e San Francisco per quello di Matamaros.
Nel febbraio del 1863 iniziò la campagna militare di Forey, il generale poteva disporre di 18.000 uomini di fanteria, 1.400 di cavalleria, 2.150 artiglieri, 450 genieri, 2.300 amministrativi oltre a 2.000 soldati messicani, 56 cannoni e 2.400.000 cartucce. Contro la guerriglia liberale Foney formò dei reparti speciali chiamati con-tre-guérilla. Non erano soldati francesi, ma specialisti messicani, inglesi, francesi, spagnoli, greci, olandesi, americani, latino-americani e svizzeri, assoldati per la loro spietatezza e temerarietà, che si dimostrarono molto efficaci, terrorizzando le popolazioni locali. Erano giunti in Messico nel passato per fare fortuna, erano ex marinai, disertori, mercanti di schiavi caduti in disgrazia, cacciatori di bisonti del Nord America o predatori della Louisiana rovinati dalla guerra civile americana. A comando di questi reparti fu posto il colonnello de Steklin, ex ufficiale svizzero, mercenario presso l’esercito francese che operò supportato da due navi cannoniere poste a largo di Veracruz.
L’esercito liberale si componeva invece di 22.000 volontari concentrati prevalentemente a Puebla; ne face-vano parte anche soldati spagnoli disertori, avventurieri britannici, volontari americani e liberali europei. I soldati messicani non avevano uniformi ufficiali, ma tutti vestivano ampie camice e pantaloni bianchi, mentre negli spostamenti erano sempre seguiti dalle loro donne.
Il 16 marzo i francesi iniziarono l’assedio di Puebla, cannoneggiandola fino al 27 marzo quando fu deciso di far intervenire la fanteria. Furono impiegati anche dei minatori per l’utilizzo di esplosivi. La città fu isolata ed il 17 maggio, affamata, cadde.
La notizia della conquista di Puebla giunse a Parigi il 10 giugno, per Napoleone III era un ottima notizia, gli permetteva infatti di isolare l’intraprendente opposizione interna sempre più critica verso l’Imperatore.
Juarez, potendo porre a difesa della capitale solo 6.000 uomini, decise di spostare il governo a San Louis Potosí, a 300 km più a nord, lasciando indifesa Città del Messico che il 7 giugno fu occupata dai francesi. L’aristocrazia e la borghesia locali furono entusiaste, mentre il popolo taceva.
Napoleone III inviò un ordine a Foney:” Lei deve essere padrone a Città del Messico, ma senza dare l’impressione di esserlo.” Il 10 luglio Foney nominò una junta, composta da notabili locali, che adottò quattro provvedimenti: 1) la nazione si dà come forma di governo la monarchia ereditaria costituzionale sotto un principe cattolico, 2) il sovrano deve portare il titolo d’Imperatore, 3) l’offerta del trono è fatta a Massimiliano, 4) se Massimiliano dovesse rinunciare il trono andrà ad un principe scelto da Napoleone III. I messicani non avevano più dubbi, l’autorità in Messico era in mano ai francesi.
Nonostante i successi, i francesi controllavano solo la zona tra Veracruz e Città del Messico ed anche in queste zone la guerriglia messicana era ancora attiva. Napoleone III comunque tranquillizzò l’Arciduca con-fermandogli che in breve tempo il Messico sarebbe stato liberato; Massimiliano comunque attendeva ancora la garanzia presentata dall’alleanza tra Messico, Francia e Gran Bretagna.
Nelle settimane successive il generale Foney fu sostituito dal generale Bazaine, che usò il pugno di ferro contro i liberali e contrastò i conservatori e la Chiesa promotori di una politica reazionaria. Bazaine interferì anche nell’amministrazione locale, tanto che il generale fu scomunicato dall’arcivescovo di Città del Messico. Foney nel rientrare a Parigi cercò di illustrare a Napoleone III i pericoli della spedizione, ma l’Imperatore, influenzato da sua moglie che per lui in Messico vedeva ambiziosi progetti, non se ne preoccupò.
Il 3 ottobre ci fu a Trieste il primo incontro tra la delegazione messicana e Massimiliano, durante il quale gli venne ufficialmente offerto il trono messicano. L’Arciduca rispose che le condizioni, richieste due anni prima per accettare il trono, non era state ancora soddisfatte.
L’offensiva militare fu quindi più decisa e portò i francesi a controllare ampie zone del paese, tanto da poter bandire un referendum popolare sulla salita al trono di Massimiliano, che, nonostante il boicottaggio dei liberali, fu favorevole a Massimiliano Imperatore del Messico. I dubbi di Massimiliano iniziarono ad allontanarsi. Napoleone III inoltre gli confermò che la Francia avrebbe mantenuto in Messico 25.000 soldati almeno per altri tre anni ed 8.000 legionari per i successivi dieci anni, Inoltre fu raggiunto un accordo ufficioso tra Parigi ed Washington, autorizzato dal confermato Presidente Lincoln, in cui si stabiliva che la Francia non avrebbe riconosciuto od aiutato gli Stati Confederati ed in cambio gli Stati del Nord sarebbero rimasti estranei al conflitto messicano.
Ma un nuovo problema si presentò il 27 marzo, quando Francesco Giuseppe impose a Massimiliano di fir-mare il Patto di Famiglia, una sorta di contratto in cui l’Arciduca si impegnava a rinunciare al trono d’Austria. Massimiliano si rifiutò di firmarlo, rinunciando invece al trono del Messico; Napoleone III alla notizia si trovò spiazzato ed intervenne presso l’Imperatore d’Austria perché trovasse un compromesso.
Il compromesso fu raggiunto, nel caso in cui Massimiliano avesse abdicato dal trono del Messico, Vienna avrebbe salvaguardato le posizioni di Massimiliano nell’Impero d’Austria, compatibili però con gli interessi del medesimo. L’Imperatore si sarebbe preso cura del fratello della moglie e degli eredi; oltre a corrispondergli una rendita ed autorizzare il reclutamento in Austria, di volontari per l’esercito messicano. Francesco Giuseppe si recò a Trieste per la firma del Patto che avvenne il 9 aprile 1864, quella fu l’ultima volta che i due si videro.Tutti gli ostacoli alla salita al trono del Messico erano stati rimossi o quasi.
L’Imperatore Massimiliano I
Il 10 aprile 1864 al castello di Miramare, l’Arciduca Max (come lo chiamavano amichevolmente i triestini) ri-ceveva la delegazione messicana, guidata da Gutierrez, che lo avrebbe proclamato Imperatore del Messico. Gutierrez elogiò la coppia reale per la loro scelta, confermandoli che il Messico era da sempre legato al cat-tolicesimo ed alla monarchia, ma nel suo discorso non citò mai Juarez e la guerra civile. Massimiliano, rin-graziando, lesse un testo preparato, discusso, corretto e censurato da suo fratello e dai ministri austriaci che indicava che i documenti che gli erano stati sottoposti lo avevano convinto ad accettare in quanto Imperatore, non solo dalla junta, ma dalla grande maggioranza del popolo messicano. Promise di regnare da monarca costituzionale e di concedere una costituzione liberale non appena fossero terminati i disordini. Massimiliano firmò solennemente l’accettazione del trono, come Massimiliano I, prestando inoltre giuramento di difendere l’indipendenza del Messico, l’inviolabilità del suo territorio e di vegliare sul benessere del popolo messicano. In quel momento sul tetto del castello si issava il tricolore messicano. Il neo Imperatore sottoscrisse anche un trattato con la Francia, e nominò i propri ambasciatori presso le varie corti europee. L’Impero messicano fu subito riconosciuto da Francia, Austria, Belgio, Svizzera, Svezia, Prussia, Portogallo, Spagna, Russia e dall’Italia (provocando la reazione negativa di Garibaldi e dei liberali italiani), la Gran Bretagna, più cauta attese l’autunno prima di riconoscerlo, mentre gli USA si rifiutarono di farlo.
Il 14 aprile 1864 la coppia imperiale partì da Trieste sulla fregata Novara, mentre una folla si accalcò sui moli per salutarla. Il Novara, scortato dalla nave da guerra francese Thenis, scese l’Adriatico, risalì il Tirreno per giungere a Civitavecchia; qui la coppia scese per raggiungere Roma ed ottenere la benedizione dal Papa, dopo alcuni giorni riprese il mare per il Messico.
Il Novara giunse a Veracruz il 27 maggio, gli imperatori sbarcarono la mattina successiva, accolti da un fan-tastico ricevimento voluto dalle autorità locali, mentre la popolazione riservò un’accoglienza molto fredda che li accompagnò fino a Città del Messico. Ad Orizaba furono perfino accolti con manifesti e grida inneggianti alla repubblica ed all’indipendenza. I più entusiasti nell’accogliere Massimiliano furono invece gli indios, i quali, come i loro avi che avevano ben accolto il conquistador Cortés, videro in Massimiliano il dio dalla pelle chiara, che secondo il mito sarebbe giunto dal mare per salvarli.
Il 12 giugno il corteo imperiale giunse a Città del Messico accolto da una numerosa e festante folla. La cop-pia prese alloggio presso il Palazzo di Chapultepec, costruito sulle rovine di quello di Montezuma, poco fuori dalla città.
Massimiliano si alzava ogni mattina alle 4 e nelle tre ore successive sbrigava la corrispondenza, alle 7 usciva per una passeggiata a cavallo ed alle nove rientrava per fare colazione, poi dava inizio alla giornata con le incombenze ufficiali (riunioni di gabinetto, udienze e cerimonie di stato), per le quali dimostrava di annoiarsi. Alle 20 dopo una frugale cena andava a letto. Nei mesi successivi, in un viaggio nello stato di Michoacán contrasse la malaria.
Le difficoltà si presentarono subito a Massimiliano, mancavano i soldi per pagare i soldati contro l’attivissima guerriglia liberale, la corruzione era endemica, mentre il debito del paese da 120 milioni di dollari passò, nei due anni successivi, a 210 milioni.
Inoltre c’era da sanare la disputa sulle proprietà messicane della Chiesa e le altre questioni in sospeso tra la Chiesa e lo Stato. L’inviato vaticano, Monsignor Meglia, giunse in Messico con un ultimatum papale che esi-geva che fosse ripristinato lo stato di cose esistenti al tempo della conquista spagnola, in aggiunta dovevano essere abolite le riforme introdotte dal governo Juarez, non si doveva incorporare nel patrimonio statale le proprietà ecclesiastiche ne si doveva concedere la libertà di culto alle altre religioni. Massimiliano non accettò e si inimicò la Chiesa fino ad essere accusato dal clero di massoneria. Difficili erano anche i rapporti con il comando francese, Massimiliano infatti criticava l’interferenze di Bazaine nell’amministrazione del paese.
La strategia francese
La guerra contro i liberali nel frattempo proseguiva. Nel settembre 1865 la flotta francese conquistava Mata-maros, mentre la fanteria, guidata da Bazaine, occupava Monterrey e Saltello, costringendo Juarez a rifu-giarsi a Chihuahua, a 700 km a nord-ovest dalla capitale, abbandonato da molti suoi fedeli che passavano a collaborare con i francesi. Nonostante ciò l’esercito francese trovò ancora resistenze, in particolare al sud, a Oaxaca, città fortificata, difesa da 3.000 volontari messicani guidati dal Porfirio Diaz. Il 15 gennaio 1865 i francesi assediarono Oaxaca, il 4 febbraio, per sbloccare la situazione, decisero di bombardare per 24 ore la città provocando vittime e defezioni tra i messicani. Diaz fu così costretto ad arrendersi. Arrestato riuscì clamorosamente ad evadere ed a raggiungere Juarez. Ormai quasi tutto il Messico era sotto il controllo dell’Impero, Massimiliano controllava 24 stati contro i quattro (Guerreo, Chihuahua, Sonora e Bassa Califor-nia) sotto l’autorità di Juarez, in cui viveva solo il 7% degli otto milioni di messicani.
L’esercito francese aveva ormai conquistato tutto il paese, Napoleone III pensava quindi adesso possibile una riduzione della presenza militare francese, sebbene fosse interessato alla presa dello stato di Sonora, ricco di miniere, per annetterlo alla Francia come ricompensa per il proprio contributo alla causa imperiale. La preoccupazione per una reazione americana portò i francesi a conquistare Sonora però senza annetterla.
A Parigi l’opposizione liberare e parte dell’opinione pubblica iniziava a chiedere il rientro delle truppe francesi dal Messico; l’operazione militare aveva infatti raggiunto i suoi obiettivi e l’avventura messicana iniziava a non essere più popolare.
La possibilità del ritiro francese era nell’aria, non a caso giunsero dall’Europa ulteriori rinforzi per l’Impero, ma principalmente per sostituire le truppe francesi. Tra il dicembre 1864 ed il gennaio 1865 arrivarono 1543 belgi (dopo la richiesta dell’Imperatrice Carlotta al padre) e 7.000 austriaci, che operarono nella zona di Puebla, oltre a volontari ungheresi, italiani, croati e polacchi. Una parte dei volontari austriaci andò a formare reparti antiguerriglia. La guerriglia liberale infatti continuava ad essere attiva nelle zone del nord-ovest (Tam-pico, Tuxpán) e presso Michoacán, a 150 km dalla capitale, tra vette altissime ricoperte da fitti boschi e nebbia, dove i francesi non si avventuravano.
In primavera iniziarono manifestazioni popolari contro la presenza (occupazione) francese, la provincia di Tamaulipas insorse. Juarez riescì a far infiltrare propri uomini tra i reparti di volontari che appoggiavano i francesi e nelle retrovie francesi oppure accedendo al sistema di telegrafia che i francesi avevano realizzato per comunicare con le province più lontane; il controllo del paese diventava molto difficile. Le iniziali certezze di Napoleone III, vittoria degli Stati del Sud degli USA, rapida affermazione di Massimiliano in Messico ed eliminazione della resistenza liberale, erano naufragate; occorreva quindi disimpegnarsi dal Messico per evitare conseguenze peggiori.
Gli Stati Uniti
L’avanzata francese era coincisa con la scelta di Washington di porsi neutrale riguardo la guerra messicana, una scelta imposta dalla guerra di Secessione. Ma il 9 aprile 1865 gli Stati Confederati si arrendevano con-segnando la vittoria agli Stati del Nord, una vittoria pagata cara con l’uccisione, il 14 aprile, di Lincoln. Dopo tutto ciò come avrebbero continuato gli Stati Uniti a vedere la presenza europea in Messico? Il neo presiden-te, Andrei Johnson ed il Segretario di Stato, già di Lincoln, William H. Seward, confermarono la neutralità.
Ma sull’argomento l’amministrazione americana era divisa; il generale Grant, eroe nordista, vincitore della guerra civile e futuro Presidente, e numerosi ministri simpatizzavano per i liberali messicani, tanto che 40.000 soldati statunitensi, comandati dal generale maggiore Philip Sheridan, furono inviati sul confine messicano, per far credere ai francesi di una prossima invasione. Tale operazione era stata voluta autonomamente dal generale Grant, il quale aveva avuto la disponibilità all’utilizzo dei militari da Johnson, ma solo perché questi sapeva che i soldati dovevano essere impiegati per pattugliare il confine dagli sbandati sudisti.
Nonostante gli americani Bazaine decise di attaccare Juarez per eliminare il problema dei liberali e conse-gnare a Massimiliano il Messico intero e quindi ritirarsi. L’offensiva francese costrinse Jaurez, rimasto con solo 800 uomini, a ripiegare ancora più a nord, al El Paso, a 1.700 km dalla capitale; qui i francesi non osa-rono stanarlo preoccupati della reazione di Washington; ad El Paso Juarez ricevette infatti la visita di ufficiali statunitensi, di base poco dopo il confine.
Ulteriori aiuti a Juarez provennero sempre da Grant che ordinò a Sheridan di fornire ai messicani 30.000 moschetti oltre a cannoncini Weitzel, prelevandoli dai magazzini lungo il Rio Grande e di inviare oltre confine piccoli reparti di soldati americani, composti solo da uomini di colore. Il 5 gennaio 1866 agli ordini del gene-rale Crawford i reparti di colore attaccarono la guarnigione francese di Mejía, alla foce del Rio Grande, riti-randosi solo due giorni dopo. Anche i congedati dell’esercito dell’Unione si recarono in Messico come volontari per combattere a fianco dei liberali, attratti anche dalle paghe promesse da Romero, l’ambasciatore di Juarez a Washington. A New York nella 10^ Avenue fu istituito un ufficio di arruolamento per chi avesse voluto combattere a fianco di Juarez.
Napoleone III si convinse che gli USA avrebbero potuto ben presto abbandonare la loro neutralità. Il 21 gen-naio l’Imperatore francese prese la decisione ormai da tempo scritta, di fronte all’Assemblea Nazionale pro-clamò il ritiro delle truppe francesi dal Messico. Il piano di rientro prevedeva che ad ottobre 9.000 soldati francesi sarebbero partiti ed altri 9.000 lo avrebbero fatto nel marzo 1867. Massimiliano non informato da Napoleone III protestò per il mancato rispetto delle garanzie promesse; mentre Bazaine, avuta la conferma del prossimo ritiro, per limitare i danni, evacuò Chihuahua e concentrò più a sud i propri reparti, molti legio-nari invece scelsero di passare dalla parte dei liberali.
Si allentava così l’assedio a Juarez, che iniziò a marciare verso sud, riconquistando le località lasciate dai francesi; questi infatti si ritiravano e combattevano solo se attaccati, mentre i messicani non li attaccavano sapendo del loro imminente ritiro.
L’isolamento di Massimiliano
Massimiliano poteva contare adesso solo sui volontari europei, una forza però troppo esigua per controllare il paese, inviò così propri agenti in Europa per arruolare altri uomini. 4.000 furono presi in Austria, ma il 15 maggio 1866, alla vigilia della partenza per il Messico dal porto di Trieste, questi volontari furono bloccati dalle minacce di Seward di rompere i rapporti con l’Austria, questa allora proibì che agenti messicani svol-gessero attività di arruolamento sul proprio territorio. Non solo, ritirò la propria forza dal Messico, coloro che vi rimasero lo fecero come volontari.
L’isolamento diplomatico di Massimiliano aumentò in seguito ad altri eventi: era morto il duca di Morny, Lord Palmerston era stato sostituito da Lord Russell che non avrebbe mai appoggiato la Francia contro gli USA in un’eventuale guerra per il Messico, infine era deceduto anche re Leopoldo di Belgio. Intanto gli Stati Uniti revocavano la loro posizione di neutralità perché l’opinione pubblica mal tollerava l’atteggiamento europeo in Messico, e Seward, saputo del ritiro francese adottò un atteggiamento più fermo verso la Francia e Massimiliano.
Il 9 luglio l’Imperatrice Carlotta decise quindi di lasciare il Messico per recarsi prima a Parigi e poi a Roma, per cercare di ottenere nuovi aiuti per Massimiliano. Non sarebbe più tornata. In seguito ai rifiuti ricevuti in Europa in lei si manifestarono i primi segni di pazzia, infatti dopo poche settimane le sue condizioni di salute peggiorarono tanto che Leopoldo II, suo fratello, decise di farla rientrare in Belgio. Massimiliano perdeva così anche gli affetti più cari.
In estate Napoleone III, decise di fare rientrare tutte le truppe a marzo del 1867, anche quelle che dovevano abbandonare il paese ad ottobre 1866, tranquillizzando Washington sul fatto che la scelta del rinvio era do-vuta ad evitare che lo scaglionamento indebolisse troppo la forza francese lasciandola indifesa alla vendetta liberale. A conferma di ciò Napoleone III informò Seward che avrebbe svolto attività di convincimento presso Massimiliano perché abdicasse, e per evitare che il Messico cadesse nel caos propose invano che gli USA occupassero il paese, tutelando però gli interessi degli stranieri. Comunque nelle prime settimane del 1867 i francesi iniziano a smobilitare da Città del Messico.
Il 25 novembre Massimiliano rifiutò di abdicare e decise di rimanere a capo del suo esiguo esercito, 21.000 soldati contro i 70.000 di Juarez. il 13 febbraio partì con 9.000 uomini verso nord per affrontare Juarez rag-giungendo il 9 febbraio la cittadina di Querétaro. I liberali, informati dell’azione imperiale, il 6 marzo con 35.000 uomini assediarono la città. Massimiliano avrebbe avuto una via di salvezza, infatti a Veracruz una nave era ad attenderlo per portarlo in Europa, ma l’Imperatore decise di non approfittarne. I francesi che sta-vano concludendo le operazioni d’imbarco a Veracruz, non intervennero in suo aiuto, il 13 marzo tutti i solda-ti francesi avevano abbandonato il paese. Bazaine rientrò in Francia, a Tolone, a fine aprile senza che fosse accolto da alcuna particolare ed ufficiale riconoscenza; Napoleone III voleva dimenticare al più presto l’Impero del Messico.
I liberali nel frattempo riconquistavano Puebla, Diaz puntava a Città del Messico, mentre Querétaro non a-vrebbe resistito a lungo; infatti il 14 maggio i liberali entrarono in città. Massimiliano fu arrestato e rinchiuso nel locale convento dei frati cappuccini. Qui fu informato che una corte marziale lo avrebbe processato con l’imputazione di tradimento ai danni della repubblica messicana. Il 13 giugno, presso il teatro cittadino, si svolse il processo, Massimiliano malato non si presentò in aula, presenti invece i suoi coimputati, Miramón ed il generale Tomás Mejía. Il giorno successivo la corte emanò la sentenza: condanna a morte tramite fuci-lazione per i tre da eseguirsi il giorno 16 giugno, in quanto vi era fretta di eliminare la minaccia Massimiliano. Gli avvocati difensori chiesero la grazia a Juarez, il quale concesse solo il rinvio dell’esecuzione al 19 giu-gno. Nell’attesa della sua esecuzione Massimiliano lesse la Storia d’Italia di Cesare Cantù, scrisse a sua madre, e stabilì che avrebbe affrontato la morte avendo alla sua destra Miramón, in riconoscenza del suo valore, ed alla sua sinistra Mejía.
Il tragico epilogo
Nei giorni precedenti l’esecuzione alcuni paesi si mossero per salvare la vita all’Imperatore, sebbene nessun paese avesse rapporti diplomatici con il Messico di Juarez. Pertanto le suppliche furono avanzate agli USA per poi girarle al governo liberale messicano. Garibaldi dall’Italia e Victor Hugo dalla Francia, sostenitori del-la causa liberale, scrissero a Juarez di graziare Massimiliano; anche la stampa statunitense si mosse per sostenerne la grazia. Ma Juarez era convinto che rimanendo in vita Massimiliano avrebbe continuato a pre-tendere il trono del Messico e sarebbe stato sempre un punto di riferimento per i conservatori messicani. L’esecuzione andava eseguita. Alle ore 6 del 19 giugno Massimiliano, indossando una rendigote nera ed un cappello bianco, fu condotto sul colle di Cerro del las Campanas, dove ad attenderlo vi erano 3.000 soldati e 50 spettatori. Scendendo di carrozza consegnò al suo inserviente il cappello ed il fazzoletto perché li consegnasse a sua madre. I tre condannati furono riuniti e posti di fronte al plotone d’esecuzione, ma in maniera diversa da come stabilito alla vigilia: Massimiliano a sinistra, Miramón al centro e Mejía a destra. Massimiliano chiese se fosse possibile regalare a ciascuno dei sei componenti del plotone una moneta d’oro e nel consegnarle li pregò di prendere bene la mira e colpire al cuore e non al viso in modo che sua madre potesse vederlo per l’ultima volta. Come ultima volontà invece fece un breve discorso in spagnolo che si concluse con “Viva il Messico!”; dopo di che fu dato l’ordine di sparare. Sei colpi, tre mortali, centrarono l’ex Imperatore, Miramón e Mejía furono colpiti in un secondo momento mentre gridavano: “Dio benedica l’Imperatore!” Alle 6.40 tutto era finito.
Il 21 giugno cadeva Città del Messico, il 15 luglio Juarez fece il suo ingresso trionfale nella capitale.
Dopo due mesi, la salma di Massimiliano fu imbarcata sul Novara per essere condotta in patria. Giunse pri-ma a Trieste e poi a Vienna dove fu seppellita nella cripta della Cappella dei Cappuccini; Francesco Giusep-pe non si abbandonò a grandi dimostrazioni di dolore, mentre Carlotta, alienata dalla pazzia, non fu in grado di assistere alla cerimonia.
Il destino tragico si accanì anche su gli altri protagonisti: Juarez eletto Presidente morì d’infarto nel 1872, la stessa sorte che era toccata a Gutierrez, deceduto a Città del Messico solo poche settimane dopo Massimi-liano. Napoleone III invece morì in esilio, la guerra persa contro la Prussia nel 1870 aveva posto fine definiti-vamente anche alla monarchia francese.
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-- APPROFONDIMENTI--


Massimiliano e Carlotta
Ferdinando Giuseppe Massimiliano nacque il 6 luglio 1832 a Schönbrunm (Austria) da Sofia di Baviera e da Francesco Carlo, Arciduca d'Asburgo. Il fratello di Massimiliano, Francesco Giuseppe, nato nel 1830, sareb-be diventato Imperatore d'Austria-Ungheria nel 1848, all'abdicazione dello zio Ferdinando I, che non aveva eredi, ed alla rinuncia del padre.
Francesco Giuseppe era ordinato, metodico ed interessato alle vicende militari; Massimiliano invece era un sognatore, con inclinazioni artistiche, un cattolico praticante con un alto senso dell'onore e nutriva una gran-de ammirazione verso il fratello Imperatore. Credeva nella monarchia assoluta, ma non escludeva la possibi-lità di costituire assemblee popolari e per questo criticò la politica repressiva del cugino Ferdinando II, re di Napoli, e quella austriaca nei Balcani. Massimiliano era alto e snello, con una carnagione chiara, occhi az-zurri, capelli e barba biondi dorati, usava portare, secondo la moda del periodo, la barba lunga divisa nel mezzo ed a punta ai lati. Nel 1850 entrò in Marina in forza al comando della flotta dell'Adriatico; visitò l'Alba-nia, la Grecia, la Turchia, la Spagna e la Francia. Qui, a Parigi, fece il suo primo incontro con Napoleone III. L'impressione fu negativa; Massimiliano giudicava l'Imperatore di Francia privo di d'alcuna nobiltà. Visitò il Belgio di re Leopoldo, di cui conobbe la figlia, la sedicenne Carlotta che sposò nel 1857. Nello stesso anno Francesco Giuseppe, intenzionato a adottare in Italia una politica più liberale ed a sostituire il novantenne Radetzsky, nominò il fratello viceré del Lombardo-Veneto. Durante questa carica, Massimiliano cercò invano di conquistarsi la simpatia dei sudditi con promesse di maggior autonomia, ma con lo scoppio della guerra del 1859 (Francia e Piemonte contro l'Austria), Massimiliano fu inviato a Venezia al comando della flotta. Alla fine della guerra si recò prima a Madera e poi in Brasile per studi naturalistici, la sua passione; al rientro si occupò della costruzione del castello di Miramare, presso Trieste, un esotico edificio, mai completato, che divenne la residenza ufficiale della coppia fino alla loro partenza per il Messico. Dal 1861 il loro rapporto matrimoniale entrò in crisi, Carlotta, insistette perché Massimiliano accettasse il trono messicano, auspicando per il marito potere e gloria; Massimiliano invece era più interessato ai viaggi di studio. In Messico il rapporto naufragò, Massimiliano tradì la moglie con altre donne, contraendo anche la sifilide; alcune cronache riportano infatti che nel 1917, a Parigi, fu fucilato un messicano, biondo e di carnagione chiara, di nome Sedano, con l'accusa di essere una spia tedesca. Sedano, da un'indagine sarebbe risultato essere il figlio che Massimiliano avrebbe avuto da una giardiniera del palazzo imperiale di Città del Messico, con la quale l'Imperatore aveva intrattenuto una lunga relazione.
Carlotta inoltre non poteva avere figli, quindi per dare un erede all'Impero, nel 1865, Massimiliano decise di adottare Augustín Iturbide, il nipote di un ex Imperatore messicano, in seguito ad un accordo con la madre del piccolo, la statunitense Alice Green. Questa però, al momento di consegnare il figlio, si rifiutò inutilmente di cederlo e fu espulsa. Massimiliano riconsegnò il piccolo alla madre naturale solo nel febbraio del 1867, quando l'Impero messicano, in dissoluzione, non avrebbe più avuto bisogno di principi.
Carlotta soffrì molto il difficile rapporto instauratosi con il marito tanto che, negli ultimi mesi della sua permanenza in Messico, iniziarono a manifestarsi in lei segni di squilibrio che si sarebbero scatenati in pazzia al suo rientro in Europa. Nel soggiorno a Roma, nell'autunno del 1867, si sentiva minacciata, vedeva ovunque nemici che volevano avvelenarla. Si recò in udienza dal Papa senza essere stata invitata e si rifiutò di abbandonare la sede papale per paura di essere assassinata. Il Papa mosso a compassione fece dormire Carlotta in un convento di suore, per la prima volta una donna dormiva in Vaticano. Fatta rientrare immediatamente in Belgio, dopo aver vissuto isolata per sessant'anni in un castello di campagna, morì pazza nel 1927 ad 86 anni.
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Gli eroi di Camerone
Gli eroi di Camerone
Il 29 aprile 1863, il comando francese in Messico ordinò alla 3^ Compagnia del I° Battaglione della Legione Straniera di scortare da Veracruz a Puebla una carovana, costituita da 60 carri e 150 muli, che trasportava rifornimenti e 3 milioni di franchi d'oro. La Compagnia, normalmente composta da 112 legionari e 3 ufficiali, decimata dalla febbre gialla poté impiegare solo 62 uomini, in prevalenza polacchi, italiani, tedeschi e spa-gnoli, senza nessun ufficiale. Il capitano Danjou, eroe di Crimea, dove aveva perso la mano destra, sostituita da una protesi di legno sempre coperta da un guanto bianco, si offrì volontario per il comando della missione, rifiutando i rinforzi.
Il 30 aprile, al fine di perlustrare il percorso della marcia, la Compagnia si mise in movimento precedendo la carovana. Alle ore 7, con gli uomini schierati in doppia fila lungo i lati della strada, la colonna attraversò le rovine del piccolo villaggio abbandonato di Camerone. Appena fuori il villaggio, sulle alture circostanti, Dan-jou vide apparire numerosi soldati messicani a cavallo, questi erano stati informati della missione francese dall'efficiente rete spionistica allestita dal governo di Juarez. Il capitano decise di far ripiegare i propri uomini presso le rovine di Camerone, schierando la Compagnia in un rettangolo presso della vegetazione, in modo da impedire alla cavalleria nemica di caricare. Strategia questa usata dalla Legione in Africa contro le tribù locali, ma mai adottata contro un così numeroso avversario; i messicani infatti erano 2.000 (800 cavalieri e 1.200 fanti). Nel ripiegamento i francesi persero 16 uomini. I legionari inoltre conquistarono una buona posizione difensiva tra le rovine, riuscendo a respingere i successivi attacchi della cavalleria. Dopo un ora i legionari erano senza acqua e con poche munizioni a disposizione, infatti i muli con l'equipaggiamento erano caduti in mano ai messicani, mentre la carovana con l'oro, che per sicurezza durante la marcia era rimasta più indietro, nel momento in cui udì gli spari messicani, ripiegò in fretta verso la base, salvando il prezioso carico. Lo scontro si protrasse fino al pomeriggio, i messicani mossero continui assalti postazione francese senza mai sfondarla. Alle ore 11 Danjou era stato colpito mortalmente da un cecchino, mentre alle 14 moriva il suo vice-comandnate, il tenente Villain. Il comando passò al sottotenente Maudet che alle ore 17 era rimasto solo con 12 legionari. I messicani cercarono di stanare i francesi dando fuoco alla zona, ma i legionari riuscirono a spegnere il fuoco. Un ora dopo resistevano Maudet, il caporale francese Maine ed i soldati semplici Wenzel, tedesco, Katan, polacco, Constatin, austriaco e Leonhart, svizzero, ognuno con una sola cartuccia a disposizione.. Rimaneva quindi una sola possibilità, la carica suicida. Maudet ordinò il fuoco al suo ordine e poi di seguirlo nella breccia per la carica finale. Maine, Katan, assieme ad un ferito, gli unici superstiti, furono fatti prigionieri.
All'alba del giorno successivo un reparto di soccorso francese entrò in Camerone ormai troppo tardi; furono seppelliti i morti, ma mancò all'appello il corpo del capitano Danjou, di cui fu rinvenuta solo la protesi di le-gno, che raccolta fu inviata al quartier generale della Legione a Sidi-bel-Ablès, in Algeria, divenendo la reli-quia più sacra del Corpo. Dal 1962, dopo il trasferimento della Legione dall'Algeria alla Francia, la mano di Danjou è conservata nel museo del Comando della Legione Sraniera ad Aubagne, presso Marsiglia; ogni anno il 30 aprile la Francia commemora solennemente gli eroi di Camerone.
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Bibliografia Orientativa:
J. Ridley, Massimiliano e il sogno del Messico, Rizzoli, Milano, 1993.
C. Bruni, Massimiliano: Sangue e orrori di una rivoluzione messicana, De Vecchi, Milano, 1966.
R. O’Condor, Il trono di cactus: la tragedia di Massimiliano e Carlotta, Club degli Editori, Milano, 1973.
L.R. Loseri (a cura di), Massimiliano: rilettura di un’esistenza-Atti del Convegno, Trieste 4-6 marzo 1987, E-dizioni della Laguna, Monfalcone, 1992.
J. Haslip, Massimiliano e Carlotta, Longanesi, Milano, 1982.

(Nella foto il Castello di Miramare, presso Trieste)

Cervelli italiani

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Una dimostrazione che nonostante tutto l’Italia è un grande paese, con mille risorse e ricchezze, e che gli italiani, nonostante una parte della propria classe politica, abbiano capacità e risorse riconosciute internazionalmente, ecco arrivare la notizia (riporto di seguito le informazioni in merito riportate dal Corriere della Sera) che quest’anno tra i 10 migliori fisici europei che ogni anno l’European Physical Society (EPS – l’associazione continentale che riunisce oltre 3.000 scienziati di associazioni nazionali) premia, ve ne sono 5 italiani. L’EPS, che è guidata dalla scienziata italiana Luisa Cifarelli dell’Istituto nazionale di fisica nucleare di Bologna, ha assegnato i premi 2011 (tra le 5 categorie in gara, i quattro più importanti riconoscimenti sono andati ad italiani) nel settore delle alte energie a Luciano Maiani, presidente del CNR, assieme a Sheldon Lee Glashow e John Iliopoulus “per il contributo dato alla teoria dei quark nel quadro dell’unificazione delle interazioni magnetiche deboli”, nell’astrofisica a Paolo de Bernardis che con Paul Richards ha analizzato le origini dell’Universo, per la fisica teorica a Davide Gaiotto per lo studio sulle supersimmetrie della natura, per i giovani fisici (a dimostrazione come le nuove generazioni siano preparate e stimolate) a Paolo Creminelli (cosmologia) e Andro Rizzi (esperimenti del superacceleratore Lhc del CERN di Ginevra. Da sottolineare l’importanza ed il prestigio di questi premi il fatto che tra i 23 premiati dall’EPS negli anni, 9 poi hanno conquistato il Nobel.
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Varata la prima portaerei cinese.

a cura di Francesco Della Lunga - Fonte Sole 24Ore del 11/08/2011

La Cina marcia sempre più decisamente verso il riarmo. La nuova politica cinese si esprime anche e soprattutto attraverso l'ammodernamento della flotta da guerra, al fine di controllare più efficacemente lo scacchiere del pacifico. L'obiettivo, neppure troppo celato, è quello di raggiungere la supremazia sui mari, contrastando le potenze presenti, dal Giappone all'India. In questo contesto, che dura ormai da diversi anni, da quanto il PIL cinese si è attestato su una crescita tumultiosa, ovvero sulle due cifre, il governo di Pechino ha varato la sua prima portaerei, la Varyag, uscita dal porto di Dalian, nel Nordest della Cina per un primo test di navigazione. La Varyag è lunga 300 metri e non è stata costruita interamente nei cantieri cinesi, ma è stata acquistata dalla Ucraina (uno dei maggiori produttori e/o fornitori di armi in tutto il mondo) e poi riammodernata. Gli USA, da sempre attenti al riarmo cinese ed a questa porzione di mare fin dalla fine della Seconda Guerra mondiale, hanno chiesto spiegazioni su come intende usare il mezzo. E' presumibile che il governo Pechino risponda con concetti tipo "riequilibrio" fra le potenze dell'area oppure della "deterrenza". Ma non c'è dubbio che la Cina mira alla supremazia dei mari, come da tempo mira alla supremazia continentale. Attualmente, il programma navale cinese prevede la costruzione di altre due portaerei. Fra le maggiori potenze, gli USA hanno 11 portaerei, l'Italia due (Garibaldi e Cavour), Spagna, Russia, India, Brasile, Thailandia, Francia e Regno Unito una.

giovedì 11 agosto 2011

Gli indignados israeliani

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

Le proteste di piazza dei giovani e delle classi medie si stanno moltiplicando nel mondo. Gli indignados (il movimento di protesta è nato nella primavera di quest’anno in Spagna) ormai stanno occupando le vie delle principali capitali mondiali, manifestando la loro rabbia contro la classe politica ed i governi accusati di non essere stati in grado di prevenire od affrontare e superare la crisi con adeguate riforme, capaci solo di chiedere oggi ai loro cittadini solo dei sacrifici economici. Recentemente gli indignados sono apparsi anche per le strade di Tel Aviv e di Gerusalemme, e qui vederli fa un certo effetto. Infatti, Israele nasce su un “un accordo non scritto - come scrive Ari Shavit dalle pagine di Haaretz (qui tratto dall’articolo di Davide Frattini del Corriere della Sera)- che recitava così: questo è un luogo di vita e di morte. Nessuno qui resterà senza un tetto sopra la testa. Nessuno senza un lavoro. Nessuno dovrà rinunciare all’educazione e alla sicurezza finanziaria”. Oggi queste sacre parole sembrano perdersi di significato, infatti la disparità sociale è aumentata. Negli ultimi anni gli stipendi degli israeliani medi non reggono il continuo aumento dei prezzi delle case e dei prodotti alimentari, mentre “gli stipendi degli alti dirigenti sono triplicati […], i guadagni delle società quotate in Borsa sono aumentati del 300% negli ultimi 10 anni”. Uno sviluppo economico senza equità sociale, senza la tradizionale distribuzione del benessere è questo rende gli israeliani indignados, più indignados degli altri.
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martedì 9 agosto 2011

BCE, la guida politica dell’Unione Europea

A cura di Roberto Di Ferdinando

La pubblicazione della lettera di Jean-Claude Trichet e Mario Draghi (rispettivamente attuale presidente della Banca Centrale Euopea, ed il suo successore tra tre mesi), spedita la settimana scorsa ai governi italiano e spagnolo perché effettuassero radicali riforme, ha fatto parlare gli analisti di governi commissariati. In effetti, a quanto pare la BCE ha fatto presente ai governi in difficoltà (si aggiungano alla lista anche la Grecia, Il Portogallo e l’Irlanda) che lei sarebbe intervenuta acquistando i loro titoli purché fossero fatte precise scelte politiche e le ha dettate. E le scelte, per l’Italia, sono pesanti. Nell’articolo di Federico Fubini sul Corriere della Sera di ieri si legge, riferita alla famosa lettera: “ci sono le misure da prendere, c’è il calendario secondo cui andrebbero applicate e non mancano neanche gli strumenti legislativi che la BCE chiede che i governi adotti: i più celeri e i più efficaci”. Ed ancora: “Sulle liberazioni in tutta la struttura dell’economia italiana, si suggerisce all’Italia di procedere per decreto in modo da accelerare il passo. […]privatizzazioni: si parla di cessioni anche per le società pubbliche locali. […]mercato del lavoro, un settore storicamente rimasto fuori dalle competenze europee, […]: meno rigidità nelle norme sui licenziamenti dei contratti a tempo indeterminati, interventi sul pubblico impiego, superamento del modello attuale imperniato sull’estrema flessibilità dei giovani e precari e sulla totale protezione degli altri, una contrattazione aziendale che incentivi la produttività”. Al di là delle responsabilità ed incapacità delle compagini governative ed i loro indiretto “commissionamento”, ciò che si evidenzia in questi giorni è che la BCE è divenuta una vera e propria istituzione politica, pur non avendo un mandato politico. Accanto alla Francia ed alla Germania, che si salvano dalla crisi grazie al loro sistema economico, più che per i loro leader, ecco apparire la BCE come il terzo soggetto che guida l’UE. Infatti la BCE ha il potere, “gestendo” la moneta, di imporre scelte politiche, con ricadute sociali, ai paesi comunitari, che non hanno avuto o non hanno il coraggio di compiere. Se alcuni mesi fa i governi dei paesi oggi in crisi avessero avanzato progetti in materia di assistenza, previdenza e mondo del lavoro, quegli stessi governi sarebbero stati messi in difficoltà dalle piazze. Oggi invece tutti noi accettiamo i sacrifici, perché ce lo dice la BCE e perché abbiamo paura della crisi e quindi di fallire. Il problema è quindi anche quale futuro ha la rappresentanza politica, che nasce dalle elezioni, se le sue scelte dovranno essere vagliate (dettate?),da organi meta-politici, ma non espressione di consultazioni elettorali? E’ vero che i paesi membri, incapaci di affrontare in tempo le riforme dovute, hanno chiesto l’aiuto alla BCE, che quindi chiamata in causa ha imposto i propri dettami, ma non si rischia così di dare all’istituzione di Francoforte un potere eccesivo in un campo (politico) non suo e dall’altra non è che così si depotenzia e deresponsabilizza la Politica: tanto poi chiediamo aiuto a mamma BCE!?
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domenica 7 agosto 2011

Storia - un sanguinoso attentato sulla strada dell'unificazione dell'Italia

I 150 anni dell'Unità dell'Italia



Articolo in parte pubblicato su Storia in Rete del 2009
Testo di Roberto Di Ferdinando

Parigi, 14 gennaio 1858, i giornali della mattina hanno annunciato che anche l’Imperatore Napoleone III e sua moglie, Eugenia de Montijo, in serata assisteranno alla rappresentazione di opere italiane che si terrà all’Opéra di rue La Peletier, presso il boulevard des Italiens. I parigini si riversano così per le strade per assi-stere al passaggio del corteo imperiale che dalle Tuileries porterà i sovrani al teatro.
Sono passate da poco le ventuno quando la sfilata svolta dal boulevard e si affaccia in rue Le Peletier; in testa vi è la carrozza degli ufficiali imperiali, quindi la scorta dei lancieri che precede e segue la vettura su cui siedono l’Imperatore, l’Imperatrice ed il generale Roquert, aiutante militare del sovrano. Presso l’ingresso del teatro il picchetto d’onore presenta le armi e i tamburi iniziano a rullare, ma mentre il corteo rallenta, per accedere in rue Rossini, la via riservata all’entrata dell’Opéra, si odono tre forti colpi, i testimoni parleranno di tre cannonate. La strada cade nel buio, i lumi a gas sono spazzati via, si sentono urla di dolore e grida di paura, la gente fugge, i cavalli impauriti e feriti scalciano senza che si riesca a controllarli, la strada è invasa dai detriti delle vetrate mandate in pezzi dalle esplosioni. Alla luce delle torce si presenta una scena terribile di morti e feriti. La carrozza imperiale è trafitta da numerose schegge, un cavallo è rimasto decapitato, men-tre l’altro ferito cerca invano di liberarsi, ma i due sovrani sono illesi, tranne alcune escoriazioni sul viso di entrambi dovute ai cristalli frantumati. Napoleone III ha il suo copricapo bucato, si accerterà in seguito, da un pezzo di ghisa. Si pensa che l’Imperatore abbia avuto la vita salva nell’avvicinarsi della carrozza al teatro, in quanto in conversazione con il generale Roquert; infatti il suono dei tamburi, impedendogli di sentire lo aveva spinto ad avvicinarsi ed abbassarsi verso il militare, riparandosi così involontariamente dalle esplosioni.
Alla fine i morti furono 12 e 156 i feriti. Il Prefetto di Polizia di Parigi, Pietri, informò l’Imperatore che nell’attentato erano state impiegate tre sfere esplosive, mentre una quarta era stata rinvenuta inesplosa in rue Rossini; e che al momento erano stati fermati alcuni sospettati, ma era ancora troppo presto per fare chiarezza sui responsabili ed i motivi dell’attentato.
Invece all’alba del giorno successivo quattro emigrati politici italiani: il romagnolo Felice Orsini, mente del complotto, il lucchese Giuseppe Andrea Pieri, il bellunese Carlo di Rudio ed il napoletano Antonio Gomez, furono rinchiusi nel carcere parigino di St. Mazas, con l’accusa di essere i responsabili della strage e del tentato regicidio.

I motivi dell’attentato
Dalla primavera del 1856 Felice Orsini, dopo esser evaso dal carcere austriaco di Mantova, dove era stato rinchiuso per la sua attività di cospiratore mazziniano, aveva trovato rifugio a Londra. Durante la prigionia però Orsini aveva compreso tutti i limiti della strategia di Mazzini, infatti non si poteva pensare che le iniziative isolate di pochi patrioti potessero favorire l’insurrezione delle province italiane e l’indipendenza della penisola. Per Orsini quindi la questione era politica e fece appello al Regno di Sardegna perché risolvesse la questione italiana. A tal fine il 31 marzo 1857, da Edimburgo scrisse a Cavour una lettera: “ […] Convinto per triste esperienza che senza grandi mezzi non si può cacciare dall’Italia un nemico potentemente organizzato, convinto che i parziali e meschini movimenti valgono soltanto a smembrarci, a farci deboli e a dar luogo a recriminazioni, per dovere altamente sentito io sono pronto a dar mano a quel governo italiano (che non sia papato) il quale metta a disposizione della nazionale indipendenza i suoi mezzi e la sua armata […] io mi reputerò felice di prendere di nuovo le armi contro coloro che un anno fa si apprestavano a darmi la morte, contro coloro che opprimono la mia Patria […]”. Era un attacco allo Stato Pontificio, che grazie all’aiuto mili-tare delle cattoliche Austria e Francia opprimeva le regioni dell’Italia centrale dove Orsini era nato e aveva combattuto per la loro indipendenza, ed all’operato delle società segrete. La collaborazione tra Mazzini ed Orsini si stava concludendo. Orsini infatti voleva essere finalmente libero, indipendente. Dopo il dispotismo monarchico non avrebbe accettato quello cospirativo, e dopo l’evasione di Mantova non gradiva più svolgere il semplice ruolo di esecutore di ordini.
Cavour però non rispose all’appello di Orsini, che fu così spinto ad agire da solo, con un gesto clamoroso, quale l’uccisione di Napoleone III. Eppure Orsini nei suoi scritti aveva sempre respinto l’assassinio politico, ritenendolo uno strumento inutile alla causa italiana. Certamente questo cambiamento di strategia dipese dalle influenze che subì negli ambienti repubblicani presenti a Londra, in particolare da Simeon Bernard.
Bernard, francese di Carcassone, per molti anni chirurgo della marina francese, nel 1848 divenne capo di un club repubblicano. Nel 1849 per evitare il carcere, in seguito a discorsi politici tenuti in pubblico, che in quegli anni erano vietati in Francia, fuggì a Londra dove il diritto di asilo avrebbe tutelato lui e molti altri democratici e repubblicani, che da molti paesi trovavano in Inghilterra rifugio. Gli esuli erano soliti ritrovarsi a Londra presso il Cafè Suisse, in Tchbourne Street, ed è qui che Bernard, durante una delle sue quotidiane esposizioni di piani politici per il futuro repubblicano dell’Europa, nell’autunno del 1856, entrò in contatto con Orsini. I due strinsero amicizia e Bernard divenne suo consigliere. Lo accompagnò nel giro di conferenze che il romagnolo compì per l’Inghilterra per trovare sostegno e fondi per la lotta d’indipendenza italiana, lo aiutò nella redazione delle sue memorie (“Memories and Adventures”, pubblicate in Italia nel 1858 con il titolo di Memorie Politiche) e lo sostenne nella critica a Mazzini. Bernard era uno spirito indipendente e non poteva accettare il sistema mazziniano; convinse quindi Orsini a non essere uno strumento in mano al genovese, ma così Orsini lo diventò di Bernard. Orsini non era una persona facilmente influenzabile, aveva sempre rivendicato la propria autonomia, ma è innegabile che il francese contribuì a spingerlo a compiere l’attentato, approfittando del suo desiderio d’azione e della sua volontà di dimostrare al rivale Mazzini la possibilità di compiere un gesto clamoroso e finalmente decisivo per il destino libero dell’Italia. E’ in questo clima che si prepara l’attentato a Napoleone III.
Orsini e Bernard non volevano solo condannare a morte l’Imperatore per essere intervenuto con il suo eser-cito a Roma nel 1849, provocando la caduta della repubblica romana, a cui Orsini partecipò, e quindi restituireal Papa il suo potere temporale. Il regicidio infatti rientrava in un ampio piano politico: la morte di Napoleone III avrebbe favorito la nascita di una repubblica in Francia che avrebbe a sua volta tolto l’appoggio al Papa, agevolando così prima l’insurrezione nelle regioni centrali della penisola italiana, e poi trascinando all’indipendenza il resto del paese. Il limite di questo piano stava nella visione che i due cospiratori avevano della Francia, come di un paese che subiva un odiato regime dispotico. Mentre non si ricordavano che Luigi Napoleone grazie a tre plebisciti era prima nel 1848 diventato Presidente della Repubblica e poi nel 1852 Imperatore con il nome di Napoleone III. Certamente a Parigi non vi era un regime democratico, ma Napoleone III poteva contare su un ampio consenso interno, in particolare dei clericali, ed una repubblica francese non era ancora prevedibile.
Comunque l’uccisione dell’Imperatore non era una novità per gli ambienti della cospirazione; già nel 1855 il mazziniano Pianori attentò la vita di Napoleone III, fallendo. Cosi come nel 1857, il progetto di ucciderlo fu intrapreso da Paolo Tibaldi, ma il piano fu scoperto prima di essere attuato. Orsini voleva quindi anche dimostrare di poter portare a successo personalmente una clamorosa operazione in cui molti avevano fallito: “Farò vedere io a costoro come si organizzi sul serio un attentato, che raggiunga la mira, e non dia solo materia a processi burla […] Mazzini e Ledru Rollin (i pianificatori dell’attentato di Tibaldi) che armano le mani di volgari esecutori, invece di perigliarsi in prima persona al gran gesto del tirrannicidio, impareranno com’io non lesini la mia vita […] Mazzini ed i suoi non sanno uscire dalla routine del classico rugginoso pugnale, io sarò moderno, terribile, applicando le macchinette infernali, esposte incautamente alla curiosità dei visitatori in un museo del Belgio… e perfezionato con appositi esperimenti dal dottore Simone Bernard”. Orsini per la prima volta parlò dell’impiego nell’attentato di nuovi strumenti di offesa dalla potenza distruttiva fino allora scono-sciuta, quale una sorta di primitiva bomba a mano, che da allora prendera il nome di bomba all’Orsini.

I complici
Oltre a Bernard ed Orsini il gruppo dei cospiratori era costituito da altri fuorusciti italiani, che però furono spinti a parteciparvi esclusivamente per interessi economici e di fama, non certamente per ideali politici.
Giuseppe Andrea Pieri nel 1857 ha cinquant’anni, da giovane era stato arrestato in Italia per piccoli furti; do-po alcuni anni di carcere si era trasferito in Francia, a Lione, e qui aveva messo su famiglia. Nel 1848 ritornò nuovamente in Italia per porsi al servizio del Granduca di Toscana, Leopoldo II, come ufficiale. Con lo scop-pio dei moti rivoluzionari del 1848 e la fuga del Granduca partecipò alla formazione del governo provvisorio repubblicano. La restaurazione di Leopoldo II, nel 1849, però lo espulse dalla Toscana e lo costrinse a rien-trare in Francia, dove nel 1852, dopo essere stato condannato per truffa, fu raggiunto da un decreto di e-spulsione in seguito alle epurazioni messe in atto per la nascita dell’Impero. Pieri, ormai noto alle polizie di quasi tutta Europa, fuggì in Inghilterra, a Birmingham, dove entrò in contatto con gli ambienti degli esuli ita-liani, in particolare con Orsini, che conosceva già dai tempi dei moti del 1848 in Italia.
Antonio Gomez, che invece nel 1857 ha ventisei anni, aveva avuto un’esperienza nella legione straniera ad Algeri. Nel 1856 giunse a Londra per fuggire da una condanna in Francia e conobbe Bernard; grazie alla comunità italiana ed all’interessamento di Orsini trovò lavoro come domestico da italiani o come garzone presso locali gestiti da italiani. Bernard lo inviò a Birmingham dal Pieri perché quest’ultimo attestasse la fe-deltà per l’attentato.
Carlo di Rudio, appartenente ad una nobile famiglia, nel 1857 ha 27 anni. Nel 1848 a Milano abbandonò la scuola militare per partecipare come volontario alla difesa delle repubbliche di Venezia e Roma. Conobbe per la prima volta Orsini durante l’insurrezione della Valtellina nel 1854, dopo di che lasciò l’Italia per trovare rifugio in Svizzera, Spagna ed Inghilterra, e qui risiedette a Birmingham. Sposò la quindicenne inglese Elisa Both, si trasferì a Nottingham e poi a Londra, dove rincontrò Orsini ed accettò il suo piano, spinto da neces-sità economiche. Bernard gli promise che sua moglie, durante la sua assenza, avrebbe ricevuto 14 scellini la settimana.

La preparazione dell’attentato
Il piano del regicidio fu realizzato durante incontri tra i cospiratori presso il londinese Cafè Cigar Divan, sem-pre in centro, ma più riservato, gestito da un esule francese. Era stato volutamente abbandonato il Cafè Suisse, in quanto conosciuto come centro d’incontro di esuli e poteva essere sottoposto a controlli della polizia; Orsini inoltre volle quasi far crede, con l’abbandono del tradizionale luogo di riunione, di aver abbandonato la politica dopo la delusione della mancata risposta di Cavour alla sua lettera ed alla rottura definitiva con Mazzini.
Abbiamo visto precedentemente che fu Orsini ad avanzar l’idea di utilizzare per l’attentato dei nuovi ordigni, delle bombe che nell’urto si sarebbero spezzate in migliaia di schegge appuntite, che lui stesso aveva potuto osservare in un museo di Bruxelles. Ne fece così il disegno e dettò le caratteristiche al fabbricante. Si ritiene invece che l’impiego dell’esplosivo fu voluto da Bernard il quale disegnò il modello, poi contattò un suo amico rivoluzionario, il londinese Thomas Allops, di incaricare un ingegnere di Birmingham, di nome Taylor, per la costruzione delle bombe. Taylor successivamente dichiarò agli investigatori di aver realizzato sei contenitori di ghisa di un chilo e duecento grammi l’uno, di cui due di dimensioni più piccole, che poi sarebbero stati riempiti con la sostanza esplosiva, ma sul luogo dell’attentato furono portare solo cinque bombe. Molto probabilmente la sesta fu provata nelle campagne londinesi. Infatti dalla frontiera tra l’Inghilterra ed il Belgio fu registrato il passaggio di 10 semisfere, le quali ricomposte avrebbero formato poi cinque bombe. Gli ordigni infatti furono innescati a Parigi per evitare che esplodessero durante il viaggio.
Nel dicembre 1857 le bombe furono trasferite dall’Inghilterra in Belgio, tramite Giuseppe De Giorgi, un italia-no che per motivi di affari doveva recarsi al Cafè Suisse di Bruxelles; ma lo stesso non seppe mai il contenuto del pacco consegnatoli, e la sua buona fede fu confermata anche in sede processuale. Gli agenti della dogana registrarono le dieci semisfere come “apparecchiatura destinata ad un nuovo sistema d’illuminazione”. Al De Giorgi fu detto che al Cafè avrebbe dovuto consegnare il pacco ad un inglese di nome Allsop. Orsini, che aveva trentotto anni, ricevette da Bernard un passaporto a nome del sessantenne Allops, commerciante di birra, e si recò il 28 novembre a Bruxelles, alloggiando all’Hotel de l’Europe in Place Royal. Il 1 dicembre fu raggiunto nella capitale belga dallo stesso Bernard per studiare gli ultimi particolari. Orsini (Allops) incontrò De Giorgi a Bruxelles, e nonostante il romagnolo si fosse tagliato la barba, fu riconosciuto dall’uomo d’affari. I due infatti avevano frequentato a suo tempo il Cafè Suisse di Londra, ma De Giorgi non si fece molte domande sulla questione e lasciò il pacco.
Orsini a Bruxelles aveva acquistato un cavallo bianco che consegnò a Casimiro Zeighers, garzone di scude-ria, conoscente di De Giorgi, perché lo trasferisse a Parigi. Insieme al cavallo gli fu affidata una cassetta degli attrezzi nella quale era stato nascosto l’esplosivo. L’11 dicembre i due partirono in treno per Parigi, Orsini in prima classe, il garzone, ignaro di ciò che stava trasportando, in terza, mentre Bernard tornò a Londra. Il 12 dicembre Orsini e Zeighers alloggiarono all’Hotel de Lille et D’Albion in rue Saint-Honoré per poi il 15 dicembre, rimasto solo, trasferirsi al numero 10 di rue Mont Thabor. Qui Orsini procedette a realizzare gli ordigni, le semisfere furono infatti sigillate e fu versata al loro interno la sostanza esplosiva, oltre un chilo di fulminato di mercurio. Questa sostanza, preparata certamente da Bernard, che aveva conoscenze di chimica, poteva essere trasportata solo umida. Giunto a Parigi, Orsini la essiccò di fronte al camino attento che la temperatura della stanza non salisse e che le scintille non innescassero l’esplosione. Inoltre Orsini a Bruxelles aveva ricevuto da Bernard anche un revolver ed un pugnale che avrebbe dovuto utilizzare eventualmente per coprirsi la fuga dopo l’attentato. Queste armi furono date anche agli altri cospiratori, che nel frattempo si stavano muovendo verso Parigi. Carlo di Rudio venne fornito di un passaporto da Bernard con il nome di Da Silva, commerciante portoghese, ed il 10 gennaio raggiunse, all’Hotel de France et de Champagne, in rue Montmartre, il Pieri. Pieri infatti con passaporto al nome di Pierey e Gomez con quello a nome di Peter Bryan Swjnei, istruiti da Bernard, il 7 dicembre erano giunti a Lilla. Gomez vi rimase fino a gennaio, mentre Pieri andò a Bruxelles. Qui il lucchese si mise in contatto con alcuni suoi conoscenti, in particolare con la tedesca Rosina Hartamann, domestica in Belgio. Pieri non riuscì a nasconderle, per vantarsi, che presto avrebbe partecipato ad un atto clamoroso e pericoloso in Francia, nel quale forse avrebbe potuto anche perdere la vita, ma che lo avrebbe certamente reso famoso. La domestica tedesca, conoscendo da tempo il Pieri, le sue attitudini ed amicizie, informò di ciò la sua padrona, che non perse tempo ad avvertire la polizia belga. Questa mandò alla gendarmeria francese una nota informativa sull’accaduto, ma ciò non impedì al Pieri di entrare nuovamente in Francia, di recarsi a Lilla e da qui, assieme a Gomez, di arrivare a Parigi l’8 gennaio.

L’attentato
Tra le ore 18 e 19 del 14 gennaio, Pieri, Gomez e di Rudio si trovarono a casa di Orsini. Ad ognuno furono consegnati una pistola, un coltello ed una bomba. Ad Orsini due, le più piccole. I congiurati raggiunsero l’Opéra in rue Le Peletier, e si posizionarono all’angolo di rue Rossini, nascondendosi tra la folla distanti una decina di metri l’uno dall’altro. Poco dopo Orsini però si accorse che Pieri non era nella sua postazione, lo intravide infatti in compagnia di una persona, e pensò in quel momento, data la scarsa fiducia che aveva nel lucchese, ad un tradimento. Ma non fu così. Pieri infatti mentre si stava avvicinando alla sua postazione pre-stabilita incappò nel commissario di polizia Herbert. Questi era fuori servizio, ma aveva riconosciuto il Pieri, infatti lo aveva arrestato in passato per truffa e sapeva che era soggetto ad un decreto di espulsione e non poteva rientrare in Francia. Pieri fu condotto al commissariato, gli fu trovato in dosso l’ordigno e le armi, il tutto fu collegato alla informazione proveniente dalla polizia belga e si pensò che Pieri avrebbe voluto attentare all’Imperatore. Gli investigatori non approfondirono però se l’attentatore avesse avuto dei complici, così non fu sospeso il corteo imperiale che in quegli istanti stava lasciando le Tuileries.
Sebbene senza Pieri, Orsini ritenne che l’operazione si potesse portare comunque a conclusione con suc-cesso. Nel momento in cui la carrozza imperiale s’immise in rue Rossini, Gomez lanciò la prima bomba, di Rudio la seconda e Orsini la terza, una delle tre scoppiò tra i cavalli della carrozza imperiale. Approfittando della confusione Gomez si rifugiò nella trattoria italiana Brogi, che si trovava di fronte al teatro. Era sconvol-to, impaurito e sperava di trovare Orsini; cercò di nascondere sotto un mobile la pistola che aveva, ma quando la polizia entrò nella trattoria per ottenere testimonianze, lo strano atteggiamento dell’italiano fu subito notato. Alle domande della polizia rispose singhiozzando, con frasi incoerenti, disse di essere inglese, cercò anche di parlare un francese con accento inglese, ma con patetici risultati, e di essere un domestico alle dipendenze di un certo Allops. Fu così portato al commissariato. Dopo due ore crollò rivelando i nomi dei suoi complici e l’indirizzo dei loro rifugi. Di Rudio si era rifugiato in un altro locale e dopo poco si recò a casa e si mise a letto; qui fu trovato dalla polizia poco prima dell’alba. Orsini invece, in seguito alla terza esplosione, era rimasto ferito ad una guancia da cui perdeva molto sangue. Infatti nelle prime due deflagrazioni fu protetto dalle persone che gli erano davanti, ma alla terza esplosione queste erano cadute ferite rimase così esposto alla furia esplosiva della sua stessa bomba.
Orsini ferito, presso un portone di rue Rossini abbandonò, avvolto in un panno di seta, la quarta bomba e la sua pistola. Entrò nella farmacia della vicina rue Laffitte e si fece medicare. Bendato si recò a casa sua e anch’esso si mise a letto. Qui fu trovato dalla polizia che lo arrestò poco dopo di di Rudio. Dopo sette ore dall’attentato i responsabili erano già stati tutti presi.

Il processo
Il processo si svolse a Parigi in due giorni il 26 e 27 febbraio 1858. Nelle loro deposizioni Gomez, Pieri e di Rudio accusarono Orsini della completa organizzazione dell’attentato, e si giustificarono dichiarandosi come pedine in sue mani. Orsini invece non si sottrasse alle proprie responsabilità e riuscì, grazie anche all’abilità del suo avvocato, il repubblicano Jules Favre, a trasformare il processo in un dibattimento politico, portando in aula la questione italiana. La difesa si concentrò nel dare ad Orsini l’immagine non di un comune criminale, ma di un patriota. Infatti si presentava con un aspetto nobile, maniere distinte, calmo e sicuro. La figura di guerriero ed avventuriero per la propria patria attrasse parte della nobiltà parigina. L’ambasciatore austriaco Von Hübner, nel suo diario annotava: “Tutte le gran dame hanno perso la testa per lui. La stessa Imperatrice si è entusiasmata di questo assassino in guanti gialli”. Il fascino della figura di Orsini non lasciò così indifferente neanche la coppia dei sovrani. Napoleone III rimase infatti positivamente colpito dalla lettera che Orsini gli inviò, tramite il suo difensore, l’11 febbraio 1858, nella quale sconfessava l’assassinio politico ed invitava l’Imperatore a rendere all’Italia l’indipendenza perduta nel 1849 per colpa dei francesi. La lettera fu letta da Favre ai giudici, e fatta poi pubblicare dal Napoleone III su Moniteur, l’organo di stampa del regime. Quest’atteggiamento fece sospettare di un avvicinamento della Francia alla causa italiana, tanto che l’ambasciatore austriaco, che invece dopo l’attentato aveva creduto in un miglioramento dei rapporti tra Francia ed Austria, notava: “I ministri nell’imbarazzo di trovare per il loro capo una scusa che sia appena ac-cettabile, se la prendono con la stupidità del Presidente del Tribunale, Delangle, che ha permesso a Favre di fare politica in udienza, invece di toglierli la parola e richiamarlo all’argomento della causa […], ma Delangle è un uomo di grande intelligenza. C’è del losco in questa faccenda […]”.
Il 27 febbraio fu emessa la sentenza; Orsini, Pieri e di Rudio furono condannati a morte, con sentenza da eseguire il 13 marzo successivo, Gomez, anche per la sua collaborazione con l’autorità, fu condannato all’ergastolo. L’esecuzione sarebbe stata la stessa del parricida, prevista dall’articolo 13 del codice penale: Il colpevole condannato a morte dovrà essere condotto sul luogo dell’esecuzione in camicia, a piedi nudi e con la testa coperta da un velo nero. Il 27 i condannati furono trasferiti alle prigioni della Conciergerie, alla Roc-quette, la prigione dei condannati a morte.
Dal dibatimento era uscito il ruolo non secondario di Bernard nella pianificazione dell’attentato. Il Procuratore Generale del Tribunale Chais d’Est Ange, intuì che il francese fosse il responsabile morale del delitto, l’anima del complotto, ma non fu condannato. Bernard riuscì ad approfittare del diritto d’asilo che l’Inghilterra gelosamente riconosceva a chi risiedeva sul proprio territorio. Bernard comunque fu interrogato dagli investigatori inglesi e riuscì a mettere loro dubbi sulla sua partecipazione all’attentato. Infatti Taylor, il costruttore delle bombe, dichiarò che i contenitori che aveva costruito avevano 35 fori, mentre Bernard confermò che il suo disegno degli ordigni prevedeva un numero inferiore di fori e che dovevano essere impiegati da Orsini per un attentato in Italia. Così convinse gli investigatori che Orsini aveva contattato Allsop, amico di Taylor, perché costruisse altre bombe, quelle con 35 fori, da impiegare contro Napoleone III. Bernard poté contare su quest’alibi, in quanto Allsop, l’unico a poter confermare tale versione, scomparve dopo l’attentato e di lui non si seppe più nulla.
Eppure testimonianze dirette, riportate dallo storico Luzio, riferiscono che Bernard era a conoscenza del pia-no, infatti il francese l’11 gennaio 1858, a Londra mentre discuteva con altri esuli, riferì che il giorno succes-sivo Orsini avrebbe reso un favore all’Europa repubblicana. L’attentato fu invece commesso il 14; molto probabilmente Orsini lo rinviò attendendo il momento propizio.
L’11 marzo il tribunale esaminò il ricorso avanzato dai difensori, furono confermate le sentenze per Orsini e Pieri, mentre quella di di Rudio, grazie all’interessamento dell’Arcivescovo di Parigi e dell’ambasciatore au-striaco (di Rudio era di Belluno, sotto l’autorità austriaca), fu commutata in carcere a vita. Nello stesso giorno Orsini fece recapitare all’Imperatore una seconda lettera, sulla cui autenticità vi sono però dei dubbi, in cui ribadì la condanna del delitto politico e sperava con la propria morte di rendere giustizia ai morti innocenti del14 gennaio. Napoleone chiese a Cavour che questa lettera fosse pubblicata, il 31 marzo, sulla Gazzetta del Piemonte come testamento politico di Orsini.
Napoleone III non sarebbe stato contrario a concedere la grazia ad Orsini, dopotutto l’Imperatore aveva co-nosciuto da vicino le vicende italiane, partecipando ai moti del 1831 dalla parte dei liberali e durante il pro-cesso aveva manifestato una certa indulgenza verso il suo attentatore. Ma in Francia gli ambienti politici so-stenevano che in rue Le Peletier era stato versato sangue francese, ed il popolo non avrebbe mai accettato che i responsabili non fossero puniti. Napoleone, il cui trionfo politico era dipeso dai plebisciti popolari, non poteva andare contro l’opinione pubblica e non si oppose all’esecuzione.
Il 13 marzo i due condannati a morte ebbero due modi diversi di affrontare la morte, Pieri, tremante, sussur-rò, la Canzone dei Girondini “Quando si muore per la Patria…”, mentre Orsini con passo fermo si avvicinò alla ghigliottina e curvandosi sotto la mannaia gridò “Viva l’Italia! Viva la Francia!” Nel suo testamento, prima della sentenza, Orsini aveva chiesto di essere seppellito a Londra, al cimitero di Chiswick, il suo corpo fu invece tumulato a Parigi, nel cimitero di Montparnasse, in una fossa comune.
Gomez e di Rudio furono trasferiti nel carcere della Caienna, nella Guyana francese, e dopo alcuni anni fu-rono graziati. Di Gomez non si seppe più nulla, mentre di Rudio nel 1864 emigrò definitivamente negli Stati Uniti a Los Angeles.
L’attentato di Orsini non fu determinante nel far cambiare a Napoleone III la sua posizione verso la questione italiana, ma di certo l’accellerò; infatti il 22 luglio 1858 a Plombiéres in gran segreto l’Imperatore accolse Ca-vour e fu stipulato un accordo-alleanza tra Francia e Regno della Sardegna in funzione antiaustriaca.

Il mistero del quinto complice
Durante il dibattito processuale Orsini si dichiarò il responsabile morale dell’attentato, ma non il responsabile materiale. Orsini infatti sostenne sempre con forza che la terza bomba all’Opéra non fu lanciata da lui, che la lasciò invece in rue Rossini, ma da un quinto misterioso complice, la cui presenza, per il buon risultato della missione, era stata celata da Orsini agli altri cospiratori. Ma il rifiuto di Orsini di dichiarare, anche al suo avvocato, l’identità di questo complice, spinse i giudici a ritenere quest’atteggiamento quale estremo tentativo di difesa. Quindi il fatto non fu approfondito più del dovuto. Questa dichiarazione di Orsini inoltre sarebbe stata dimenticata se il 9 agosto del 1908 il giornale Il Resto del Carlino non avesse pubblicato un intervista a di Rudio, nella quale si feceva una clamorosa rivelazione. Di Rudio ricordò che quel 14 gennaio 1858, mezz’ora prima dello scoppio del primo ordigno, mentre lui ed Orsini si stavano recando in rue Le Peletier, un uomo con due grossi baffi fermò Orsini chiedendogli come andasse la faccenda, se tutto fosse a posto, al che Orsini, dimostrando di conoscerlo, rispose che tutto andava bene. I due si strinsero la mano, dopo di che l’uomo con i baffi si allontanò. Di Rudio riferì ad Orsini di aver riconosciuto in quell’uomo Francesco Crispi, (allora mazziniano, esule in Francia dal 1849, ma in futuro Ministro e Presidente del Consiglio del regno d’Italia), Orsini si sorprese che di Rudio conoscesse Crispi. Di Rudio nell’intervista non disse però di aver visto quest’uomo lanciare la terza bomba.
I biografi dello statista però ricordano che in quel periodo Crispi non aveva i baffi, ed inoltre era un fedele mazziniano e non poteva essere in buoni rapporti con Orsini che si era definitivamente separato dal maestro genovese. Il nome di Crispi però non era la prima volta che compariva legato alla vicenda di rue Le Peletier. Infatti la polizia lo aveva fermato nelle ore successive all’attentato, ma subito liberato, per poi essere espulso dall’Impero nell’agosto del 1858 in seguito ad una più dura legislazione antirepubblicana. Gli storici sono convinti dell’estranietà di Crispi a questa cospirazione, sebbene non manchi una letteratura di complotti e misteri, ed è inoltre poco attendibile la presenza di un quinto complice sulla scena dell’attentato, forse arruolato da Orsini tra i carbonari di Nizza. Invece, molto probabilmente, Orsini dopo aver lanciato la terza bomba e rimasto ferito, non volle lanciare la quarta, in quanto senza la protezione delle persone che gli erano davanti, avrebbe rischiato la vita e così decise di abbandonare per strada l’ordigno.
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L’avventurosa vita di Felice Orsini

Felice Orsini nasce a Meldola (Forlì) nel 1819. Giovanissimo, rimasto orfano di madre viene inviato dal padre, veterano napoleonico, a Imola presso lo zio Orso che si preoccuperà della sua educazione. Ma lo spirito di avventura e d’azione inizierà subito a manifestarsi nel giovane. Nel 1831 tenta invano di fuggire ad Ancona per arruolarsi con i francesi, pensando che stessero arrivando per liberare la Romagna dal potere del Papa. Nel 1835 è responsabile della morte del cuoco di famiglia, Domenico Spada. La versione ufficiale di questo fatto, raccolta dalla polizia vaticana, riporta che il delitto fu involontario. Mentre Felice stava pulendo una rivoltella accidentalmente partì un colpo che ferì mortalmente Spada. Ma non mancarono dubbi sull’accaduto, infatti, testimoni riferirono di accesi contrasti tra Spada e Felice, ma di tutto ciò non fu tenuto conto. Lo zio Orso grazie anche all’interessamento del Vescovo di Imola, Giovanni Maria Mastai Ferretti, futuro Pio IX, riuscì ad ottenere una condanna lieve per suo nipote, di sei mesi, ma con l’impegno che il giovane prendesse i voti. Felice chiese di entrare nel noviziato gesuitico, ma ben presto ne uscì per motivi di salute, reali o meno restano dei dubbi. Nel 1844 a Bologna si addottorò in Legge e Filosofia, e qui entrò in contatto con affiliati delle società segrete. Il primo maggio 1844 per cospirazione fu arrestato e condannato al carcere a vita, ma ancora una volta salvato da Mastai Ferretti, infatti la sua nomina a Papa nel 1846 permise ad Orsini di godere dell’amnistia. Si trasferisce in Toscana, ma qui vi rimarrà poco, infatti sempre nel 1848 durante i moti rivoluzionari, combatte nel Veneto come capitano della Legione dei Volontari contro gli austriaci. E’ deputato alla Costituente romana nel febbraio 1849, ma la repressione della Repubblica Romana voluta dalla Francia di Luigi Napoleone lo costringerà alla fuga ed all’odio contro gli invasori stranieri.
Aderisce all’ambiente della cospirazione avvicinando Mazzini, che lo incarica, tra il 1853 ed il 1854, di dirigere numerosi moti insurrezionali (Sarzana, Magra, Valtellina e Milano) tutti poi falliti.
Il 17 dicembre 1854 è arrestato ad Hermannstadt (Transilvania) dalla polizia austriaca, è trasferito prima a Vienna e poi nel carcere di Mantova. L’evasione del 30 marzo 1856 lo renderà famoso nel mondo della cospirazione e contribuirà a creare quella figura di avventuriero che affascinerà la nobiltà francese durante il processo di Parigi. Orsini tentò l’evasione prima entrando in confidenza con i suoi carcerieri, somministrando loro della droga, che gli era giunta in cella dentro i bottoni di un cappotto consegnatogli da una sua confidente, Emma Herwegh di Zurigo. Fallito questo tentativo, riuscì ad ottenere il trasferimento in una cella più tranquilla dove poté segare le sbarre grazie a delle lime nascoste nella copertina di un libro procuratogli dalla stessa dama. Dopo aver segato le sbarre, con il materasso fece delle strisce di stoffa e si calò dalla finestra e complici a terra lo portarono in un luogo sicuro.
Nei primi mesi del 1857 Orsini si rifugia a Londra, dove oltre a pubblicizzare la causa italiana e, in contatto con i fuorusciti italiani, a preparare l’attentato a Napoleone III, scrisse e tradusse in inglese le sue Memorie (Memories and Adventures). Solo dopo l’attentato questo suo scritto riuscì a trovare un editore-stampatore; infatti il 17 gennaio 1858, a Torino uscì il volume dal titolo Memorie Politiche, edito da Degiorgi. Andò esaurito. Tra i suoi lettori ci fu anche l’Imperatrice francese Eugenia. Furono inoltre pubblicate altre edizioni con un appendice di Ausonio Franchi (pseudonimo di Francesco Bonavino, direttore del giornale “La Ragione”, ex mazziniano, nel 1857 aveva preso le difese di Orsini contro le accuse che quest’ultimo riceveva dagli ambienti mazziniani) nel marzo, maggio e ottobre 1858.

Le cospirazioni del futuro Imperatore

Nei giorni successivi all’attentato a Napoleone III, negli ambienti della cospirazione italiana, si ritenne l’atto di Orsini una specie di punizione contro l’Imperatore per aver tradito la promessa fatta nel 1831 alla Carboneria.
Infatti Luigi Napoleone, ventiduenne, (nel dicembre 1852 con un plebiscito verrà nominato Imperatore di Francia con il nome di Napoleone III) nel 1831 si trovava, da quasi un anno, con sua madre Ortensia (figlia di Giuseppina Beauharnais) a Roma, mentre suo fratello maggiore, ventisettenne, Napoleone Luigi, era in Toscana presso suo padre Luigi (fratello di Napoleone Bonaparte). La legge francese continuava ad impedire il ritorno in Francia della famiglia Bonaparte. I due fratelli non erano certamente affiliati alla carboneria, ma conoscevano in Italia, membri della cospirazione ed erano sollecitati da questi a mettersi a capo di un movimento insurrezionale che stava preparando dei moti nello Stato Pontificio e nel Ducato di Modena. Le autorità vaticane, che tenevano sotto controllo Luigi Napoleone, consigliarono sua madre di allontanarlo da Roma per raggiungere il padre ed il fratello a Firenze. Ma i due fratelli Bonaparte entrarono ben presto in contatto con un ricco industriale di Modena, Ciro Menotti, capo del partito liberale, che ottenne da loro l’adesione al movimento insurrezionale in Emilia, e con l’altro capo della rivolta, il colonnello Pietro Damiano Armandi, precettore di Napoleone Luigi. I fratelli Bonaparte, anche per il nome che portavano, decisero di porsi a capo dell’insurrezione nello Stato Pontificio, nella speranza che la Francia intervenisse in favore dei liberali e contro il possibile intervento degli austriaci, questi sollecitati dal Papa. Ma mentre si recavano verso Roma, a Spoleto ed a Terni furono accolti da bande di contadini armati che li sollecitarono a diventare loro capi. Luigi Napoleone giunse ad occupare Civita Castellana.
Nel febbraio 1831 mentre le province dell’Emilia Romagna, delle Marche e del Lazio erano in rivolta, a Roma gli altri membri della famiglia Bonaparte erano preoccupati per la sorte dei principi, infatti se fosse intervenuta l’Austria la sua repressione sarebbe stata durissima ed i due fratelli avrebbero rischiato la vita. Intanto l’atteso aiuto della Francia sarebbe mancato per la scelta isolazionista del re francese Luigi d’Orleans; a Bologna i deputati delle province insorte erano incerti sul da farsi. Infatti continuare ad accettare la guida dei principi alla rivolta significava spingere l’Austria ad intervenire rapidamente perché Vienna non avrebbe atteso molto, di fronte a nuovi Bonaparte, a reprimere l’insurrezione. Occorreva quindi convincere i due Bonaparte, nel frattempo accorsi in Romagna, a cedere la guida della rivolta, dopo che si era insistito ad invitarli. Fu incaricato l’amico di famiglia Armandi a dire ai fratelli di ritirarsi. I due giovani indignati, capirono però la situazione e si rifugiarono prima a Ravenna e poi a Forlì. Avrebbero voluto combattere come volontari ad Ancona, che avrebbe di lì a poco subito l’invasione austriaca, ma anche quest’offerta fu respinta. A Forlì si trattennero alcuni giorni. Napoleone Luigi non era in buona saluta, si diceva per gli sforzi dei combattimenti e si rendeva così necessario un periodo di riposo. Intanto la madre Ortensia, informata dell’avvicinamento dei suoi figli ai cospiratori aveva compreso il rischio che stavano correndo e si era recata a Firenze per fermarli, ma era stata anticipata dall’iniziativa militare dei fratelli. A Firenze, grazie all’interessamento del Ministro inglese Lord Seymoun, ricevette un passaporto intestato al nome di signora Hamilton e il 10 marzo 1831, saputo che i suoi figli si trovavano in Romagna, partì per Forlì dove arrivò il 19 marzo, ma seppe che i due, per sfuggire agli austriaci che avevano occupato la città, si erano trasferiti a Pesaro. Qui apprese da Luigi Napoleone che l’altro suo figlio era morto a Forlì il 16 marzo; la stanchezza che lo perseguitava era il sintomo della rosolia, che da settimane infestava la regione. Madre e figlio sapevano però che dovevano continuare la fuga per evitare l’arresto e si recarono ad Ancona presso il palazzo del nipote, il duca di Leuchtenberg. Da qui sarebbero partiti per giungere a Corfù. Ma Luigi Napoleone, giunto ad Ancona cadde malato di rosolia, il viaggio non poteva farsi. Gli austriaci avevano posto sotto controllo il mare adiacente la costa. Essendo l’unica via quella che portava in Francia, Ortensia, avrebbe cercato di rientrare in patria con il benestare del re Luigi d’Orleans per poi raggiungere l’Inghilterra. Il viaggio doveva essere rimandato per la malattia di Luigi Napoleone, ma a complicare la già grave situazione fu l’occupazione di Ancona da parte degli austriaci, e la requisizione del palazzo dalle autorità militari austriache. Ortensia, che aveva passaporto inglese e non fu riconosciuta, ottenne il diritto di occupare poche stanze dell’edificio. La camera dove Luigi Napoleone passò la fase finale della malattia e la convalescenza era accanto a quella del generale austriaco comandante del presidio di Ancona. Tutti infatti credettero che il principe fosse già partito per la Grecia, infatti sua madre aveva fatto riservare, prima dell’arrivo degli austriaci ad Ancona, un biglietto su una nave pronta a salpare per Corfù e di fronte a molte persone furono fatte caricare le valigie del principe. Il 3 aprile Luigi Napoleone poteva mettersi in viaggio, all’alba Ortensia lasciò il palazzo con suo figlio, vestito da domestico, seduto a cassetta della vettura. Dopo venti giorni erano a Parigi per poi giungere in Inghilterra.

L’Opéra de Paris

L’Opéra luogo dell’attentato di Orsini, non esiste più. Infatti Napoleone III, a circa centro metri in linea d’aria da rue Le Peletier, nel 1860 incaricò l’architetto francese Charles Garnier di far sorgere la nuova Opèra, che chiunque si rechi oggi a Parigi può ammirare nella omonima piazza.
L’attentato di Orsini indusse però Garnier a migliorare le condizioni della sicurezza per gli ospiti del teatro. Aggiunse infatti un padiglione, tutt’oggi visibile, sul lato est dell’edificio, raggiungibile direttamente con la carrozza attraverso uno scivolo, così da consentire al sovrano, una volta sceso dalla vettura, al coperto, di giungere con sicurezza alla suite accanto al palco reale. I lavori iniziarono nel 1862, ma furono sospesi per la guerra franco-prussiana del 1870 ed i moti della Comune del 1871. Ripresero, ma l’inaugurazione del magni-fico teatro avvenne solo nel1875, due anni dopo la morte di Napoleone III e quattro dalla nascita della terza repubblica. Mai nessun sovrano francese avrebbe usufruito di quel sicuro accesso.

Bibliografia orientativa:
Testi a carattere generale:
G. Candeloro, Storia dell’Italia Moderna, Feltrinelli, Milano, 1964, Voll. III-IV.
G. Galasso, Storia d’Italia, UTET, Torino, 1998, Vol. XIX.
Testi a carattere particolare:
M. Boulanger, L’attentat d’Orsini, Hachette, Paris, 1927.
D. Ciociola, L’attentato di Felice Orsini a Napoleone III, Loffredo Editore, Napoli, 1966.
P. Guèriot, Napoleone III, De Agostini, Novara, 1969, Voll. I-II.
A. Luzio, Felice Orsini, Saggio Biografico, Cogliati, Milano, 1914.
G. Manzini, Avventure e morte di Felice Orsini, Camena, Milano, 1991.
F. Orsini, Memorie politiche, BUR, Milano, 1962.
C. Pagani, Felice Orsini, Eugene di Montijo e Napoleone III, in Nuova Antologia, Anno LIX, n° 1, Gennaio 1925.

giovedì 4 agosto 2011

Rischio riciclaggio per le banconote da 500 euro

(fonte: Corriere della Sera), a cura di Roberto Di Ferdinando

A marzo 2011, nel mondo circolavano banconote da 500 euro per il valore complessivo di 288 miliardi di euro. Questo dato è stato rivelato dal rapporto dell’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia (UFI), la struttura antiriciclaggio di Via Nazionale. Difatti secondo gli esperti più sono alti i tagli delle banconote e più è alto è il rischio che queste siano utilizzate per il riciclaggio di denaro sporco. Non a caso in molti paesi sono scomparse, cioè non sono più stampate o sono state ritirate, le monete con i valori più alti: negli USA dal 1946 non sono più stampati le banconote sopra i 100 dollari (dal 1969 sono state ritirate per legge), in Giappone il valore più alto stampato è 10 mila yen (89 euro), in Gran Bretagna 50 sterline (57 euro) e dal 2010 alle banche ed ai cambi valuta è vietato rivendere al pubblico le banconote da 500 euro (secondo ricerche dell’agenzia inglese contro il crimine, il 90% delle banconote da 500 euro è gestito dalla criminalità). Solo in Svizzera si stampa una banconota dal valore molto alto, mille franchi (851 euro). Da tre anni le banconote da 500 euro hanno raggiunto la percentuale del 35% sul totale delle banconote della moneta unica in circolazione, un record. Il fenomeno nasce in seguito alla crisi finanziaria e delle banche Usa e della Gran Bretagna del 2008, quando molti privati si buttarono sulla sicurezza della moneta contante. In Italia tale dato è in controtendenza, da noi infatti l’aumento del circolante è finanziato dalle banconote da 50 euro e la domanda di 500 euro si è ridimensionata di oltre 5 miliardi di euro di valore, in particolare presso le filiali della Banca d’Italia delle province presso il confine con la Svizzera e San Marino. Ma l’UIF invita a non abbassare la guardia, infatti la domanda potrebbe essersi spostata verso altri paesi, dopotutto in una valigetta ventiquattrore, si legge nell’articolo del Corsera, possono essere trasportati facilmente 12 mila biglietti da 500 euro (6 milioni di euro di valore).
RDF

lunedì 1 agosto 2011

La questione energetica

(fonte: Tabloid Panorama), a cura di Roberto Di Ferdinando

Recentemente la Germania ha deciso la chiusura anticipata, entro il 2020, delle sue 17 centrali atomiche, la Svizzera ha annunciato che 5 reattori non saranno sostituiti nel 2034, mentre in Italia il referendum di giugno scorso ha fatto morire ancor prima di nascere il proprio progetto nucleare. Una nuova sensibilità in favore delle energie rinnovabili sembra quindi attraversare l’Europa. Ma gli analisti del settore mettono in guardia gli ottimisti, infatti i problemi e le difficoltà per avere un’energia pulita che soddisfi il fabbisogno energetico del Vecchio Continente sono ancora molte.
L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), infatti ha evidenziato che l’abbandono del nucleare da parte di alcuni paesi europei, porterà a concentrarsi in tempi brevi, come principali fonti energetiche, sul gas e sul petrolio. Secondo l’Outlook 2011-“Stiamo entrando nell’era dell’oro del gas?” pubblicato dall’IEA, si stima che nel 2035 il petrolio risulterà ancora la prima fonte energetica mondiale e quindi non è pensabile così una riduzione dell’inquinamento ambientale. Il gas nel 2030 sarà la seconda fonte energetica, superando il carbone. Molto più distaccate le energie rinnovabili. Le stime indicano che nel 2020 le energie ricavabili da biomasse (eolico e fotovoltaico) saranno la quarta fonte, davanti all’energia idroelettrica.
Intanto in Germania si è aperto il dibattito su come sopperire alla mancanza di energia proveniente dal nucleare in seguito alla decisione governativa di dismettere le centrali. Norbert Roettgen, ministro dell’Ambiente e Peter Ramsauer, ministro dei Trasporti preferirebbero puntare sull’energia verde, in particolare l’eolica sfruttando i venti del Mar del Nord; invece Philip Rossler, ministro delle Politiche Economiche punterebbe sull’apertura di 26 impianti a carbone, a gas e a ciclo combinato. La scelta deve essere rapida infatti le aziende tedesche chiedono garanzie perché non ci sia un “buco energetico”. Il governo tedesco sembra quindi indirizzato ad aprire le nuove centrali a gas ed a carbone che di fatto non ridurrebbero le emissioni di CO2. E nonostante l’abbandono, più o meno prossimo, del nucleare da parte di Germania, Svizzera e Italia, vi sono numerosi paesi europei fermamente decisi e convinti dei loro programmi atomici (Francia, Svezia, Finlandia, Belgio e quasi tutti quelli dell’Est). Non solo, oggi nei paesi dell’Unione Europea, il 28% dell’energia proviene dal nucleare, il 27,6% dal carbone, il 23,2% dal gas naturale, il 19% dal petrolio e solo il 2,2% dalle rinnovabili (in Francia il 78,4% dell’energia proviene dal nucleare, in Italia il 56,6% dal petrolio, in Polonia il 91,5% dal carbone!). E gli ambientalisti non vedono un futuro rosa, basti pensare lo stesso Barak Obama, che nel 2008 durante la campagna presidenziale aveva affermato di voler puntare sulle energie verdi, il 14 maggio scorso ha autorizzato le trivellazioni di petrolio in Alaska e nel Golfo del Messico. Con l’alt al nucleare, sembra partita la corsa al petrolio ed al gas. La IEA ha indicato che il Polo Nord conserverebbe 85 miliardi di barili di greggio e 44 mila miliardi di metri cubi, il Golfo del Messico riserve di 50 miliardi di barile di greggio, Cuba 5 miliardi di barili, il Brasile 60 miliardi, in Africa occidentale ed Angola complessivamente 25 miliardi di barile, tutti giacimenti prossimamente sfruttabili grazie alle nuove tecnologie in campo estrattivo. Il futuro dell’energia non è ancora verde.
RDF